Jazz sotto le stelle e jazz sotto le bombe

Romano Guatta Caldini

Hey, mi dispiace per il tuo vecchio!
Chet Baker a Romano Mussolini

Pippo non lo sa

«Le donne non capivano il jazz», cantava con voce roca e impastata dal whiskey un Paolo Conte d’annata. Prima di lui, nella ricerca del perché di quest’incomprensione femminile, si era cimentato Marcello Gallian, che nel ’26, su Roma Fascista, aveva pubblicato il racconto Jazz-band: «un altro negro che gracchiava con saxofono un dolore melanconico, romantico, panciuto, deriso dalla faccia di una donna, lucida come una luna, spernacchiava selvaggiamente contro il violino, che ritmava burlescamente, con un’aria da libertino scettico». (1)

Strano e spesso controverso è stato il rapporto fra il jazz e il fascismo. Una sorte di amore segreto, da tenere nascosto perché troppo facilmente equivocabile, una convivenza rischiosa, quasi fosse un patto demoniaco. Per farsi un’idea di quale fosse la posizione ufficiale del regime, nei confronti della musica d’oltreoceano, basta andare a rileggere ciò che i re-censori pubblicavano all’epoca. Sul Popolo d’Italia, ad esempio: «E’ nefando e ingiurioso per la tradizione, e quindi per la stirpe riportare in soffitta violini, mandolini e chitarre per dare fiato ai sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le efemeridi della moda. E’ stupido, è ridicolo, è antifascista andare in sollucchero per le danze ombelicali di una mulatta e accorrere come babbei ad ogni americanata (2) –  scriveva Carlo Ravasio. Sul Resto del Carlino, invece, recensendo la tournée di una jazz-band, l’articolista così esordiva: Oggi i negri fluttuanti, a Torino, si contano sulla punta delle dita. Sono i suonatori di jazz di un ritrovo chiuso per ragioni di ordine pubblico. Hanno rimesso nei bauli i loro piponi (…) e sono a spasso. Soltanto lo smoking hanno tenuto indosso».(3)

Eppure, nonostante il provincialismo della critica e la deriva nazional-popolare degli ambienti musicali, il jazz ebbe nell’Italia e negli italiani, i suoi più ferventi ammiratori ma non solo. Va ricordato, infatti, che la comunità italo-americana offrì al jazz uomini del calibro di Nick La Rocca ma anche il primo solista di vibrafono Adriano Rollini, l’angelo triste Eddie Costa, Joe Venuto, Nick Mancini, John Cocuzzi, Joe Barone, Bobby Paunetto, Alex Grillo, Frank Picarazzi e molti altri figli dell’emigrazione italiana a cavallo fra ‘800 e ‘900.

Per tutti gli anni venti e trenta, nonostante il malcelato dissenso del regime, migliaia di jazz-band si diffusero a macchia d’olio nella penisola. Tale fortuna dev’essere ricercata anche nell’affinità che questa musica aveva con le avanguardie del tempo, dal dadaismo al futurismo. Anche F.T.Martinetti rimase affascinato dalla melodia selvaggia e sincopata dei jazzisti, tanto che nel ’27, in Scatole d’amore in conserva, il vate del futurismo scrisse: «Scoppia nella sala lo schiamazzare della jazz-band dei suonatori negri, rovesciati all’indietro dalla furia dei suoni, aspri, bevuti, soffiati con ruggiti, grugniti, martellamenti di piedi impazziti!».(4) Echi di jazz trasudavano dal Manifesto della musica futurista redatto da Francesco Balilla Pratella, mentre Franco Casavola in Vetrina Futurista arrivò a sostenere che: «la musica jazz è  più prossima di ogni altra  idea di musica futurista.(5) Tale musica deve trarre un grande insegnamento dal jazz.»(6)

L’avvallo degli intellettuali sarà fondamentale per l’affermarsi del jazz in Italia. Certo, un jazz edulcorato ma non meno intrigante. Anche l’EIAR si adegua, one-step, fox troth e charleston fanno ballare le alte cariche del regime. Intanto  a Villa Torlonia, Vittorio Mussolini ha regalato al fratello Romano un disco di Duke Ellington, il jazz ha ormai fatto breccia nel cuore del Fascismo. In questo caos musicale nascono stelle danzanti come il mantovano Gorni Kramer e Pippo Starnazza, i due satiri, gli autori delle dissacranti Marameo perché sei morto, dedicato – si dice –  a Costanzo Ciano, Crapa pelada, evidente allusione alla calvizie del Duce e Pippo non lo sa, scritta in onore del gerarca Starace, «che quando passa ride tutta la città».

Nel ’41, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, l’antiamericanismo passa anche attraverso la musica. L’aria si era fatta pesante già dal ’39,  così, gli italiani, dai locali notturni sono catapultati sui campi di battaglia. Dopo il fatidico ’43 e i rispettivi cambiamenti di fronte, schiere di artisti da Roma si trasferiscono al nord per aderire alla costituenda Repubblica Sociale. Tra questi, c’è anche Gorni Kramer, che dopo essersi arruolato nella Decima Mas, ha continuato a occuparsi di musica, curando una rubrica su L’Orizzonte, l’organo di stampa dell’arma di Borghese ma soprattutto lavorando a  ciò che è rimasto dell’EIAR.

«Anche un cuoco può essere utile in una bufera, anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare»(7) ha cantato De Gregori nel suo Cuoco di Salò. Le truppe, però, non vivono di solo cibo: anche il morale dev’essere rifocillato; a tal fine, la musica è forse il  mezzo migliore. Ciò venne compreso da molti, durante l’epopea repubblicana, tanto che nei territori del nord ci fu un vero e proprio proliferare di emittenti radiofoniche: radio Fante, Radio Tevere, Radio Falco e Radio Litorale Adriatico le più attive.   La guerra venne combattuta anche a colpi di jazz. Paradossalmente, da Milano a Bari, tra un bollettino e l’altro, era una continua messa in onda di dischi di solisti e jazz – band. Il più intraprendente, in ambito musicale, fu sicuramente Gorni Kramer, coadiuvato dalla tromba di Lino Petruzzellli, dal contrabbasso di Ubaldo Bruschi e dalla batteria di Pinin Ruggeri.

Luciano Lanna e Filippo Rossi, nel loro Fascisti Immaginari, alla voce jazz, hanno ricordato che al volgere della guerra, più che di jazz sotto le stelle, si poteva parlare di jazz sotto le bombe. Di quest’atmosfera è protagonista anche l’orchestra di Pippo Barzizza: «La sera giungemmo a Bologna dove ci invitarono a dare un concerto al teatro comunale (…) L’annunciatore era Osvaldo Valenti. Dopo il concerto, cominciò uno dei soliti bombardamenti, e così riparammo in uno scantinato dove era stato preparato un vero festino. Faceva da padrona di casa Luisa Ferida, fu là che, tra discorsi deliranti, sentii parlare per la prima volta delle V-2 tedesche». (8) Dopo la serata bolognese, l’orchestra giunge a Milano e da lì  è dirottata dai tedeschi che impongono ai musicanti di seguire la colonna che si dirige verso il lago di Como. E’ l’aprile del ’45.

Barzizza e la sua orchestra uscirono incolumi dalla guerra, mentre Osvaldo Valenti e Luisa Ferida vennero assassinati la notte del 30 aprile 1945. Già, perché anche con il jazz, citando sempre il cantautore romano, si fa l’Italia e si muore.

___________________________

(1) Marcello Gallian – Jazz-band – Roma Fascista, 1926

(2) Adriano FazzolettiIl jazz in Italia: dalle origini alle grandi orchestre

(3) Ibidem

(4) Ibidem

(5) Salvatore Colazzo Estasi brevi. Futuristi di Puglia: Casavola, Luciani e gli altri

(6) Ibidem

(7) Francesco De Gregori – Il Cuoco di Salò – Amore nel pomeriggio, 2001

(8) Adriano FazzolettiIl jazz in Italia: dalle origini alle grandi orchestre p.358

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks