Vertice Fao. L’ennesima sòla

Umberto Bianchi

fame_fondo magazineA vederlala settimana scorsa, Roma sembrava una città in stato di assedio, tra lo sfrecciare di auto blindate con tanto di scorte (pagate da noi, naturalmente!), tra il martellante batter di pale degli elicotteri della Polizia, tra i mille ostacoli e divieti che mandano il già infernale traffico romano letteralmente in tilt. Tutto questo perché eravamo all’ennesima edizione di quello spettacolo da circo equestre che oramai sono divenute le conferenze della FAO.

Dovete sapere che, con periodica cadenza una banda di buffoni, ladri, profittatori d’ogni sorta e genere, si riuniscono sotto le insegne della FAO per pontificare su tutto, fuorchè risolvere i problemi, anzi il “problema” che sta alla base del dramma della fame nel mondo.

Partiamo anzitutto dalla considerazione che, al pari della guerra, della depressione, della violenza, della malattia o dell’ingiustizia, la fame nel mondo non potrà mai essere completamente debellata, il solo proclamarlo costituisce uno di quegli ipocriti assiomi messi lì ad imbellettare quella sovrastruttura di menzogne ed ipocrisie che oggi fa da impalcatura all’ideologia occidentalista.

Come ben sappiamo, (ma è meglio comunque ribadirlo) il problema non sta nella maggiore o minore destinazione di risorse dei singoli stati o dell’intera comunità internazionale nella lotta alla fame, visto che, comunque sia, non si ottengono mai i risultati auspicati, anzi. La radice del problema va invece ricercato nel vano e stupido perseguimento del modello occidentale da parte dei paesi del Terzo e Quarto Mondo.

Questa ricerca anziché migliorare, allarga progressivamente il divario tra abbienti e meno abbienti, crea  una tale dipendenza dalla tecnologia da far sì che oggidì, anche in quei paesi in cui mancano le più elementari sovrastrutture sociali, non manchino i cellulari o internet o gli Ipod, mentre i vari indebitamenti con le istituzioni bancarie internazionali tornano a crescere esponenzialmente.

Continenti come l’Africa sono divenuti immensi campi di guerra, morte e miseria, grazie alle ingerenze delle varie potenze occidentali e non (vedi la Cina in questi ultimi tempi…).

Ma il più bello deve venire, perché ad assestare un decisivo colpo alla credibilità del vertice FAO è stata la decisione presa al vertice degli stati del sud Pacifico di continuare sulla strada di uno sviluppo forsennato, fregandosene dell’ inquinamento e via dicendo. Dalla Cina un atteggiamento simile magari ce lo saremmo aspettato, ma dagli USA del buonista Obama, proprio no.

L’uomo delle mille promesse ha rivelato di non essere altro che, (per usare una colorita espressione romanesca) un “sola” bello e buono, intento nel suo ruolo di affascinante e simpatico affabulatore, capace di mandare in visibilio le folle con promesse e parole d’ordine, miseramente mandate a ramengo un attimo dopo per motivi di squallida e utilitaristica “realpolitik”. Produzione dissennata significa inquinamento.

Inquinamento significa dissesto ambientale. Dissesto ambientale significa distruzione delle risorse agroalimentari. Distruzione delle risorse agroalimentari significa fame, morte, miseria. Ecco, dunque, il piatto è servito, è inutile continuare a concionare oltre. Lasciamo dunque i vari scureggioni multicolori a riempirsi la bocca e la pancia di belle parole, tagliatelle, vino e dei tanti, troppi soldi generosamente regalati sotto forma di contributi dai contribuenti italiani.

Lasciamo che la marmorea e seriosa sede FAO continui ad attrarre marchettare, nullafacenti, saprofiti, profittatori ed incompetenti da mezzo mondo, con le sue raccomandazioni, i suoi stipendi d’oro, i suoi privilegi di casta, il tutto a spese dei soliti generosi contribuenti.

Quanto a tutti coloro che oggidì soffrono la fame: inutile sperare nell’assistenza di questi bei signori, è meglio rimboccarsi le maniche e colpire duro là dove più evidente alligna l’ingiustizia, spesso incarnata da quei maialoni ricchi e pasciuti che vi governano, ognuno dei quali molto spesso possiede più ricchezze di dieci, cento, mille paperoni nostrani, sotto forma di conti all’estero, estensioni di terreno grandi quanto il Lazio e più, introiti da sfruttamenti di risorse naturali, tasse e, dulcis in fundo, tributi internazionali per la lotta alla fame.

Ma non bisogna dimenticare le immarcescenti multinazionali, le varie ONG nel ruolo di vere e proprie iene, i missionari catto-protestanti e via discorrendo con questo andazzo. Pensare di risolvere i problemi immigrando è solo eludere con la fuga, la diserzione ciò che, prima o poi si ripresenterà sotto altra forma. L’unica soluzione è lottare, colpire, destabilizzare, togliere il terreno sotto ai piedi del globalismo, nazionalizzando, rendendo i modelli economici conformi alle proprie tradizioni, rifiutando i modelli imposti “da fuori”, anche se questo costerà fatica, sudore ed anche se qualcuno, più scontento degli altri, non si potrà più comprare i jeans all’ultima moda, il cellulare, il videoregistratore o l’abito firmato.

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