Arditi. Dalle trincee alle piazze

Romano Guatta Caldini

Essi avranno tutti la medesima faccia schifosa: quella del vecchio boia labbrone che dal Viminale ordina il macello al suo ligio manigoldo di Trieste. Viva la  nostra Italia!

Gabriele D’Annunzio – Agli italiani –  Natale 1920

arditi 2_ fondo magazine«Ho vissuto e combattuto a fianco degli Arditi al di là delle trincee della grande guerra e nelle piazze rivoluzionarie del 1919» (1)  – scrisse F.T. Martinetti, redigendo la prefazione a  Mussolini e gli Arditi, opera memorialistica di Gino Svanoni. Tutto cominciò a Sdricca di  Manzano, nei pressi di Udine, il 29 luglio 1917. E’ qui, in una conca boscosa, che vide la  luce il primo nucleo del corpo degli arditi, le truppe scelte per osare l’inosabile, come si diceva allora. Fanti, bersaglieri, alpini ma anche artisti e studenti alle prime armi, delinquenti comuni in cerca di redenzione sociale e amanti del bel gesto erano questi gli arditi: strumento d’offesa e di sorpresa dell’esercito italiano.

I Battaglioni d’assalto si coprirono di gloria su tutti i fronti: «dal Carso a Gorizia, da Bainsizza a Bligny e poi il Grappa e il Piave. Sul fiume sacro alla Patria diventarono leggendarie le gesta dei caimani, gli arditi specializzati nell’attraversamento notturno del fiume: « nudi, con il corpo dipinto in modo da confondersi con il colore torbido dell’acqua e con la vegetazione delle rive, attraversavano a nuoto la corrente per andare a uccidere le vedette austriache.» (2) Con simili colpi di mano era inevitabile che, attorno alla figura degli arditi, venissero a crearsi vere e proprie leggende; per questo le donne li adoravano e i giornali di tutto il mondo ne esaltavano le gesta. Tra gli arditi il più famoso o famigerato è stato sicuramente Ferruccio Vecchi: «era stato ferito e aveva ricevuto numerose medaglie. Poco più che ventenne era già capitano. Nel modo di fare e nell’aspetto sembrava un moschettiere. Citando i suoi numerosi successi con le donne, si diceva che avesse perfino sedotto la moglie del suo colonnello entrando in casa mentre era a letto con il marito. Silenziosamente era scivolato nella camera e poi nel letto stesso dei coniugi senza che il marito s’accorgesse di nulla. » (3)

Caratterizzati da una forte propensione al  dandismo e alla rivolta anti-borghese, gli arditi  mal riuscirono ad adattarsi alla smobilitazione e al rientro nei ranghi della vita civile. Questo, sia per l’indole poco incline all’esistenza civile che per ragioni puramente politiche. In tal senso, significativa è la testimonianza di Ferruccio Vecchi: «L’ardito è obbligato a escludere la possibilità di riattaccare la propria vita al punto in cui l’interruppe nel ’15. » (4) Un anno, quest’ultimo, che ha segnato il punto di non ritorno per la vita nazionale e per l’esistenza stessa  di tutti quegli uomini sacrificatisi per l’interventismo.  La vittoria tradita e il comportamento dei politicanti resero il loro rientro ancora più amaro. E’ in questo clima che avvenne l’incontro fra il direttore de Il Popolo d’Italia e i reduci dei reparti speciali: «Arditi, commilitoni – gridò Mussolini, in piedi sul tavolino di un bar – io vi ho difeso quando il vigliacco filisteo vi diffamava. Il balenio dei vostri pugnali e lo scrosciare delle vostre bombe farà giustizia di tutti i miserabili che volessero impedire la marcia della più grande Italia. »(5) E i miserabili a cui si riferiva Mussolini erano i vecchi arnesi dell’Italia giolittiana: conservatori, liberali, socialisti neutralisti e cattolici pacifisti. Pescecani della politica che, con il loro operato, avevano rischiato di trasformare l’Italia nel cortile del  Kaiser.

In quest’ottica si può facilmente comprendere il rancore degli arditi verso uomini come Bissolati e Serrati anche se, in realtà, il livore, nei confronti del primo, derivava dalle sue discutibili posizioni  in merito alle terre irredente. Memorabile fu la manifestazione congiunta tra arditi, futuristi e fascisti per zittire Bissolati alla Scala o il goliardico taglio della barba a Serrati, reo di aver scritto un articolo diffamatorio nei confronti degli arditi. Con queste imprese balzeranno agli onori della cronaca nomi quali: Edmondo Mazzuccato, Piero Bolzòn, Albino Volpi, Gino Coletti, Umberto Maurelli, senza contare l’onnipresente Ferruccio Vecchi. Uomini che hanno rappresentato il nucleo del fascismo nascente: «Questi uomini, politici improvvisati, erano essenzialmente rivoluzionari ma volevano imporre una rivoluzione patriottica di combattenti. » (6) – scrisse Marinetti. Nei memoriali del fondatore del futurismo il termine rivoluzione patriottica tornerà spesso, in maniera preponderante. Una rivoluzione, la sua, che, scevra da complessi e rancori di classe, raccoglieva attorno a sé l’élite combattentistica di ritorno dal fronte. Era d’obbligo, secondo Vecchi, trasformare l’arditismo di guerra in arditismo civile, intes, quest’ultimo, come volontariato civico a difesa degli interessi della nazione. Nel tentativo di delineare la teoria  politica dell’arditismo, Alberto De Bernardi ha scritto: « il radicalismo antiborghese e antisocialista (…) caratterizzava l’orizzonte politico degli ex combattenti, nel quale, il mito della nazione si integrava fortemente un populismo egualitario, di matrice soreliana.» (7)

Sul volgere del ’18, Mario Carli e Ferruccio Vecchi fondarono l’Associazione fra gli Arditi d’Italia e il foglio l’Ardito; lo storico Francesco Cambò, così, descrisse la sede di via Cerva, 23 a Milano:

«Subito nell’andito si vedevano pugnali, bombe a mano, schegge di granata, baionette, elmetti, bandiere nere, teschi e tibie. I camerati si riunivano (…) per rievocare il passato e lamentarsi del presente. Quasi tutti stentavano a trovare un posto nella vita civile, e attribuivano queste difficoltà a una cattiva disposizione dei borghesi nei loro confronti. » (8) Da astuto politico qual’era e anch’egli ex combattente, Mussolini si fece portavoce del malcontento che serpeggiava, non solo fra gli arditi. Quando, il 23 marzo del ’19,  si tenne l’adunata di San Sepolcro, i primi ad accorrere furono proprio gli arditi guidati dal caimano del Piave Albino Volpi e dal capitano Ferruccio Vecchi.

Da rilevare, comunque, che non tutti gli ex combattenti dei reparti speciali confluirono nel movimento fascista. Gli Arditi del Popolo di Argo Secondari, ad  esempio, abbracciarono l’antifascismo, mentre l’anticlericalismo e una forte avversione nei confronti della monarchia portarono i futuristi ad allontanarsi progressivamente dai Fasci di Combattimento. Anche il dualismo fra Mussolini e D’Annunzio creò non pochi dissidi e crisi di coscienza, all’interno dell’arditismo e del panorama ex-combattentista più in generale. Ciononostante, tra le fila dello squadrismo, che fu l’erede diretto dell’arditismo, continuarono a militare persone come il Conte “rosso” Bernardo Barbiellini Amidei, il Federale amico degli operai Mario Giampaoli e il Capitano Aurelio Padovani, solo per citare i più noti. Uomini del “Fascismo delle origini” che hanno garantito una continuità, fra la sinistra interventista e la rivoluzione nazionale delle squadre, passando naturalmente, attraverso le tempeste d’acciaio dell’arditismo, da trincea e di piazza.

__________________

(1) Gino Svanoni –  Mussolini e gli Arditi pref. F.T. Martinetti C.E. Carnaro, Milano 1938
(2) Francesco Cambò – Mussolini e il suo fascismo Storia dello squadrismo, Ed. Panella, 1994
(3) Ibidem
(4)
Aldo Bernardi – Una dittatura moderna. Il fascismo come problema storico, Ed. Mondadori 2006
(5)
Francesco Cambò – Mussolini e il suo fascismo Storia dello squadrismo, Ed. Panella, 1994
(6)
FT.Martinetti – L’Uomo Nuovo di Benedetto Brugia, Pagina delle idee
(7)
Aldo Bernardi – Una dittatura moderna. Il fascismo come problema storico, Ed. Mondadori 2006
(8)
Francesco Cambò – Mussolini e il suo fascismo Storia dello squadrismo, Ed. Panella, 1994

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