Samuele Bersani. Via da Chicco e Spillo

Federico Zamboni


Samule Bersani, “Un periodo pieno di sorprese”,
dall’ultimo album: Manifesto abusivo, 2009

bersani_-fondo-magazineSette album in vent’anni. Una cadenza triennale che si ripete dal 1994 e che la dice lunga sul suo desiderio di inseguire l’ispirazione, piuttosto che il successo. E sulla consapevolezza che una canzone, se non miri solo a vendere dischi e ad accumulare quattrini, è ben altro che un’istantanea da scattare-sviluppare-stampare nel più breve tempo possibile, per poi distribuirla ai fan come una foto promozionale “con firma autografa dell’autore”. Una canzone, se hai avuto la fortuna di crescere libero dalle mode e di imbatterti per tempo negli artisti veri (che rimangono tali dentro o fuori le Hit Parade, perfettamente a loro agio in un piccolo locale o in un grande teatro, troppo intenti a viaggiare per domandarsi chi ci sarà ad accoglierli al punto d’arrivo), è il tuo modo di dire al mondo che ci sei e che non ti sei ancora fermato. Sei stato bene, e vorresti condividere quel bene. Sei stato male, e vorresti cancellare quel male.

Samuele Bersani si sente innanzitutto un musicista, e infatti i testi li aggiunge solo in un secondo momento. Prima deve innamorarsi dei suoni, convincersi che non si tratta soltanto, al di là delle buoni intenzioni, dell’ennesimo riverbero dell’immaginario collettivo: luoghi comuni assorbiti senza volerlo, per il semplice fatto che si vive qui, risucchiati nello stesso traffico di macchine e di avvenimenti, di clacson e di notiziari, di conoscenti che non ti interessano e di persone interessanti che non hai modo di conoscere. In un’altra situazione, forse, troverebbe la musica e si fermerebbe lì: le parole rimarrebbero in una dimensione privata, nelle pagine di un diario (pieno di divagazioni e quanto mai discontinuo) o più probabilmente nelle lettere a qualche amico o a qualche amore. Ma le canzoni esigono un testo. E a lui piace moltissimo cantare. E trovare qualcuno che scriva testi davvero belli è quasi impossibile: i parolieri di mestiere hanno più tecnica che cuore, i dilettanti il contrario. I poeti si tengono stretti i loro versi. I grandi cantautori pensano a se stessi, e ogni tanto alla Mannoia. Bersani, che pure aveva esordito ad appena vent’anni con Il mostro, non è tipo da scrivere di getto, ma ha idee inconsuete e una dedizione assoluta. Sembra osservare le parole con lo stesso atteggiamento con cui Ivano Fossati osserva gli accordi: non basta che stiano bene insieme e che piacciano agli altri; il loro fascino deve avere qualcosa di insolito, quasi di impervio; la loro armonia deve essere conquistata sul campo, correndo tutti i rischi del caso. Bisogna pensarci e ripensarci, prima di venirne a capo. Liberarsi di ciò che è banale. Avventurarsi dove le forme sono più complesse non per un esercizio di stile ma per un dovere di originalità.

È un lavoro maledettamente impegnativo. Maledettamente incerto. Come un corteggiamento in cui l’innamorato sei solo tu. Come individuare la strada che ti farà uscire dal labirinto, restituendo agli occhi e al cuore uno spazio aperto e ospitale, dopo tutti quei corridoi angusti e quelle svolte ingannevoli. Devi sforzare la memoria, per riuscirci. Non solo per ricordare il percorso che hai fatto e che ti ha portato fin qui – dove c’è così tanta gente e nessuno a cui chiedere – ma soprattutto per non dimenticare cosa c’era là fuori, prima che il mondo si trasformasse in un ipermercato. E la vita in un reality show.

httpv://www.youtube.com/watch?v=7Nudc9P2Cpk

Samuele Bersani ci prova. Conta i propri passi e osserva le tracce. Le sue e quelle degli altri. Ogni tanto scova qualcosa di interessante. Pensa “hey, guardate un po’ qua”. Gli vengono in mente delle parole. Le dispone accuratamente su una musica che ha già trovato e sistemato con tutta la cura di cui è capace. Scrive una canzone. Dice “hey, ascoltate un po’ qua”. Non è mai troppo sicuro che l’invito vada realmente a buon fine. Che venga raccolto davvero e fino in fondo. Le canzoni sono un ottimo sistema per richiamare l’attenzione su di sé. Ma l’attenzione e la comprensione non sono affatto la stessa cosa. La rima promette più di quel che mantiene: proprio come nelle canzoni, l’assonanza tra le parole prefigura un legame profondo che in molti casi non c’è.

«Mi annoio a fare due volte la stessa cosa. Ho i miei artisti di riferimento in Elvis Costello e Battiato, che non hanno paura di andare in direzioni diverse. Altrimenti è solo un’operazione rassicurante: entri in un negozio di dischi e compri sempre la stessa canzone. Non è il mio caso.»

È il suo nemico giurato, la superficialità. La teme come un virus, più che come un avversario in carne e ossa. Una minaccia incombente che può annidarsi ovunque e colpire quando meno te lo aspetti. Un virus mutante che si rigenera di continuo, in infinite variazioni del ceppo originario. Abitudine. Pigrizia. Generalizzazione. Questo dannato bisogno di semplificare tutto per renderlo immediatamente comprensibile. Questo dannato bisogno di standardizzare tutto per venderlo più facilmente. L’arte ridotta a psicofarmaco “da banco”. Il fai da te delle emozioni: come si diceva un tempo, ognuno è il miglior medico di se stesso. Come si vede oggi, il medico si è trasformato in spacciatore. E non ci pensa due volte a rifilarti di tutto.

Bersani gira al largo, per quanto gli è possibile. Da un lato non vorrebbe giudicare nessuno, per non precipitare nella presunzione. Dall’altro non è disposto a fare finta di nulla, sprofondando nell’acquiescenza. Dice cose anche dure, ma più come una riflessione personale che non come un proclama. Il suo vero “manifesto abusivo”, per restare al titolo del nuovo album, sarebbe probabilmente un grande foglio scritto a mano e realizzato in un solo esemplare. O tutt’al più in pochissime copie. Un testo pieno zeppo di parole, che non rientravano nelle intenzioni iniziali ma che non c’è stato verso di arrestare, via via che venivano a galla. Cambi di scena e di atmosfera. Interessante ma difficile. Da leggere un po’ per volta. Da rileggere a distanza di tempo. Niente a che vedere con Chicco e Spillo o con Coccodrilli. Musiche più frastagliate. Situazioni meno accattivanti. Emozioni da ragazzo e pensieri da adulto. La maturità dei quarant’anni che bussa alla porta. La giovinezza che un po’ fa finta di non sentire e un po’ ha un gran voglia di scoprire se “quella lì” viene solo a togliere, o anche a dare.

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