Zygmunt Bauman e il capitalismo parassitario

Mario Grossi

capitalismo-parassitarioCi sono degli scrittori che per tutto il corso della loro vita ruotano attorno ad un tema, ad un’idea, ad un concetto che declinano in modi diversi ed in diversi contesti e situazioni. Mi viene in mente Hermann Hesse che nonostante abbia sfornato nel corso della sua prolifica vita tantissimi romanzi, molti dei quali bellissimi, li ha basati tutti su un leit motiv che ha replicato incessantemente ridisegnandone i contorni, le sfumature, i contesti.

Tra i saggisti moderni Zygmunt Bauman corrisponde a questo tipo di scrittore. Sono anni ormai, da quando ebbe la felice e fertile idea di “liquidità” nata per descrivere lo stadio attuale della modernità, che Bauman scrive sempre e solo di questo. È tanto vero che anche i suoi editori si sono adeguati inondandoci di titoli fotocopia. Modernità liquida, Amore liquido, Paura liquida, Vita liquida. Insomma un polo intorno al quale ruota tutta la sua riflessione. A questo tipo di scrittori di solito si risponde, come lettori, con un crescente fastidio che, a partire da un iniziale entusiasmo, sfocia nella noia e nel disinteresse. Io tendo invece a reagire in modo diverso, riconoscendone la valenza positiva.

Ho sempre trovato fondamentale (o forse ho sempre avuto questa mania) ruotare in cerchi concentrici su un concetto facendomi totalmente rapire da un’unicità che diventa talvolta paranoica. Ma il metodo lo condivido. Una volta individuata un’idea, per poterne provare la sua validità generale, la si deve sperimentare e applicare a tutti i contesti conosciuti. Solo così, attraverso un’analisi che può occupare un’intera vita, si riesce a capire se ha veramente valore o meno. Ma quello che mi fa apprezzare Bauman, oltre al suo metodo investigativo, è questa idea che esista un tessuto generale comune a tutti i casi della vita che ha valore generale e che su questo tessuto sono cuciti con fili multicolori tanti ricami diversi fra loro ma legati da un’unica trama che li lega, li vincola, dà significato oggettivo alla loro soggettività.

Declinare e studiare un’unica idea, quella della liquidità, verificandone l’esattezza e le conseguenze univoche in tutti gli ambiti della nostra vita e società mi sembra che corrisponda proprio a questo prezioso schema che è l’unica via del resto per fare un bilancio di sintesi della nostra contemporaneità. Bauman in questa sua spasmodica e in apparenza noiosa reiterazione dell’unico schema che pare interessarlo fa intravedere quei sintomi tipici che sono presenti anche nella mia testa e che io chiamo “sindrome del serial killer”.

Per poter fissare una realtà del divenire, che appare sempre più incomprensibile nel suo flusso senza senso, il serial-killer ha la necessità di replicare, sempre più ravvicinata nel tempo, la stessa scena riprodotta uguale a se stessa all’infinito. Così facendo trova in quella scena un appliglio, un punto fermo, nel caotico vorticare della sua mente insana.

Così, il saggista affetto dalla “sindrome del serial-killer” ha la necessità di generare sempe la stessa idea, per tentare di fermare il vortice del non-senso, fissandolo in un fotogramma immobile che replica incessantemente. Questa è evidentemente una presunzione, ma serve per tranquillizzarlo e permettergli di descrivere il mondo con un inganno, un mascheramento. Una sindrome ricca di implicazioni proficue, visto che è l’unico metodo per dragare in profondità e sempre più affilatamente.

Quando ero un bambino e collezionavo conchiglie  e sassi mi sorprendevo a raccogliere sempre la stessa conchiglia (tanto che ora conservo ancora delle scatole piene di “cardium edulis”) di dimensioni diverse e differenti solo per degli impercettibili particolari. Affinavo la mia vista a riconoscere differenze che un occhio disattento non coglieva. Così come mi innamorai della durezza, levigatezza e sfericità dei ciottoli che talvolta si trovano sulle spiagge. Raccoglievo pietre sempre uguali, nel tentativo di avvicinare “la Pietra”, quella dalla sfericità assoluta.

Anch’io affetto dalla sindrome del serial-killer; reiteravo all’infinito la scena del ritrovamento di un oggetto uguale al precedente (anche se diverso in qualche microscopico particolare) proprio per fissare una realtà che mi appariva sempre più caotica, vorticosa e priva di senso, e nell’illusorio avvicinamento ad una perfezione sfuggente. Mettevo in scena la rappresentazione di un presunto percorso di avvicinamento.

Bauman è maestro in questo, e ne sono dimostrazione le tante variazione sul tema che ha collezionato nel tempo. E che in un mondo liquido lui stesso senta, come tutti quelli affetti dalla sindrome del serial killer in circolazione, la necessità di replicare all’infinito un fotogramma tranquillizante è comprensibile.

Condivisibile se poi si pensa a come, con reiterate analisi, riesca ad analizzare diverse situazioni e contesti alla luce di questo “frame”, di questa cornice che fa da contorno alle immagini che con felici pennellate riesce a delineare.

Che poi, oltre a questa sua propensione seriale, la sua cifra sia quella del saggio breve, brevissimo o dell’articolo scientifico è testimoniato in questi giorni da un libriccino appena uscito per Laterza dal titolo Capitalismo parassitario che raccoglie due brevi scritti che sono un esempio didascalico del suo modo di scrivere, pensare, investigare.

Lo sfondo dei due articoli è la recente crisi che ha investito le economie del mondo industrializzato. Nel primo scritto che dà il titolo al libro descrive il capitalismo come un sistema parassitario che come tutti i parassiti può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l’ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza.

La sua forza sta nella straordinaria ingegnosità con la quale esso cerca e scopre specie ospitanti nuove ogni volta che le specie sfruttate in precedenza diminuiscono di numero o si estinguono. È così che Bauman spiega la nascita, attraverso le carte di credito, della figura del “debitore eterno”, che a partire dalla promessa che non era necessario, per soddisfare i propri desideri, avere prima denaro sufficiente, si rasforma in un incubo schiavizzando il debitore con una ulteriore promessa. Con l’aiuto delle banche amiche, che non richiedono la restituzione dei soldi prestati ma che consentono di accedere a nuove forme di debito, ha, come appunto i parassiti, prosperato per un po’ sulla pelle di questi nuovi soggetti fino a distruggerli, come aveva fatto in precedenza con i consumatori non indebitati ormai completamente fagocitati. L’attuale crisi moderna è il paradigma dunque di questo sistema parassitario che ha trovato nello Stato connivente ua sponda formidabile, come è testimoniato dalla crisi innescata dai mutui subprime che su iniziativa del Presidente Clinton furono introdotti negli Stati Uniti (a fin di bene qualcuno dirà e cioè per garantire un mutuo per la casa a quei soggetti che non potevano accedervi).

Nella sua trasformazione finanziaria il capitalismo teme sommamente la scomparsa del’indebitato, testimoniata dalle parole del segretario americano al Tesoro dell’amministrazione Bush che dichiarò che “una capitalizzazione più forte è essenziale per incrementare il credito elemento vitale per la ripresa economica”.

«Nella mente di quelli al potere – scrive Bauman – più credito (cioè la produzione in serie di individui indebitati) resta la chiave della prosperità economica, sono soltanto le attività problematiche, non le istituzioni problematiche, a causare problemi; e quello che serve per la salvezza di noi tutti è una medicina, non un coraggioso intervento chirurgico».

Non abbiamo cominciato ancora a ragionare seriamente sulla sostenibilità di questa nostra società alimentata dai consumi e dal credito. Il ritorno alla normalità , preannuncia un ritorno ai metodi sbagliati. Ma quello che è avvenuto in realtà è una trasformazione dalla società “solida” dei produttori alla società “liquida” dei consumatori. La fonte primaria di accumulazione capitalistica è stata trasferita dall’industria al mercato dei consumi. È per questo che servono sovvenzioni statali per consentire al capitale di vendere merci e ai consumatori di comprarle. Il credito è il congegno magico per assolvere a questo doppio compito.

Lo smantellamento dello stato sociale è un’operazione consequenziale al fatto che le fonti del profitto del capitalismo si sono spostate, o sono state spostate, dallo sfruttamento della manodopera operaia allo sfruttamento dei consumatori. E perché i poveri, per rispondere alle seduzioni dei mercati consumistici, hanno bisogno di denaro. È in questa trasformazione che risiede la forza del credito, dell’ indebitamento e la fragilità e asfissia che mina lo stato sociale.

Forse quell’operazione chirurgica per rimuovere il cancro che ha invaso la nostra società dovrebbe essere opera di quel medico, lo Stato, che però pare più interessato a propinare brodini caldi e aspirine al corpo esausto della popolazione. Più interessato ad ossequiare ed assecondare il suo alleato mostro che assume nelle pennellate realistiche di Bauman le sembianze di un enorme parassita pronto a mangiarsi tutto. Lui il vero Leviatano: il capitalismo finanziario senza volto che tenta di rifondarsi uguale a se stesso con l’aiuto dei soldi dei suoi sudditi. Quei cittadini che attraverso lo Stato stanno pompando denaro su denaro nelle casse delle banche.

Che, pronte a presentarsi con il loro ipocrita volto umanitario, ci diranno “Passata la crisi, siamo nuovamente qui per concedervi prestiti che non esigeremo mai solo se inchinerete la vostra testa di fronte a nuovi crediti che vi doneranno un’infernale subitanea felicità”.

Inchinatevi tutti o novelli “debitori eterni”, Bauman il grande diagnostico affetto dalla “sindrome del serial killer” non ha cura da offrire se non una vigile, reiterata, paranoica insonnia che ci impedisca di cadere vittime di questo sortilegio pronto ad ipnotizzarci tutti.

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