Inneres Auge. Abbasso Battiato

Federico Zamboni

battiato_fondo magazineÈ un disco che non avrebbe dovuto uscire, quanto meno in questa forma. Non è possibile – non è lecito, per un artista della tempra di Franco Battiato – pubblicare come se si trattasse di un nuovo album una raccolta di brani che è composta in massima parte da rifacimenti di pezzi già editi e che, per di più, non arriva nemmeno a 35 minuti. Si potrebbe replicare che l’arte non si misura sulla base della quantità ma della qualità; ma è altrettanto vero che non c’è nessun obbligo di vendere qualsiasi prodotto al medesimo prezzo: prova ne sia che il capolavoro letterario da 120 pagine viene commercializzato a cifre inferiori del romanzone andante da cinquecento.

Al di là della lunghezza, che è stata quasi sempre al di sotto della media, è proprio l’ispirazione che sembra vacillare. Il pezzo di apertura, che è uscito anche  come singolo, è un’invettiva sulle miserie del potere economico e politico, con un esplicito riferimento alla vicenda di Berlusconi e delle escort. Al di là del contenuto, che può essere prioritario in un articolo o in un volantino ma non in una canzone, il risultato è modesto. La musica è risaputa, con la solita contrapposizione tra una ritmica fin troppo scandita e una melodia di facile presa; il testo, che forse vorrebbe essere lapidario, precipita nell’ovvio. Più che un pezzo “di Battiato” sembra un pezzo “alla Battiato”. Cioè un’imitazione, o una parodia, dell’originale. La cosa migliore resta il titolo, che infatti è stato adottato anche per l’album. Inneres Auge significa “occhio interiore” e l’idea in sé è del tutto condivisibile. Questa idea, questa decisione, questa saggezza, di distogliere lo sguardo da una realtà esterna che ci è talmente estranea da non meritare nemmeno di essere ulteriormente scandagliata, per ritrovare invece la consapevolezza della nostra identità profonda.

httpv://www.youtube.com/watch?v=D9CSm7MwA0k
(Franco Battiato, Inneres auge, 2009)

Prendere le distanze dai vizi della contemporaneità, però, dovrebbe implicare anche un obbligo di rigore artistico, per non scadere nel semplice ammiccamento. E per non prestarsi a facili esaltazioni – superficiali negli ingenui, subdole nei furbi – da parte di chi si lascia incantare dall’attacco politico e, inebriato dalla condivisione del bersaglio, non bada a nient’altro. Presentando il brano in anteprima il mensile di Repubblica, XL, ha scritto che «si tratta di nuovo importante capitolo di quel filone della vicenda artistica dell’autore siciliano che potremmo definire ‘dell’indignazione’. All’interno del quale trova posto, ad esempio, l’invettiva contro la politica e il potere che Battiato affidò a Povera Patria: era il 1991, lo Stato avrebbe presto assistito inerme alle esecuzioni mafiose di Falcone e Borsellino, ma si era anche alla vigilia di Mani Pulite. E poi Ermeneutica, in cui Battiato nel 2004 raccontò di seme umano infettato da tensioni e frustrazioni, di una “mostruosa creatura” chiamata fanatismo che ha stravolto il senso del sacro, di uomini schiavi delle macchine e di stati servi di “quella scimmia di presidente» per il quale «s’invade si abbatte si insegue si ammazza il cattivo si inventano democrazie…». Purtroppo, però, quest’ultimo “importante capitolo del filone dell’indignazione” non regge nemmeno lontanamente il confronto con la splendida Povera Patria; e impallidisce anche di fronte a Ermeneutica, che pure non era tra le cose migliori di Battiato. Inneres Auge è sì e no una prima stesura, un abbozzo da rivedere, uno spunto da sviluppare, sperando di trovare il punto d’incontro fra la rabbia (sottomarca dell’indignazione) e la poesia (quintessenza del dire).

E il resto? Il limite fondamentale è che i brani realmente nuovi sono solo tre. E nessuno, peraltro, aggiunge nulla a ciò che Battiato aveva già espresso. Sono come dettagli che riecheggiano scene già viste. Dettagli che possono anche non sfigurare, se inseriti nell’affresco complessivo, ma che in se stessi non giustificano l’ennesima visita a un tempio che si è esplorato tanto a lungo da conoscerlo a fondo. E il problema, forse, è proprio questo: è che ormai sono trascorsi trent’anni dall’uscita, piena di fascino e di promesse, di quell’Era del cinghiale bianco che segnò l’inizio della “terza vita” artistica di Battiato, dopo i trascurabili esordi da cantante di musica leggera e il ben più ragguardevole prosieguo da sperimentatore instancabile di suoni e di parole, affascinato dall’elettronica e determinato a forzare tutti i limiti, e tutti gli stereotipi, della musica “pop”.

Il percorso che è cominciato allora ha avuto il grande, grandissimo merito di soddisfare allo stesso tempo una quantità di aspettative diverse, muovendosi tra generi – tra linguaggi – che di solito vengono considerati antitetici. La lezione di Battiato è stata che il vero limite della comunicazione di massa, e di questa nostra epoca che ne ha fatto il proprio irrinunciabile specchio, è la sua intrinseca pigrizia. La sua intrinseca ottusità. Niente di male, se ci si diverte con un ritmo facile facile come quello di Bandiera bianca; ma solo a condizione che ci si renda conto che il divertimento, che quello specifico tipo di divertimento, non è l’obiettivo ultimo della musica – e dello “show”. Così, nel medesimo pezzo, Battiato inseriva due messaggi eterogenei: la musica confermava il bisogno di immediatezza della musica commerciale; il testo affermava che viviamo sprofondati nella stupidità dei luoghi comuni. Che cosa avrebbe prevalso? Che cosa sarebbe rimasto, nella mente dell’ascoltatore? Il piacere epidermico della musica, e dell’assortimento stuzzicante delle parole, o il giudizio negativo su una realtà costellata di “squallide figure che attraversano il Paese” e di “stupide galline che si azzuffano per niente”?

La domanda andrebbe rilanciata ora, aggiornandola. Che cosa prevale, nell’ascoltatore eccitato da un testo che recita “Uno dice che male c’è a organizzare feste private / con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato? / Non ci siamo capiti /e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?”, e che lo fa su un ritmo dozzinale di batteria elettronica? Hai voglia ad aggiungere che “la linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito”. È come recitare un mantra subito dopo uno slogan. Difficile che sia il mantra, a restare più impresso.

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