De bello americano. Panoramica guerrafondaia

Fabrizio Fiorini

Dire la verità è un’arte marziale

Fausto Gianfranceschi

capitan-america_fondo magazineLa critica al modello americano e a tutte le sue implicazioni politiche, sociali, economiche, militari e culturali, passa necessariamente attraverso un analisi storica del suo operato. Ciò si traduce prevalentemente (per forza di cose: è questa la metodologia della loro prassi imperialista) in una analisi  della conduzione dei conflitti armati che gli Stati Uniti d’America hanno scatenato dall’atto della loro fondazione a oggi e, segnatamente, nella ricerca delle responsabilità guerrafondaie degli Stati Uniti stessi. Tutti gli eventi bellici che li hanno visti coinvolti in ogni teatro di guerra in ogni parte del pianeta hanno infatti avuto una causa scatenante solo apparentemente eterologa, che in realtà è stata invece auto-provocata col fine di scatenare il conflitto e trarne (in caso – fortunatamente non così scontato – di vittoria) i dovuti benefici. Quello che sembra un concetto lineare, purtroppo così non è per la stampa e per l’informazione di regime e per i professionisti della storia pronti (e proni) a perorare la causa degli scherani di Washington o a muovere nei loro confronti tanto inutili quanto ossequiose critiche parziali e di facciata. Pochi, pochissimi, di fronte alla causa scatenante di un conflitto si chiedono, se non addirittura chi ne sia stato il responsabile, quantomeno “cui prodest?”. Nessuno ha altresì sollevato alcuna questione morale sul fatto che le amministrazioni americane non hanno mai esitato dinanzi al sacrificio di migliaia di vite di loro concittadini sull’altare dei loro interessi egemonici, favorendo e provocando la morte di cittadini statunitensi per avere un casus belli.

Prima guerra mondiale. Tutti ricordano di Gavrilo Princip , dell’arciduca Francesco Ferdinando e di Sarajevo, pochi ricordano del “Lusitania”. Era questo un transatlantico britannico che nel 1915 si trovava ancorato nel porto di New York. Gli Imperi Centrali, privi di sbocchi sul mare, si trovavano strangolati dal blocco navale loro imposto in violazione di tutte le norme di diritto internazionale; decisero quindi di controbattere al blocco con una misura speculare: la guerra sottomarina. Il “Lusitania” ufficialmente era una nave passeggeri, ma nella realtà, come gli stessi Stati Uniti avrebbero ammesso solo a distanza di novant’anni, nel 2005, trasportava materiale bellico per l’Inghilterra. L’ambasciata tedesca, a proprie spese, fece pubblicare sulla stampa statunitense una diffida ai cittadini americani a imbarcarsi su quel natante, perché sarebbe stata affondato; noncurante di ciò, il governo statunitense permise a più di mille passeggeri di imbarcarsi, passeggeri che necessariamente trovarono la morte nell’affondamento della nave stessa perpetrato dalla marina da guerra germanica. Il casus belli era servito, e i destini del conflitto si sarebbero rideterminati con l’entrata in guerra degli Stati Uniti.

Seconda guerra mondiale. Più Washington rafforza le sue posizioni di dominio planetario, meno bisogno ha di celare ai più le manovre e le trame ordite per giustificare un coinvolgimento in una guerra. Pearl Harbour, infatti, lo ricordano tutti. Ciò che invece ricordano in pochi è il reale svolgimento dei fatti. L’amministrazione Usa aveva messo a punto una deliberata strategia di provocazione nei confronti dell’Impero giapponese, strategia contenuta in quello che sarebbe stato conosciuto come Piano McCollum. In queste direttive venivano di fatto codificati un embargo economico e commerciale nei confronti di Tokyo e delle pressioni da esercitarsi nei confronti di Paesi terzi per spingerli a una politica ostile nei confronti del Sol Levante; vennero inoltre programmati provocatori movimenti di truppe. Il Giappone quindi si trovò costretto al conflitto con gli Stati Uniti. Non solo: anche la reiterata versione secondo cui l’attacco di Pearl Harbour fu proditorio e improvviso si infrange contro la realtà dei fatti. Le forze armate nordamericane erano infatti in grado, già da tempo, di decrittare i messaggi e le comunicazioni in codice giapponesi, e quella relativa a questo massiccio attacco non era da meno. Ma volutamente non si presero contromisure, non si volle mettere in salvo la vita di un solo marinaio; perché più alte fossero state le perdite, più incisivo sarebbe stato il casus belli per cui gli Stati Uniti sarebbero potuti entrare in guerra.

Relativamente al secondo conflitto mondiale si può rilevare l’esistenza di un casus belli ‘postumo’, che avrebbe giustificato, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, l’intervento armato anglo-americano contro l’Europa (esisteva, ricordiamolo, un Istituto preposto a questo genere di operazioni, lo Psychological Warfare Branch): l’olocausto. Quali altre giustificazioni morali sarebbero potute servire infatti all’Occidente per giustificare una guerra di distruzione, dopo quelle messe in piedi dalla storiografia ufficiale relative alla sistematica uccisione di milioni di individui nei campi di prigionia del Reich? Qui però, se è vero, come si è detto al’inizio, che “dire la verità è un’arte marziale”, neanche la cintura nera sarebbe sufficiente: è consigliabile assumere anche dei buoni avvocati, perché, in barba alla nostra millenaria civiltà giuridica, chi sostiene queste tesi può essere incarcerato. Non contraddetto, biasimato o censurato: incarcerato. E spesso neanche i buoni avvocati si rivelano sufficienti, perché anche loro possono essere (come è avvenuto in Germania) accusati di complicità e incarcerati a loro volta. E lo stato di diritto? Quello, quello sì, che è morto ad Auschwitz.

Guerra al[1] Viet Nam. Il coinvolgimento militare nordamericano nella regione era già effettivo nel 1962 e la necessità di un casus belli era quanto mai impellente. Quindi, guarda un po’, tra il luglio e l’agosto del 1964 si verificarono i cosiddetti “incidenti” del golfo del Tonchino in cui due cacciatorpediniere della marina statunitense, basandosi esclusivamente su delle errate (o volutamente errate?) interpretazioni della strumentazione di bordo preposta all’intercettazione del naviglio nemico, sostennero di essere state attaccate dalla marina nordvietnamita. A distanza di decenni sono state parecchie, anche da parte americana, le smentite di questa versione degli eventi ma a distanza di anni ciò non contava più: questa colossale montatura era stata sufficiente, nel 1964, per determinare (ammantandolo di ufficialità) l’intervento militare degli Stati Uniti nella regione. Lo schema è quello di sempre: un’adeguata copertura informativa, una velina, e il messaggio passa per vero. Peccato che dietro questi ‘giochi’ perdano la vita centinaia di migliaia di uomini, intere nazioni vengano cancellate o ridotte in schiavitù.

Guerra alla Jugoslavia. Col mondo si evolve anche la propaganda, e un incidente militare verosimilmente non basterebbe più a scatenare un conflitto. Bisogna ammantare il casus belli con motivazioni umanitarie. Anche per questa guerra occorre registrare un casus belli postumo, edificato su putativi e improbabili eccidi di massa di civili, ma la scintilla che diede fuoco alle polveri venne innescata a Rambouillet. Dopo il lungo stillicidio di attacchi terroristici perpetrati dalle organizzazioni paramilitari secessioniste albanesi nella provincia serbo-jugoslava del Kosovo e Metohija, le autorità di Belgrado iniziano legittimamente a operare per il ripristino dell’ordine interno e nel senso della sicurezza dello Stato, come ogni altra nazione sovrana al mondo avrebbe avuto il dovere di fare. A Washington colgono la palla al balzo per farsi – complice la debolezza, anzi: l’inconsistenza europea – arbitri della questione, e dirigere gli eventi verso un conflitto volto a punire la Serbia e la Jugoslavia e la loro politica di non-allineamento all’Occidente. Vengono intavolate delle trattative, che hanno luogo appunto in Francia, a Rambouillet. Alla vigilia della conclusione dei negoziati (già abbondantemente boicottati dalla cricca americano-albanese) viene presentata da Washington un’integrazione ai termini di accordo, conosciuta come “allegato B”. In tale documento gli Stati Uniti pongono a Belgrado come condizione di non-intervento il dispiegamento di truppe Nato su tutto il territorio jugoslavo. Ulteriori commenti sono inutili, se non quello che seraficamente ha proferito Henry Kissinger: «il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare»[2].

Guerra al “terrorismo”. Lasciamo perdere la questione delle fantomatiche armi di distruzione di massa irachene capaci di distruggere Londra in quarantacinque minuti (come sostenuto nel 2003 dal governo di Sua Maestà), relegandole all’angolo più roseo delle più inquiete visioni oniriche. Ciò che interessa è il casus belli che ha giustificato, ‘legalmente’ e moralmente, gli interventi militari americani nel medio e vicino oriente a partire dal 2001 in poi: l’attentato al World Trade Centre e al Pentagono. I fatti si svolgono così: una cellula di terroristi islamici di varie nazionalità segue dei corsi di pilotaggio per turboelica, poi riesce a entrare negli Stati Uniti con un visto turistico e una mattina di settembre si reca in macchina in un aeroporto. Nell’automobile dimenticano un manuale di pilotaggio, che si erano portati dietro per un’ultima ‘ripassatina’. Salgono su quattro aeroplani di linea, ne prendono possesso con la forza, riescono a ad anticipare le difese aeree del tratto di cielo più controllato del pianeta Terra e con una manovra magistrale di pilotaggio si schiantano sul Pentagono e sulle torri del Wtc di New York giusto in tempo per la mondovisione. Entrambi i grattacieli collassano su loro stessi con una modalità che assomiglia, per una strana coincidenza, a quella delle demolizioni controllate; l’aeromobile diretto sul Pentagono invece andava così veloce da non poter essere ripreso da nessuna delle decine di telecamere che lo sorvegliano, da polverizzarsi all’istante senza lasciare una minima traccia di sé e da aprire una voragine che per lunghezza, larghezza e tipologia è proprio identica a quella che sarebbe stata causata da un missile. E se non ci credete siete complottisti.

Esistono al mondo milioni e milioni di persone che credono a queste versioni ufficiali. E ci credono sinceramente, perché così è stato detto e non può essere altrimenti. E non si tratta di bambini che credono anche a Babbo Natale e all’uomo nero che vive nell’armadio (la cui esistenza circostanziata è scientificamente, storicamente e filosoficamente molto più dimostrabile che non quella di un aereo che ha colpito il Pentagono o di un torpediniere nordvietnamita che attacca gli americani a Tonchino): si tratta di persone istruite e (male)informate, che a volte sono anche molto critiche nei confronti dell’imperialismo e degli Stati Uniti.

Ma c’è una linea rossa che non possono e non devono valicare. Quella linea che gli uomini e i popoli liberi, impugnate le armi della verità e della giustizia, cercano quotidianamente di sfondare.



[1] Dalla seconda guerra mondiale in poi, la propaganda di guerra a stelle e strisce si è notevolmente evoluta: negli anni Quaranta si diceva “guerra alla Germania”, poi questa locuzione deve essere sembrata troppo aggressiva per dipingere i difensori della democrazia. Quindi, vent’anni dopo, si è optato per combattere una “guerra del Viet Nam”, per poi passare, dopo un altro quarto di secolo, alla “guerra in Jugoslavia”, come a dire che la guerra era insita in quelle società, e che gli Usa, filantropicamente, vi si sono calati dentro con intenti pacificatori e di ripristino della giustizia internazionale. Indicativo il fatto che in Viet Nam questo conflitto sia definito “guerra contro gli statunitensi per la salvezza della nazione”.

[2] Daily Telegraph, 28 giugno 1999.

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