Vittorio Sgarbi. Sullo stato museale

Chiara Mastrolilli de Angelis

Intervista Vittorio Sgarbi

sgarbi_fondo magazinePer ovviare alla mancanza di fondi nel mondo museale, Roma affida a “Zetema” la gestione dei 20 musei del circuito comunale. Possibile serva una società esterna per rendere i musei di Roma più invitanti e redditizi?

In realtà, i musei potrebbero tranquillamente muoversi con le iniziative dei loro direttori, che conoscono meglio di tutti le potenzialità delle strutture che dirigono. Il vero problema è avere idee e progetti tali da riuscire a realizzarli attirando anche il contributo dei privati. Affidare a società come “Zetema” la gestione dei musei è un modo per lavarsene le mani e pensare che qualcun altro possa trovare soluzioni che non si sanno trovare da soli.

Qual è il vero problema dei musei italiani rispetto a quelli europei? Perché sembra che solo l’Italia non riesca a guadagnare con l’arte?

In Italia, in campo museale, c’è di fatto un’offerta maggiore alla domanda rispetto a qualsiasi altro Paese; è quindi difficile far funzionare tutti i musei attirando visitatori sufficienti per mantenere le strutture. In un contesto simile solo quei musei che sono in grado di inventare soluzioni più attraenti possono prevalere sugli altri e sopravvivere. Si ricorre a società esterne sperando che loro facciano quello che dovrebbe essere il compito di direttori capaci: inventare nuove possibilità  e trovare fondi. Anche se poi subentrerebbe il problema di come investire questi soldi!

Il problema quindi non è solo un problema economico, ma anche di programmazione nel lungo periodo. A questo proposito, come vede Lei il futuro del nostre opere d’arte, data la sospensione dei corsi dell’Istituto Superiore del Restauro e dello scarso interesse che questo sembra suscitare tra i responsabili?

Sono anni ormai che in Italia si fanno restauri inutili e non si fanno i restauri necessari, il comportamento generale di coloro che se ne dovrebbero occupare non ha scuse. Il fatto di chiudere o limitare le attività dei corsi di un Istituto come quello del Restauro a Roma o dell’Opificio delle pietre dure di Firenze è solo uno degli aspetti della miopia dei politici che dimenticano che le capacità professionali che possono essere coltivate e maturate in quegli istituti potranno tornare utili domani. Lo Stato di fatto rinuncia a risorse che sono fondamentali per il futuro delle nostre opere d’arte. D’altra parte avendo ministri come quelli che abbiamo, incapaci di decidere cosa è essenziale e cosa non lo è, è ovvio che ci troviamo in queste condizioni! Il bilancio dello Stato è tale che consentirebbe di fare tutto, basterebbe solo avere la capacità di capire quali sono le priorità, ma siccome tale capacità non ce l’hanno né ministri né sottosegretari siamo allo sbando. Dobbiamo però smettere di pensare che sia uno sbando dovuto alla mancanza di soldi, i soldi ci sono, ma sono spesi male. Le iniziative essenziali non vengono fatte mentre quelle inutili sono sostenute, patrocinate, finanziate. Non si possono spendere 17 milioni di euro per fare il Festival del Cinema di Roma, è una puttanata! Con quei soldi si potrebbero sostenere tutti i centri di restauro necessari, ma si preferisce investire quei soldi per un festival che interessa una minima parte della cittadinanza, a scapito del vero patrimonio nazionale italiano: l’arte e la cultura. La spesa dello stato è indirizzata a persone incompetenti che non sanno come vanno spesi i danari e non sanno cosa sono le cose da fare e da non fare.

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COMUNE DI ROMA
MANCANZA DI FONDI O DI STRATEGIA?

Chiara Mastrolilli de Angelis

La mancanza di fondi è una lamentela costante che investe il mondo museale nazionale e locale. Roma ne è lo specchio di eccellenza.

Pur essendo la sede di numerosissimi musei e siti archeologici di estrema importanza, pur essendo la capitale dell’impero romano, Roma e i suoi musei incontrano giornalmente i problemi di un settore in costante deficit.

E così, mentre l’Assessore alla Cultura, Umberto Croppi, lancia l’appello agli stessi romani di “visitare più numerosi i musei della loro città“, e lamenta un deficit costante nell’organico museale,  e Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione dei Beni culturali, propone aperture prolungate e servizi adeguati alla domanda internazionale dei visitatori (perché, diciamocelo, in Europa sono anni che i musei rimangono aperti la sera!), alcuni musei del circuito In-comune non arrivano a contare 10.000 visitatori in un anno!

Ma al di là delle facili risposte e delle ancora più facili polemiche, sarebbe il caso di capire con cosa gli addetti ai lavori devono confrontarsi, quali mezzi hanno a disposizione e quali sono le reali basi per rendere il sistema museale italiano competitivo a livello internazionale.

Ogni anno il Comune di Roma decide con delibera di giunta quali e quanti fondi destinare ai Musei e ai luoghi d’arte della propria amministrazione in base ai progetti presentati dalle singole direzioni. Tali fondi andranno per lo più a coprire lavori di ristrutturazione, ampliamento biblioteche, e manutenzione più o meno straordinaria delle mura dei musei.

Per quanto riguarda l’organizzazione delle attività museali in genere, la gestione del personale, la pubblicità e il merchandising il discorso diventa più complicato.

Degli innumerevoli musei romani solo una ventina fa parte del circuito “In-comune”, il sistema museale del comune di Roma che comprende i Musei Capitolini, il MACRO, il Museo dell’Ara Pacis, i Mercati di Traiano e il Museo dei Fori Imperiali, oltre ad altri “musei minori”.

Tale circuito è affidato, per l’organizzazione delle mostre, per il servizio di biglietteria e del trasporto delle opere oltre che per la ricerca degli sponsor, la collocazione della pubblicità, l’ideazione del merchandising e la gestione del personale, alla Zetema srl, società nata nel 1998 e municipalizzata nel 2005.

Una delle realtà più piccole del circuito In-comune è il Museo Napoleonico, un microcosmo che racchiude il bene e il male dell’esperimento della gestione globalizzata delle attività museali.

“Zetema ha sollevato noi direttori di piccole realtà museali”, commenta il direttore, la Dott.ssa Giulia Gorgone, “dalle incombenze del quotidiano: dal personale per la “depolveratura” alle eventuali sostituzioni per malattia e, facendo parte del sistema museale In-comune, entriamo di diritto nel circuito degli eventi organizzati da Zetema. Manifestazioni come la Roma in Scena e Musei in festa permettono infatti di aprire le porte ad un numero elevato di visitatori e di far conoscere una realtà piccola ma importante come il nostro museo. In occasione di una di queste serate abbiamo infatti contato quasi 4.000 presenze, una fetta davvero importante se si pensa che nel 2008 le presenze sono state circa 20.000″.

Il circuito In-Comune aiuta quindi i musei meno noti ad acquisire un maggior appeal presso il pubblico, anche se spesso rimane difficile anche a Zetema reperire sponsor per le realtà più piccole.  Contemporaneamente una gestione centralizzata e uniforme, nonostante i contesti differenti, limita l’autonomia indispensabile per proporre al pubblico un prodotto mirato, necessario per ottimizzare le potenzialità dei musei minori ed incontrare i gusti e i bisogni del loro target.

Uno degli aspetti di questa “globalizzazione museale” è il merchandising.

“Secondo un sondaggio Zetema, più del 50% dei nostri visitatori è in possesso di laurea ed ha un’età compresa tra i 40 e i 50, è un pubblico di settore, fortemente interessato, è un peccato quindi avere a disposizione un merchandising che difficilmente si adegua al nostro target”, continua la Dott.ssa Gorgone. “Sarebbe invece interessante riproporre alcuni dei monili e degli oggetti decorativi del tempo, creando dei gadget strettamente legati al contesto museale per storia e qualità”.

Insomma di idee, gli specialisti del settore ne hanno, nonostante i fondi talmente esigui che spesso costringono a rinunciare ad alcuni prestiti a causa dei costi elevati dei trasporti.

Fin qui problemi di ordinaria amministrazione.

Ma gli addetti ai lavori sanno che un altro grave problema sta per affacciarsi nella realtà museale italiana: il restauro.

Prima di preoccuparsi di ideare un merchandising alla moda, prima di creare delle caffetterie accoglienti sarebbe infatti opportuno chiedersi anche: ora che i corsi dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma sono stati sospesi e molti de restauratori più esperti sono alle soglie della pensione, chi si occuperà delle nostre opere d’arte?

Ben presto la voce “restauro” diventerà una delle passività più rilevanti nel bilancio dei musei. La soluzione, oltre quella di riaprire i corsi dell’Istituto di restauro, potrebbe essere quella di cominciare a formare nuovo personale presso gli stessi musei per organizzare tanti piccoli laboratori altamente qualificati. Strutture piccole e specializzate, come Palazzo Braschi, che permetterebbero un risparmio di tempo e di soldi.

Per assicurare alle nostre opere d’arte un lungo e felice futuro, sarebbe quindi necessario preoccuparsi del “problema restauro” prima che sia troppo tardi, studiando un piano di programmazione a lungo termine al fine di sfruttare le potenzialità dei restauratori di oggi e formare quelli di domani garantendo un servizio di manutenzione ordinaria che eviterebbe, tra l’altro, grandi interventi di restauro nel prossimo futuro.

Insomma, ci si domanda se, oltre ai soldi (provengano essi dalle casse statali o dalle sponsorizzazioni private), nel settore cultura non manchino lungimiranza, programmazione e veri cultori dell’Arte… a meno che non si voglia far diventare i musei piacevoli luoghi di incontro per serate a tema e le opere d’arte solo dei brand da commercializzare.

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