Cantimori e la sinistra nazionalsocialista

Luca Leonello Rimbotti

Del Nazionalsocialismo viene fatta sovente un’immagine talmente ingessata che bisogna aspettare l’impegno dei pochi storici non convenzionali per avere a disposizione studi scientifici in grado di sondare in profondità tutti i risvolti di quella complessa ideologia. Eppure proprio in Italia ci fu chi aveva sin dall’inizio accentrato lo sguardo sui reali motivi a causa dei quali un piccolo nucleo di uomini sconosciuti era riuscito a emergere in pochi anni, costruendo una macchina ideologica in grado di decidere la politica mondiale. Ad esempio, Delio Cantimori. Lo storico delle sette ereticali laureato alla Normale di Pisa e di formazione gentiliana, che negli anni Trenta fu il più lucido analista del Nazionalsocialismo, che dal 1927 collaborava al periodico della Sinistra fascista “Vita Nova” (vicino alle posizioni della militanza squadristica) e che da germanista scrisse su Schmitt, Reventlow, Moeller van den Bruck, nel luglio del 1939 – quindi  appena prima del Patto Ribbentrop-Molotov – ricevette da Gioacchino Volpe l’incarico di redigere un testo sul Nazionalsocialismo per la collana “Documenti” dell’Istituto di Studi per la Politica Internazionale.

cantimori_fondo magazineSempre travagliato, forse giunto a conclusione nel 1942 dopo una sofferta fase di ripensamenti e ritardi, questo scritto alla fine rimase travolto dagli avvenimenti e se ne persero le tracce. Solo brani e appunti sparsi sono stati rintracciati in due diversi archivi. E su questo materiale scrive Paolo Simoncelli nel libro Cantimori e il libro mai scritto. Il Movimento nazionalsocialista dal 1919 al 1933 (Le Lettere, 2008). Si tratta di pagine che ripercorrono dettagliatamente le fasi di realizzazione del libro, ma che soprattutto ricostruiscono in parallelo sia il pensiero di Cantimori sia l’ideologia nazista, individuando nelle sue origini ribellistiche, antiliberali e antiborghesi, talvolta giocate in qualche assonanza col movimento comunista, il vero volto di un partito rivoluzionario e popolare.

Simoncelli pone giustamente l’accento sugli «aspetti sottaciuti o sottovalutati della sinistra nazionalsocialista»: in effetti, questo elemento – radicalmente negato dagli storici marxisti – è stato altrove solo evocato secondo la chiave di lettura “totalitarista” e di organizzazione dello Stato, in base a cui si sono operate similitudini tra nazismo e comunismo, come ha fatto la Arendt, ma senza andare a fondo nell’analisi della traccia ideologica. Qui c’è dell’altro. Dalla figura di Cantimori, dai suoi interessi culturali e politici, dalla sua attenzione per la galassia della Rivoluzione Conservatrice tedesca, infine dalla sua attrazione per la natura di rivoluzione popolare del Nazionalsocialismo, essenzialmente sovversiva del sistema liberaldemocratico, Simoncelli formula un quadro credibile e certamente non comune di quali fossero le vere energie che operavano sotto la sigla dell’hitlerismo.

Da studioso delle eresie millenaristiche tardo-medievali, che furono interessate anche da fenomeni di populismo sociale, Cantimori vide da subito nel Nazionalsocialismo un singolare caso di riemersione dell’escatologia religiosa sotto spoglie politiche. Simoncelli, dai frammenti del testo cantimoriano mai pubblicato, estrae notazioni che vanno in questo senso, come quando sottolinea che Cantimori ebbe chiara la natura millenaristica del Nazionalsocialismo, legata a tutte quelle scuole di pensiero sul rinnovamento nazionale e la redenzione popolare che furono il brodo di coltura dell’avvento nazionalsocialista. I miti chiliastici, l’importanza di annunci come quello di Moeller in riferimento al prossimo apparire di un Terzo Reich, le attese febbrili per la comparsa di un “salvatore”, di una “guida” sorta dal popolo, il metodo più mistico che politico dei sistemi di aggregazione e delle risposte di massa: tutto questo venne notato da Cantimori, che proprio in tali rivolgimenti della moderna anima germanica sotto il segno della svastica riconobbe il riemergere di antiche immaginative del settarismo religioso. «La Provvidenza tiene visibilmente la sua mano sul giovane movimento», appuntava Cantimori parlando degli esordi della NSDAP, e Simoncelli si meraviglia che questa osservazione compaia in un punto in cui si descrivono temi profani come le prime lotte, l’organizzazione di partito, la tecnica di propaganda.

In realtà, questo «provvidenzialismo tanto esplicito» non era in contraddizione con la caratteristica del primo Nazionalsocialismo: che era più azione che libresca dottrina, più emotività che fredda critica politica, più trasporto carismatico che scelta razionale. Riferendosi a Hitler, di cui analizzò a fondo la struttura del Mein Kampf,  in un punto del suo inedito Cantimori scriveva che «egli riteneva che fosse più importante creare una base ideologica con la propaganda, che un’organizzazione subito meccanicizzabile. L’ordine viene quando le idee hanno preso saldo piede». Agli inizi del Nazionalsocialismo, nei primi raduni nelle birrerie di Monaco, «solo uomini realmente radicali erano pronti a iscriversi». Tra costoro Cantimori vedeva battere lo stesso spirito sovversivo dello squadrismo. Ed egli, come rileva Simoncelli, era «affascinato dal ‘Fascismo di battaglia’». Qualcosa che lo portava a provare ammirazione e quasi un senso di cavalleresco rispetto per l’avversario comunista: i due schieramenti nati dal popolo, che dal popolo volevano estrarre le migliori energie di rinnovamento e del popolo volevano fare il centro della rivoluzione, avevano agli occhi di Cantimori un che di simile, di accomunante. Si trattava di due tipi d’uomo ugualmente ostili alle leggi usurarie dell’individualismo liberale, ugualmente fiduciosi nel solidarismo e nelle virtù etiche della comunità. Cantimori non fu il solo ad agitare questi miti di oltrepassamento degli steccati tra Destra e Sinistra. Questo genere di ideologia di frontiera, che ebbe sbocchi ideologici nel Nazionalbolscevismo tedesco, trovò un suo modo di esprimersi anche in Italia, se pure relegato nelle frange minoritarie del “frondismo” squadristico, oppure in certi atteggiamenti dei giovani bottaiani di “Critica Fascista” e più tardi di “Primato”. Oppure, ancora, in alcune significative inquadrature dei romanzi di Marcello Gallian: pensiamo a certi personaggi da lui descritti di giovani squadristi che, di fronte al cadavere del comunista rimasto ucciso durante le lotte della “vigilia”, provano rispetto interiore e quasi fratellanza: era stato anche lui un generoso combattente, anche lui coraggioso, anche lui animato da un sogno, come se insomma si trattasse di una lotta comune portata al comune nemico, il vile ed egoista borghese.

Simoncelli trova tracce consistenti di questa psicologia politica in Cantimori. E riporta come lo storico, tra gli appunti di preparazione per il suo Movimento nazionalsocialista, abbia lasciato riconoscibili echi di queste assonanze. Hitler, ad esempio, che nell’agosto del 1920, partecipando con Drexler a un raduno di leghe socialnazionaliste a Salisburgo, dice «di voler essere piuttosto impiccato in una Germania bolscevica che diventar beato in una Germania francesizzata»; Goebbels che si rivolge al nemico ideologico affermando che «voi di sinistra e noi, ci combattiamo gli uni gli altri senza essere veramente nemici»; Rauschning, il nazionalsocialista di Danzica, che scrive che i capi della NSDAP «avevano riconosciuto fin dai primi anni della lotta per il potere una stretta parentela fra il nazionalsocialismo e il bolscevismo»; Hitler che, ancora secondo Rauschning, avrebbe confidato che «esistono fra noi oggi e i bolscevichi più somiglianze che divergenze…e perciò ho dato ordine di accettare immediatamente nel partito tutti gli ex comunisti». Ciò che, per la verità, la storia riporta in questi termini. Hitler si comportò proprio così. Affermando, anche dopo la presa del potere, che le masse ex-comuniste erano spontaneamente affluite alla NSDAP, trovandovi il vero socialismo e divenendo la base infrangibile e più convinta del Regime.

L’interesse cantimoriano per l’originaria natura movimentista del Nazionalsocialismo  ebbe molta importanza nell’individuazione della sua struttura popolare e sociale. Descrivendo come, ad esempio la sera del 4 novembre 1921 alla Hofbräuhaus di Monaco, pochi nazisti risoluti cacciarono ottocento avversari politici che intendevano impedire a Hitler di parlare, Cantimori tesseva un implicito e non tanto dissimulato elogio di un movimento che, se era in grado di infondere tanta forza d’animo, doveva evidentemente esser riuscito a catturare l’intimità di certi uomini, conquistandoli in profondità. Simoncelli scrive che dagli appunti di Cantimori su questi episodi traspare la «malcelata ammirazione» di Cantimori per le SA. E la stessa ammirazione fa da filo rosso alle osservazioni sui Freikorps pre-nazisti, sugli scritti di battaglia di Jünger, sulla resistenza social-nazionale operata dai tedeschi tanto nella Ruhr occupata dai francesi (e il martire Leo Schlagater, divenuto icona nazista, venne elogiato anche dai comunisti e da Radek in persona), quanto nella Slesia minacciata dai polacchi: in Cantimori, scrive Simoncelli, «c’era visibile traccia della fascinazione subita indagando quegli ambienti». Questa fascinazione portò Cantimori a operare il parallelo tra lo spirito della militanza bündisch e lo squadrismo, nel quale si riconosceva: «Si sarebbe tentati di tradurre Bund con “Fascio”; spesso nei Bünde si ritrovava qualcosa di molto analogo ad alcuni primi “fasci”, come ad esempio a quel tipo di Fascismo fiorentino…». In questo clima era nato il socialismo nazista. Cantimori appuntò che i «postulati collettivistici e contrarii all’economia individualistica» della NSDAP avevano riscontro nel comunismo e che nella concezione antidemocratica della lotta rivoluzionaria, che Lenin aveva attinto dal Manifesto marxiano, si trovava in nuce il principio della Diktatur des Führers.

Il sentimento di «solidarietà spontanea e naturale» del volontarismo dei Freikorps Cantimori lo vedeva ancora nel Nazionalsocialismo, ed essenzialmente nell’attivismo delle SA. Egli conosceva la letteratura legata alla Sinistra nazista, aveva letto Nazionalbolscevismo di Erich Müller del 1933 e altre pubblicazioni uscite in Germania sull’argomento. Seguiva attentamente l’evoluzione politica dei fratelli Strasser, attingeva a documentazione anche rara, anche ormai proibita nella Germania di quel luglio 1939, sapeva della lontananza ideologica della NSDAP dalle Destre reazionarie e della sua natura rivoluzionaria. Insomma, fece vera opera di minuziosa ricostruzione politica e bibliografica di tutto un mondo legato alla lotta politica radicale di quegli anni in Germania. Che non ebbe un solo volto. Che ebbe linee molto più variegate di quanto comunemente si pensi. Che attuò forme di “contaminazione” politica non di rado sfumate, sottili, sulle quali c’è ancora molto da scrivere.

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