Il rock è stanco

Francesco Boco

Il rock n’roll è destinato ad andare in pensione? Molti scatterebbero immediatamente in piedi a rispondere un sonoro no e ancora no, eppure aprendo le riviste specializzate e facendo un giro nei negozi di dischi la scena non è delle più rassicuranti.

Mick Jagger e Keith Richards sono del ’43, hanno quindi 66 anni, David Bowie è del 1947, Lemmy, cantante dei Motorhead, è del 1945, Angus McKinnon Young, chitarrista degli AC/DC è del 1955, Vasco Rossi è del ’52, Johnny Ramone, chitarra dei Ramones e uno dei fondatori del punk, nacque nel 1948 e se fosse vivo avrebbe passato da un po’ i sessanta. Questi sono solo alcuni dei capisaldi del rock n’roll mondiale, ma la lista potrebbe continuare e la media generale dell’età delle rock star si aggirerebbe intorno ai cinquant’anni suonati.

httpv://www.youtube.com/watch?v=2veGVIcpfH4
(Vasco Rossi, Il mondo che vorrei, 2008)

Se pensiamo che Robert Plant (1948) e Jimmy Page (1944) incisero i primi due album dei Led Zeppelin nel 1969, a vent’anni da poco passati, e Ozzy Osbourne (1948) cantò sul primo album dei Black Sabbath nel 1970; il confronto con l’oggi è inevitabilmente sconfortante. Se pensiamo che anche i componenti di due colossi del metal come Megadeth e Slayer si avviano a spengere le cinquanta candeline, la mancanza di giovani leve si fa sempre più evidente.

Oggi il mercato editoriale specializzato nostrano vede fiorire alcune riviste dedicate proprio al rock e al metal del passato (“Classix” e “Classix Metal”), ma anche mensili rock di stretta attualità non fanno che proporre articoli su band seminali del passato. “Rolling stone” parla dei Ramones, rimpiangendoli con un ritardo di almeno dieci anni; “Rock Hard” e “Metal Hammer” riesumano i redivivi KISS, gli Hawkwind e gli insuperabili Slayer; “Rumore” intervista gli Shrinebuilder, gruppo nuovo formato però da veterani del rock psichedelico e i Darkthrone, relativamente giovani, ma negli ultimi album completamente dediti a un suono anni ’80.

È quindi evidente che la salute del rock classico è senza dubbio buona. I vecchi hanno ancora molto da dire e hanno ancora cartucce da sparare. Il fatto che ancora oggi si senta il bisogno di risalire alle radici, riscoprire i classici, è però il segno di una musica stanca, incapace di proporre nuovi stimoli e di tornare a esprimere un modo di essere non conformista. Mancano intuizioni geniali.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Rx07A9LWBJA
(Rolling Stones, Brown Sugar, 1973)

All’epoca i Rolling Stones registrarono “Brown Sugar”, un testo che parlava di eroina, stupri e sesso di gruppo che non mancò di fare scalpore. Oggi bisogna accontentarsi di Marylin Manson. Un tipetto certo originale ed eccentrico, che però non ha inventato nulla di nuovo; ha soltanto solleticato per qualche anno i pruriti censori di qualche mamma preoccupata, per poi finire col recitare ad hoc la parte della rock star annoiata: “questa è la nuova merda”, canta oggi.

Nato negli anni ’50 in America, da un misto di influenze musicali blues, jazz, folk e country, il rock n’roll è stato per decenni la musica della rivolta e della ribellione, della volontà di prendere in mano la propria vita liberamente e senza limiti. In questo senso, Jack Kerouac fu un autore rock. Elvis Presley e Jerry Lee Lewis (1935) all’epoca sembrarono posseduti dal demonio, degli assatanati che suonavano la musica del diavolo. Ecco il punto: il rock n’roll è sempre stata considerata la musica dei reietti, dei “cattivi”. Poi il mercato musicale è riuscito a normalizzare anche queste sonorità. MTV ha conquistato gran parte del mondo del rock e del metal, ammorbidendolo e rendendolo ampiamente fruibile: la censura è sempre stata un segno distintivo da indossare con orgoglio. Ben pochi gruppi rock oggi possono vantare il classico “Parental advisory” sulla copertina, come una decorazione in grado di aggiungere mistero e autenticità.

Gli Agnostic Front, storico gruppo hardcore della scena newyorkese, lo hanno capito benissimo: quando finisci su MTV significa che non sei più “pericoloso”, significa che sei stato assorbito dall’industria musicale e, checché se ne dica, fai parte del music business. Rock star pigre e imbolsite, annoiate e impegnate a ripetersi ad oltranza: uno spettacolo sconfortante.

Nei negozi è tornato il vinile, spuntano ristampe e raccolte di gruppi storici, ma dai giovani viene ben poco, non un gruppo che emerga con prepotenza, che riesca a rompere la cappa di conformismo che è calata da qualche tempo anche nel mondo del rock e del metal. Ci sono i grandiosi Mastodon, ma il loro stile è forse troppo elaborato e tecnico per potersi imporre sulla lunga distanza. Ci sono i Gossip, un gruppetto che ricicla soluzioni sonore già proposte da altri. Ci sono i Prodigy, innovativi e intelligenti, ma forse troppo commerciali.

In generale c’è un ritorno alle radici, al suono autentico del rock anni ’70 e ’80. Allora il rock era ancora avvolto da un alone di mistero che trasmetteva una sensazione di trasgressione e ribellione ad ogni nota. Capace di muovere le energie profonde negli ascoltatori, il rock fu la colonna sonora di molti giovani in rivolta contro il loro tempo. Il diluvio elettrico si è però sgonfiato, e riandare al passato glorioso, alle “origini della stirpe” è oggi una necessità per chi voglia andare un po’ oltre, per chi voglia prendere lo slancio.

Il rock n’roll era una missione, un mondo a parte che minacciava il conformismo imperante con la forza dei suoi suoni e delle sue parole schiette e dirette. Non denaro e compromessi commerciali, ma autenticità stradaiola e creatività istintuale. C’è bisogno di un Nietzsche del rock.

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