Nick Cave. La morte di Bunny Munro

Mario Grossi

thedeathofbunnymunro_fondo-magazineSono sempre stato affascinato dai rettili. In particolare da iguane e coccodrilli. Ultimamente sono rimasto incollato al video per un’ora buona per vedere in azione il più terrificante dei pronipoti dei grandi rettili dominatori della terra fino al Cretaceo, il “great salty”, come viene definito con una certa familiarità il più grande dei coccodrilli australiani, così chiamato perché è solito abitare gli estuari dei fiumi e le acque salate vicino alla costa. Un bestione che arriva anche a otto metri di lunghezza, facendo apparire il suo parente africano, il grande coccodrillo del Nilo, una miniatura. Unico animale che si arrischia a ingaggiar lotta con l’altro mostro australiano il “great white”, il grande squalo bianco, anch’esso un fossile del passato.

Il “great salty” è uno squarcio di passato remoto traghettato ai giorni nostri, un drago dalla corazza impenetrabile e dalla mascella arcaica nella sua semplice mortifera rozzezza. Un suo morso può generare un carico pari a tremila chili. Roba da sbriciolare qualsiasi scheletro gli capiti sotto. Quello che più mi affascina e nel contempo atterrisce è la natura brutale e totalitaria di questa macchina d’assalto, la sua prerogativa. La natura predatoria. Dal suo cervello elementare, un ammasso poco evoluto di gangli nervosi l’unico messaggio che lo mette in movimento è il riconoscimento della preda.

Alcuni studi hanno messo in risalto il suo modo di vedere e sentire. In realtà questo semplice animale ha una vista modesta. Sembra anzi che riconosca le sue prede in un modo sofisticato da un lato, rozzo dall’altro. Percepisce nelle sue vicinanze un cambio termico, una differenza di temperatura, un impulso sotto forma di variazione del campo elettrico, una vibrazione impercettibile nell’aria o un’onda che increspa la superficie ma invisibile all’occhio che associa al movimento interpretato come una presenza.

Gli strumenti rilevatori sono sofisticati, il meccanismo di decodifica del segnale è estremamente rozzo. La variazione percepita con organi sensoriali adatti a captare modificazioni minuscole di origine termica, elettrica o vibratile viene interpretata come presenza viva e questa presenza viva viene associata unicamente alla preda. È così che scattano quelle mascelle potentissime. Il suo cervello sembra unicamente orientato a questa semplice e totalitaria interpretazione del mondo. Il tutto è definito e si esaurisce in questi soli stimoli e in questa immutabile visione, che incessante si ripropone di lì a poco sempre uguale a se stessa.

Mi affascina e mi turba pensare che, attraverso il cynognathus, il primo rettile con caratteri che anticipano i mammiferi, noi umani evoluti veniamo proprio da là e dei rettili siamo i pronipoti. È forse proprio per questo che ho molto apprezzato il secondo romanzo di Nick Cave, noto ai più per essere un musicista, La morte di Bunny Munro edito di recente da Feltrinelli che parla di uomini ma che ci costringe a confrontarci con la nostra latente natura rettiliana.

A prima vista non sembrerebbe che il romanzo c’entri qualcosa con i rettili, ma la sua lettura lì mi ha portato. La storia narrata è semplice e lineare, seppur intrisa di ossessioni che affiorano dalla testa del protagonista. Bunny Munro, commesso viaggiatore, abile venditore porta a porta di creme di bellezza, nel corso delle sue tentate vendite cerca di conquistare, per soddisfare la sua esuberanza sessuale, le sue potenziali clienti. Il romanzo inizia tragicamente con il suicidio di sua moglie Libby, depressa cronica a causa di una vita casalinga costellata dai continui tradimenti del marito.

Da questo episodio iniziano le avventure di Bunny che dopo il funerale e dopo un festino consumato in compagnia di un gruppo di amici con alcool, cocaina e sesso sfrenato decide di caricarsi il figlio bambino sulla Punto gialla, di abbandonare la casa che è stata il palcoscenico del suicidio della moglie e di mettersi furiosamente a battere la strada per insegnargli la sottile arte della vendita porta a porta. Si susseguono così, sempre più frenetici, i tentativi di vendite e di facili conquiste, coronati talvolta da successo. Bunny tenta, come si dice, di farsele tutte e quando non ci riesce, per sedare la sua fregola, si sfoga con violente prestazioni autoerotiche.

Quello che vede costantemente di fronte ai suoi occhi è il frutto della sua ossessione e del suo pensiero deforme. Le donne che incontra sono sempre e solo una grande vagina che lui in qualche modo deve possedere. È in questa rappresentazione di una parte che annichilisce il tutto, che sta la corrispondenza tra il rettile e l’umano. Non sta nel desiderio di Bunny di trovare sesso compiacente. È nell’arcaica semplificazione: donna, vagina, vibrazione, preda, attacco, soddisfazione la regressione evolutiva che rimanda a quei gangli oscuri. È in questa visione che sovrappone un organo alle molteplici funzioni e sensi che fa di un altro individuo solo e soltanto una preda che è messo a nudo il pensiero totalitario radicato in quel passato remoto popolato dai nostri striscianti antenati.

È l’anaffettività che dimostra nei confronti di tutti, l’indifferenza per tutto tranne che per la soddisfazione del suo impulso primordiale che lo rende simile al grande coccodrillo australiano. Impulso predatorio che accelera costantemente pagina dopo pagina fino all’epilogo che porterà Bunny alla morte, anch’essa inconsapevole, come le azioni compiute in precedenza nell’arco di tutta la sua vita, in un incidente stradale in cui la sua Punto gialla si schianterà contro una betoniera. Gli ultimi attimi di Bunny riverso sull’asfalto sono momenti quasi riappacificati. Prima di morire, in una visione luminosa, rivedrà la vagina di Avril Lavigne che ormai lontana, l’aveva ossessionato per tutta la vita.

Insomma, a mio modo di vedere, un romanzo, a tratti divertente, dal ritmo sincopato, “on the road”, che cresce in velocità e cinesi fino a diventare forsennato che scava nelle ossessioni dell’autore e nella mente preculturale dei maschi, costretti a confrontarsi costantemente con i residui gangli rettiliani che, ricoperti da volute cerebrali più evolute e mammifere, giacciono sepolti come un intrigo di nere pulsioni ancestrali, che non possono essere rimosse proprio perché incastrate alla base del cervello mammifero che le avvolge. Pulsioni rettiliane presenti nella sola mente preculturale dei maschi?

Un ultimo messaggio visivo me lo fa dubitare, ma qui non so capire se è il pensiero dell’autore o una mia interpretazione autoconsolatoria (non è facile da maschio confrontarsi nudamente con il rettile che si ha dentro). La copertina che raffigura un tenero coniglio bianco arruffato, indifeso e un po’ perplesso ha il suo rovescio. Sul retro della copertina è stampata a colori una foto dell’autore. Un ritratto di Nick Cave immortalato di traverso con uno sguardo liquido. L’espressione è assorta e torva. L’occhio, puntato su qualcosa fuori campo, ha una fissità vitrea. Le abbondanti ombre che contornano il viso, lo ritagliano quasi in forma triangolare tanto da farlo vagamente assomigliare a un serpente a sonagli. Le due foto, quella di copertina e quella sul retro, sembrano quasi ammonirci. Nessuno si senta escluso, tutti vigilino su se stessi.

Anche il più tenero ed indifeso animaletto nasconde nel profondo quel fascio di gangli rettiliani che, se non tenuti a bada, ci trasformano in pericolosi predatori, travolti dall’ancestrale gorgo precivile che sonnecchia alla base del nostro cervello, pronto ad esplodere.

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