Regina Terruzzi. Fasciofemminista

Luca Leonello Rimbotti

Giovani_Fasciste_fondo magazineÈ stata una delle primissime femministe italiane: negli anni Ottanta dell’Ottocento, poco più che adolescente, è già sulla breccia per rivendicare il posto delle donne nella società, nel lavoro, nella politica. Mazziniana per tradizione familiare, mette l’accento sui diritti, ma più ancora sui doveri. E sulla nazione, che non dev’essere un concetto astratto, ma qualcosa di preciso: unità di terra, di etnia e di lingua. Povera e sola per la morte dei genitori, lotta per la vita, diventa prima maestra poi professoressa al Magistero di Roma, pubblica pamphlet in favore dell’educazione dei poveri con cui finanzia scuole per maestre d’infanzia. Nel 1893 a Milano diventa animatrice della neonata Lega per la tutela degli interessi femminili, lavora per l’associazionismo femminile, per la redenzione della donna dal durissimo maschilismo dell’epoca. Nel 1898 fonda Insubria, la prima società di ginnastica femminile, propaganda l’insegnamento dell’igiene, inizia i primi passi come giornalista, fa azione politica in favore del suffragio alle donne, chiede case di accoglienza per gli indigenti e una cassa di assicurazione per le madri non sposate, organizza manifestazioni pubbliche per sensibilizzare sulla condizione economica femminile…questa donna battagliera, che si chiamava Regina Terruzzi, era una specie di vulcano che lottava contro un muro di chiusure: inevitabile che, nel mondo ottuso e retrogrado del liberalismo dell’epoca, trovasse alleati nei socialisti. Ma la Terruzzi era socialista a modo suo. Cioè tutto all’incontrario dell’inetta classe dirigente del PSI. Seppure amica di Turati e della Kuliscioff, seppure entrata nel 1908 nel Partito Socialista, unico luogo in cui trovasse appoggi, Regina infatti era come Mazzini anti-marxista, contraria alla lotta di classe, favorevole all’associazionismo di base, soprattutto era per un socialismo italiano, nazionale, solidaristico, interclassista, per uno Stato che promuovesse provvidenze sociali e avesse in vista il miglioramento delle condizoni economiche, culturali e igieniche del popolo. Nel 1906 chiarisce la sua ideologia parlando di «doveri nazional-sociali», poco dopo aderisce alla patriottica Società Dante Alighieri per «alimentare il culto della civiltà italiana», fa la conferenziera, organizza l’assistenza agli orfani, alle donne, ai poveri. Finché nel 1912 conosce Mussolini a Reggio Emilia al congresso socialista e ne nasce un’amicizia materna, che durerà più di trent’anni. Nel 1914 gli è accanto da interventista, pianta in asso i socialisti   e…secondo voi, con queste idee, da quali parti stava andando? Esatto: il 23 marzo 1919 è in piazza Sansepolcro, una delle nove donne che participarono alla fondazione dei Fasci di Combattimento.

Quello di Regina Terruzzi è uno straordinario itinerario politico di educatrice socialista e nazionalista: forse per questo oggi il suo nome è del tutto sconosciuto. Rappresenta al meglio l’ideologia della “rivoluzione conservatrice” vista dalla parte delle donne. A fronte di un personaggio simile, che ha lottato sacrificando una vita intera più con i fatti che con le chiacchiere, sta un femminismo libertario e di “sinistra” che, nel corso del Novecento, ha provveduto a demolire in larga parte la coscienza femminile, facendo spesso della donna una spostata sociale e un’insicura caratteriale, facile preda della macchina consumistica, al servizio di ideologie del sovvertimento e dell’abbattimento dei legami sociali e identitari. Un libro recente la trae dall’oblio, L’itinerario politico di Regina Terruzzi. Dal mazzinianesimo al fascismo (Franco Angeli), di Federica Falchi. Questa eccezionale storia di donna italiana dritta come lama mette Regina Terruzzi accanto a quel certo numero di donne moderne e agguerrite che sono state protagoniste politiche del Novecento stando dalla parte di Mussolini: da Leda Rafanelli, anarchica e futurista, a Margherita Sarfatti, leader culturale e vicedirettrice di “Gerarchia”; dalla poetessa Ada Negri (la prima donna a entrare nell’Accademia d’Italia) alla giornalista Elisa Majer Rizzioli (“marcia su Roma” e artefice dei Fasci femminili), alla pittrice triestina Amalia Besso, alla chirurga Carmelita Casagrandi, fondatrice del Fascio femminile di Padova, alle squadriste Ines Donati, Emilia Carreras o la fiorentina Fanny Dini, che negli anni Venti parteciparono agli scontri di piazza in camicia nera insieme agli uomini, e la prima ne morì…e fino alla nutrita schiera delle donne di Salò, in divisa militare e maneggiatrici di contraeree. Un mondo che sposava il rosa col nero che era una meraviglia: qualcosa che non tradiva la femmina, facendola diventare la brutta copia del maschio, ma che la esaltava come parte diversa, ma essenziale e dinamica, della società in mutamento.

Vogliamo osservare che il capitolo sul femminismo fascista è complesso, al solito spesso mal registrato dagli storici e fonte di falsi cliché ancora oggi dilaganti: il ritornello sulla “sposa e madre esemplare”, che serve per screditare il Fascismo  presentandolo come un movimento segregazionista della donna, è durissimo a morire. Si dimentica che quel motto non nascondeva che lo sforzo di proteggere la famiglia italiana. Si dimentica che la donna, lungi dall’essere conculcata nei suoi spazi, pur tra molte contraddizioni vide premiato il suo ruolo sociale più e meglio che nelle “democrazie” occidentali, il cui femminismo radicale ha partorito ogni sorta di catastrofe sociale: denatalità, sfruttamento dell’immagine e del lavoro femminili, finta emancipazione, antifamilismo disgregatore, mercato del corpo femminile, etc. Rimandiamo, in proposito, a quanto scritto dalla storica di punta dell’antifascismo in materia di ruolo della donna sotto il Fascismo, l’americana Victoria De Grazia: «le italiane, sotto il fascismo, non furono vittime passive e prive di speranza. Furono invece capaci di protagonismo e di scelte, seppur limitate». Se lo dice lei…Alla fine ci furono le massaie rurali, ma anche, e per la prima volta in Italia, milioni di donne lavoratrici, in fabbrica e nelle aziende agricole, in ufficio e nel commercio…per dire, l’Accademia femminile di Orvieto, istituita nel ’32, non fu che l’esempio di una promozione regolata: emancipazione graduale, educazione, istruzione e avviamento alle specializzazioni. Si ebbero così le allieve telegrafiste, saldatrici, dattilografe…Il Fascismo organizzava scuole-guida per le donne…cose inaudite…le mandava in bicicletta tra lo sbalordimento dei codini, metteva le ragazze in pantaloncini corti, le faceva viaggiare ai monti e al mare…si attuava la liberazione fisica femminile, dopo secoli di repressione, attraverso l’eugenismo e la ginnastica all’aria aperta…poi i corsi di addestramento al lavoro, al volontariato sociale (con settant’anni di anticipo su quello odierno), la promozione della cultura: a Firenze nel ’41 ci furono i primi Littoriali femminili…fino alla RSI, in cui si poterono vedere corsi di addestramento militare per le donne…Chi mai aveva visto prima cose simili in Italia? Contro i modelli tradizionali di soggezione sociale, il Fascismo bene o male fece uscire la donna italiana di casa per la prima volta nella sua storia, la responsabilizzò, la fece circolare socialmente, in una parola la emancipò senza causare terremoti sociali. Il bilancio della donna durante il Fascismo – al di là di ritardi, resistenze fortissime degli ambienti conservatori e ripensamenti tattici – parla di un lancio della donna nel mondo del lavoro, del volontariato, del protagonismo  sociale che rimase ignoto, non diciamo ai liberali o ai cattolici, ma pure ai socialcomunisti, che non ebbero mai una politica mirata per le donne, considerate retoricamente “uguali” agli uomini e quindi ignorate nella loro specificità.

Nel suo libro, la Falchi dice che la Terruzzi si avvicinò ai Fasci perchè nel programma sansepolcrista, come nella Carta del Carnaro, figurava la richiesta del suffragio femminile, ma che non fu mai fascista, ma semmai “mussoliniana”. Difatti non si iscrisse mai al PNF. Comunque sia, veniva regolarmente ricevuta da Mussolini, collaborava al “Popolo d’Italia”, era in amicizia con Arnaldo Mussolini, pubblicava liberamente libri femministi, era aiutata nelle sue iniziative, nazionali e internazionali: ad esempio, nel ’23 il Duce la nominò delegata ufficiale del governo al Congresso dell’Alleanza internazionale per il suffragio femminile, che raccolse a Roma decine di delegate da tutto il mondo. Un evento sensazionale per quei tempi. La stampa parlava diffusamente di lei e delle sue idee. Che nell’Italia bigotta dell’epoca non erano da poco: la Terruzzi era favorevole al voto, al divorzio, al riconoscimento della maternità per le ragazze-madri (lo era lei stessa)…A fianco di Grazia Deledda, Maria Montessori e Margherita Sarfatti, e alla presenza di Mussolini, di Acerbo e di Gentile, la Terruzzi presiedette il congresso e venne supportata da tutta la stampa fascista. Ma i risultati pratici di tanto lavoro, quali furono? Se, come scrive tranquillamente la Falchi, «il fascismo si pose in una linea di continuità con il movimento emancipazionista», la legge del 22 novembre 1925 stabilì il voto alle donne nelle amministrative…anche se, di lì a poco, la nomina dall’alto dei podestà eliminò il problema, ma lo eliminò sia per le donne che per gli uomini…

Ma il regime, agli occhi di Regina, andava nel senso della sua antica lotta: legislazione sociale avanzata, riconoscimento dei figli illegittimi, promozione delle classi scolastiche miste, incoraggiamento dell’associazionismo in alto e in basso, protezione del lavoro femminile. Propaganda tradizionalista, certo, ma di fatto emancipazione sociale…Da vera “suocera del Fascismo”, come lei stessa si definiva, la Terruzzi metteva bocca in politica, protestava, dispensava consigli e deplorazioni, scriveva al Duce valanghe di lettere per segnalare, obbiettare, suggerire. Sui giornali, e sullo stesso “Popolo d’Italia”, bacchettava i gerarchi che la ostacolavano, causando anche invidie per questa sua “strana” libertà di parola. Mussolini, che doveva lavorare nel clima dell’Italia di allora, tra un Vaticano oscurantista e una monarchia reazionaria, era costretto a dosare le iniziative col bilancino, ma non le fece mai mancare la possibilità di scuotere l’opinione pubblica e il vecchiume istituzionale. Dice dunque la Falchi che la mazziniana Regina Terruzzi non era fascista. Poi ci descrive dettagliatamente come questa donna, ormai vecchia ma sempre grintosa, negli anni Trenta girasse il mondo nel nome dell’Italia, e poi racconta che fu favorevole alla guerra d’Etiopia – guerra sociale, dei poveri – e a quella di Spagna, poi che giustificò le misure antiebraiche del ’38, per frenare «l’ingordigia ebraica di potere, di preminenza, di ricchezza». Rileva anche che nel ’40 appoggiò con scritti e conferenze l’entrata in guerra dell’Italia, vista come guerra d’indipendenza nel Mediterraneo, che il suo patriottismo giovanile si trasformò in vero nazionalismo, che divenne un’attiva propagandista dello sforzo bellico del Regime, che si entusiasmò per Nizza italiana, che voleva vedere anche la Corsica tornare italiana…Lottava, come disse, «per dare la mia opera alla grande causa dei popoli rinnovati», era anti-inglese, riconosceva «il diritto tedesco alla vita»…e alla fine, dopo l’8 settembre, pluriottantenne, si chiuse in un sordo dolore davanti alla morte della Patria. Insomma, per non essere stata fascista, ma soltanto “mussoliniana”, la prima femminista d’Italia parlò abbastanza chiaro.

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