Emanuel Carnevali. Il primo dio…

C’è forza nella pioggia che bagna il bordo del lavandino e le mie braccia tese oggi (…) Emanuel Carnevali morto di fame nelle cucine d’America, sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America, scrivevi…

Massimo Volume – Il primo Dio

carnevali_primodio_fondo-magazineIl primo a parlare di lui, in Italia, fu Ezra Pound, durante un’intervista rilasciata a Carlo Linati per Il Corriere della Sera: «Adoro quel tipo – dichiarò Pound –  in America tutti scrivono come lui». Precursore della beat generation e capostipite degli scrittori italo-americani alla John Fante, Emanuel (Manuel) Carnevali rappresenta il trait d’union fra il simbolismo francese e la poesia americana post Whitman. Dopo la morte prematura di Carnevali, sopragiunta nel ’42, su di lui e sulla sua opera, solo il silenzio, fino al 1978, quando Adelphi pubblica Il primo dio (Poesie scelte- Racconti) a cura di Maria Pia Carnevali, sorella e curatrice degli scritti di Emanuel.

Toscano come Dino Campana,  come lui errabondo, a soli sedici anni, per sfuggire da una realtà opprimente, Carnevali emigra in America adattandosi ai lavori più umili. Fa il lavapiatti, il manovale, lo spalatore di neve; intanto però si guarda in giro e inizia a imparare l’inglese leggendo le insegne pubblicitarie e i quotidiani lasciati dai passanti sui marciapiedi di New York. In questo periodo Carnevali inizia a interessarsi di poesia e il suo primo verso, come tutto ciò che scriverà in seguito, è in inglese: «Love is a mine hidden in the mountain of our old age». Da qui in poi, per lui, sarà un’ascesa inarrestabile nel mondo della letteratura americana. Il suo esordio è sulla rivista The Seven Arts ma il trampolino di lancio è Poetry, pubblicazione più nota fra i pochi addetti che al grande pubblico ma lasciapassare fondamentale per chi, come lui, vuole fare breccia nelle migliori menti pensanti della poesia statunitense.  Per le edizioni Others traduce brani di Prezzolini, Papini, Soffici, Slataper, Palazzeschi ma anche Govoni e Di Giacomo.

Per dirla con Jünger, l’intento di Carnevali  è dare battaglia, sia pure disperata, a tutto ciò che vi è di conformista e accademico all’interno della poesia americana. In tal senso è da ricordare il duello con Williams circa la differente visione valoriale da attribuire alla tecnica scrittoria a fronte dell’esperienza umana del poeta. Durante un party organizzato dalla redazione di Poetry, l’auto-didatta italiano accoglie la sfida lanciatagli da Williams. Come ha scritto Francesca Congiu, Carnevali sostiene una concezione della poesia che non sia mera tecnica e lavoro di superficie, ma derivazione diretta dall’umanità della persona, intesa come totalità, nella sua vicenda biografica, fisica e psicologica. (1)

Se i rapporti di Carnevali con i colleghi americani non sono propriamente rosei, neanche quelli con i compatrioti sono migliori. Tale atteggiamento muta, in parte, in seguito alla lettura di alcuni numeri de La Voce. Carnevali rimane folgorato dalle invettive papiniane, tanto da iniziare un proficuo rapporto epistolare che si protrarrà nel tempo, sia con Papini che con alcuni vociani. La sua vera passione, però, rimangono i maudit francesi, tra questi, il più amato è Jules Laforgue: «Mi permetta di inviarle – scrive Carnevali in una lettera indirizzata a Harriet Monroe – un articolo su Jules Laforgue. Ezra Pound ha già scritto su di lui e così hanno fatto mille altri, a venti dei quali ho dato un’occhiata; e io voglio ancora scrivere un articolo su Laforgue. Presuntuoso, eh? Vede, Laforgue è morto, credo, nel 1887 e la sua opera è stata totalmente ignorata (…) Laforgue è un poeta. Non snob, anche se si avvicina al limite della grandezza, come Ezra Pound forse è andato al di là di essa camminando sull’orlo e, pieno di paura, deve essere caduto nell’abisso che è proprio al di là dell’arte, arte divina, salutare, difficilissima da afferrare, equilibrio della mente.(…) » (2)

Parole profetiche le sue, dato che di lì a poco anche Carnevali rimarrà ustionato dal sacro fuoco dell’arte. Dopo un periodo di alti e bassi, dovuto fondamentalmente alla sua anomala condizione di déraciné della letteratura, il Poeta abbandona lavoro e affetti per rifugiarsi nei vicoli malfamati di Chicago. Come nella migliore delle tradizioni del maledettismo, sarà una prostituta a raccoglierlo dalla strada, tentando di aiutarlo a rimettere insieme i cocci di una vita ormai allo sbando. Di questo periodo è la poesia In grigio, uno scritto che riassume meglio di qualsiasi nota biografica, l’effettivo stato d’indigenza e malessere esistenziale a cui il Poeta si era volutamente sottoposto:

Il giorno mi pesa addosso come una tonnellata di fumo.
Le cose già fatte sono
cadaveri che riempiono di fetore
le stanze grigie dei miei ricordi.

Eppure, nonostante i dissidi e gli scontri con i colleghi, alcuni di loro non dimenticano Carnevali e la sua opera di rinnovamento.  William Carlos Williams, ad esempio, dedica all’italiano, un intero numero di Others, l’ultimo: «Emanuel Carnevali, il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste, la fine di Others […]. Io celebro il tuo arrivo. È per te che noi venimmo fuori, noi vecchi nel buio […]. Others è giunto alla fine. Dopo questo io mi rifiuto di pubblicare un altro numero. Others non è sufficiente» (3) Durante uno dei pochi slanci di vitalità, Carnevali decide di scrivere nuovamente a Papini al fine di ottenere il nullaosta per pubblicare in America una rivista sulla falsariga de La Voce. Non se ne farà niente, a causa dei ripetuti ricoveri del poeta.  Entra ed esce dalle cliniche, un po’ per curare l’encefalite letargica di cui soffre da tempo, un po’ per rimettere a posto i nervi. Carnevali è uno di quegli uomini che sembrano sapere che la vita non gli ha concesso molto tempo,  perciò va sempre di fretta, il suo vagabondare è, a tratti, spasmodico e non riesce a trovare pace in nessun luogo.

Una sua collocazione terrena ed esistenziale, Carnevali sembrò averla trovata fra le dune dell’Indiana; lì piantò la sua tenda, in riva a un lago, nei pressi di Chasterton. Da qui scrisse a Carl Sandburg, il suo agente: «Vieni alle dune, Carl, vecchio mio. Vieni a bagnarti nel mio lago, mio per una cerimonia in cui il segreto di ognuno di noi fu rivelato all’altro (il mio col santo vincolo del matrimonio) perché fui io stesso a lanciare nel lago i mille anelli d’oro del tramonto e a tuffarmi per raccoglierli dal fondo giallo-blu. Ti darò sciroppo di ciliegie selvatiche, fatta da me, su una frittella fatta da me. Ti mostrerò duecento rospi che saltano attorno alla mia capanna, scioccamente spaventati da noi due. Sonnecchierai in una capanna in cui il mio corpo ha spremuto un gentile profumo di erbe e su rami sui quali il mio corpo (che non aveva dormito da mesi) ha finalmente dormito. E io ti inizierò alla santità e alla gloria di tutto. Io sono il gran sacerdote di questo cielo, sono il Papa di questo lago. E questi pini, tigli e querce ti daranno lo stesso amore che danno a me, poiché mi hanno udito recitare poesie tue e ti conoscono come mio fratello e amico. Sul serio, Carl, se Emanuel diventa matto o idiota oppure se annega o brucia completamente al sole, oppure se lo colpisce il fulmine, egli parlerà bene di te in paradiso. Dirà a Gesù Cristo & Maometto & Budda, come il loro benedetto agente Carl Sandburg stia facendo il suo sacrosanto dovere sulla terra. (…)  E ho dato a voi, tutti inconsapevoli, un amore più puro di tutte le mie parole. E non l’amore di un Satellite, lasciami essere tanto antipatico da dirlo. E se tu non vieni alle dune, sappi però che loro ti aspettano e che il Gran Sacerdote ha detto una Messa Solenne per il tuo arrivo»(4)

Il primo Dio aveva finalmente trovato il suo Regno, la sua Chiesa, il suo Tempio.  Una religiosità, quella di Carnevali, di cui spesso si è dibattuto, accostandola alternativamente  al duo Hölderlin – Nietzsche, o all’orfismo caro a Campana.  In realtà la religiosità di Carnevali ha certamente echi rintracciabili nelle succitate categorie ma è sicuramente molto più simile a quel misto di paganesimo e cristologia che ha trovato in Rimbaud il suo massimo esponente. “Urlavo a squarciagola – scrive Carnevali –  la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’ Unico Dio” (5)

In breve tempo, però, il paradiso si tramuta nuovamente in inferno; per riuscire a raccattare quei due soldi necessari per vivere, Carnevali è costretto a far ritorno a Chicago e a guadagnarsi da vivere facendo il cameriere. Ormai non può più scrivere: l’encefalite, causa se non di tutte, di gran parte delle sue sventure, gli impedisce di tenere fra le mani una penna, come di battere correttamente sui tasti della macchina da scrivere. In seguito all’ennesima crisi, dovuta anche all’abuso di morfina, gli amici poeti faranno una colletta per pagargli il ritorno in Italia, nella speranza che almeno in patria, Carnevali potesse essere supportato dall’affetto dei familiari. In realtà i parenti, soprattutto il padre, avevano abbandonato Emanuel a se stesso da tempo. Infatti, a sostenere il Poeta durante i suoi ultimi giorni in ospedale, ci pensò Ezra Pound, che non si era dimenticato del giovane italiano che aveva dichiarato guerra all’intellighenzia americana, la stessa che lo aveva bistrattato dopo la sua adesione al fascismo. Pound andrà a trovare di sovente Carnevali, pagandogli le cure, diffondendo i suoi scritti e affidandogli la traduzione di alcuni Cantos. Di Carnevali e della sua sorte se ne occuperà anche il senatore nazionalista Luigi Federzoni, pronto a finanziare il trasferimento del Poeta in Bulgaria, dove sembrava si fossero scoperti miracolosi medicamenti per gli encefalitici.

Purtroppo il Poeta non avrà né il tempo, né la possibilità di curarsi. La mattina dell’undici gennaio del ’42, in una clinica psichiatrica bolognese, Carnevali muore strozzato da un tozzo di pane. E chissà che Pound non stesse pensando proprio all’orrenda fine dell’amico, quando scrisse, denunciando il cancro usuraio: “il tuo pane sarà straccio, vieto arido come carta”.

__________________

(1) Francesca Congiu,  Il caso di Emanuel Carnevali, UniCa Eprints

(2) Emmanuel Carnevali, Saggi e Recensioni – Maria Pia Carnevali –  Frammento di lettera del 1918 a Harriet Monroe

(3) G. C. Millet – E. Carnevali, Voglio disturbare l’America, lettere a Benedetto Croce e Giovanni Papini

(4) Francesca Congiu –  Il caso di Emanuel Carnevali – Frammento di lettera scritta a Carl Sandburg ora in E. Carnevali, Diario Bazzanese

(5) Emmanuel Carnevali, Il primo Dio – Ed. Adelphi

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