Cucchi, Blefari Melazzi. Di carcere si muore

Angela Azzaro

carcere_fondo magazineIn carcere si muore. Come le mosche. Senza motivo. Il carcere uccide senza avere diritto formale, ma grazie a un diritto sottinteso che la società gli ha dato abdicando a ogni senso di giustizia e umanità. Il bollettino, già drammatico, si è arricchito negli ultimi giorni di due morti: quella di Stefano Cucchi e quella di Diana Blefari Melazzi, la donna condannata all’ergastolo per l’accusa di concorso nell’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002. La donna si è suicidata. Un suicidio annunciato, ha detto il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni.

Ma vediamo i fatti. Partiamo dall’ultimo caso. Da due anni le condizioni psicologiche della neobrigatista erano pessime. I suoi legali, nel corso del tempo, avevano più volte tentato di segnalarlo alle autorità competenti sollecitando e ottenendo numerose perizie psichiatriche e chiedendo l’incapacità di stare in giudizio. Nulla di fatto. Eppure i segnali anche forti non erano mancati. L’ultimo nel 2008: la brigatista in un momento di particolare tensione emotiva aggredì un agente di polizia penitenziaria. Perizia. Ma anche questa volta, secondo i medici: tutto apposto.

Ma era davvero così? Ecco cosa dice il garante dei detenuti del Lazio, sottolineando come la donna fosse soggetto schizofrenico e inabile psichicamente, figlia di madre con la stessa malattia e morta suicida ristretta in regime di 41 bis: «I precedenti familiari della donna – ha spiegato – le sue condizioni psichiche in tutto il periodo di detenzione, il suo comportamento quotidiano, la sua solitudine, il suo rifiuto del cibo, delle medicine e di ogni contatto umano contribuivano a tratteggiare un quadro complessivo che doveva necessariamente far scattare un campanello d’allarme che, evidentemente, non si è attivato in tempo. Evidentemente – ha concluso Marroni – il fatto che dopo gli allarmi sia stato declassato il regime dal 41 bis a detenuta comune non ha comunque aiutato questa donna che ha continuato a tenere un atteggiamento di totale chiusura verso tutto e verso tutti. Io credo che, fermo restando le sue responsabilità, questa donna dovesse essere curata e assistita lontano dal carcere».

Stessa posizione da parte degli avvocati della donna, domenica, sotto choc: «Sono profondamente scosso e non solo professionalmente, scosso umanamente come di rado mi è capitato – ha detto uno dei due legali Valerio Spigarelli – La storia giudiziaria di Diana Blefari Melazzi la conoscete tutti: in più occasioni abbiamo presentato istanze chiedendo la sua incapacità di stare in giudizio. E sapete tutti questa vicenda come è andata a finire».

E’ finita sabato notte. Alle 22.30. Ha annodato le lenzuola, si è costruita un cappio e si è impiccata. Qualche giorno fa era arrivata la conferma dell’ergastolo da parte della Cassazione. E’ finita in modo radicale. Un suicidio annunciato che pesa sulle nostre coscienze.

Altra storia. Stessa fine. La morte. Questa volta è quella di Stefano Cucchi. Vogliamo qui sottolineare alcune incongruenze messe in evidenza dai giornali, grazie alla famiglia, in queste ore. Stefano è entrato in carcere senza poter parlare con il suo avvocato di fiducia. Non si è ancora capito, nel susseguirsi delle cartelle cliniche, quando siano state riscontrate la prima volta fratture ed ecchimosi (Il Corriere della sera). Le cartelle sono state mostrate ai giornali e ai telegiornali, non sono state mi fatte vedere alla famiglia (Il giornale). La famiglia si è recata tre giorni di seguito all’ospedale Pertini, dove era ricoverato nel reparto per i detenuti, e gli è stato impedito di vederlo. Il professor Fierro, di quel reparto, aveva scritto una lettera (mai spedita, Stefano è morto prima) per segnalare al giudice «il disagio a gestire le condizioni cliniche del detenuto». Fierro spiega così al Corriere il motivo dell’epistola: «Non era certo di mia competenza, ma visto che il ragazzo continuava a digiunare, a rifiutare acqua e cibo in ospedale, si poteva magari pensare di rimandarlo a casa ai domiciliari, oppure in comunità…». I domiciliari però erano stati negati con la motivazione che Cucchi era «un senza fissa dimora»; la sorella ha ribattuto: «Stava da noi, tant’è che la polizia appena arrestato è venuto a casa nostra a perquisire la sua stanza».

Il mistero più grande riguarda le percosse ricevute.  Domenica il Corriere, riferendosi a una delle cartelle cliniche che loro hanno potuto consultare, scrive che si trattava di «fratture non recenti». I prossimi giorni probabilmente si saprà di più. Il pm, che ha aperta l’inchiesta contro ignoti per omicidio preterintenzionale, avrà accesso a tutte le carte. Ma una cosa appare già chiara: il sistema ha ucciso Stefano. Un sistema carcerario e dispotico che considera l’essere umano merda assoluta.

Cucchi è morto per pochi grammi di marjuana e cocaina, per uso personale. Diana Blefari Melazzi era accusata di aver ucciso il giuslavorista Biagi, faceva parte delle nuove brigate rosse. Ma questo non va a discapito del ragionamento. Proprio esaminando le differenti storie si capisce a disumanità di un sistema di potere che non guarda in faccia nessuno. Le carceri sono inferni in terra. Sono lager legali, dove la gente entra ma non sa se potrà uscirne. Dall’inizio dell’anno, ci sono stati già 60 sucidi ma tante altre morti – considerate naturali – rientrano in un’altra casistica: quella che potremmo chiamare “il carcere uccide”.

Nell’immediato chiediamo la verità su Cucchi e per Diana ci teniamo la nostra incazzatura. Ma non basta. Questi due casi devono spingerci a chiedere maggiore controllo su quello che accade là dentro. Chiedere che il carcere non sia zona franca di torture e dello stato di diritto. Non chiedendo che le cose cambino accettiamo che in Italia di fatto esista la pena di morte.

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