Regolarizzazioni. Ipocrisia clandestina

Mario Grossi

legalita12_fondo-magazinePer la CGIL dovevano essere più di un milione. Le fonti governative parlavano di oltre cinquecentomila. Sono state meno di trecentomila. Sto parlando delle richieste di sanatoria per le badanti e le colf che lavorano in condizioni di clandestinità nel nostro paese. Praticamente un flop che non permette di regolarizzare niente e seppellisce il problema sotto una spessa coltre di omertà. Così mentre s’inaspriscono le azioni contro i clandestini che vanno da una rigida e disumana recrudescenza dei respingimenti, alla detenzione, la soluzione del problema viene insabbiata.

Certo il rigore è d’obbligo per un problema esplosivo, ma quelle cifre che ci dicono che pochissimi datori di lavoro di questi novelli schiavi si sono preoccupati di regolarizzare le loro maestranze la dice lunga sulla nostra ipocrisia nazionale. Verranno introdotti i dialetti nelle scuole, il federalismo fiscale nelle regioni, le divisioni tra Nord e Sud si faranno laceranti ma finchè terrà l’ipocrisia non c’è da temere, per l’unità d’Italia, nessuna secessione. Eppure dovrebbe essere un gesto non solo dovuto ma anche semplice. Che cosa impedisce ai datori di lavoro che si avvalgono dei servizi resi loro da questi clandestini, il regolarizzare posizioni che ormai la legge giudica criminali? È presto detto.

Per poter regolarizzare un clandestino il datore di lavoro deve versare contributi per un minimo di 20 ore, pagare 500 euro (più i bolli) per definire la pratica e soprattutto deve dichiarare un reddito di almeno 20000 euro lordi l’anno. Tutto l’inghippo sta appunto qui. Nessuno o pochissimi di coloro che si servono di clandestini vogliono realmente regolarizzarli. Costerebbe loro troppo sotto tutti i punti di vista. Da un lato dovrebbero pagarli regolarmente, versando nelle tasche dello stato contributi e tasse che non hanno pagato fin qui e che non hanno intenzione di versare in futuro, dall’altra rinuncerebbero ad un soggetto debolissimo come controparte che oggi permette loro di imporgli agevolmente qualsiasi cosa, certi che il poveraccio si sottoporrà coattamente e silenziosamente a tutto pur di non essere denunciato come clandestino. Certo la legge prevede anche delle sanzioni e delle condanne per chi utilizza i clandestini, ma come sappiamo bene, in Italia, la legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale di altri.

Qualcuno dirà che sto sbagliando e che la mia visione è ideologica perché le badanti e le colf sono assoldate anche da famiglie non propriamente ricche e che l’emersione del nero le penalizzerebbe impedendole di accedere a un servizio, diventato troppo caro. Ma qui ho due cose da dire. La prima è che forse sarebbe il caso che lo Stato metta fine a questa guerra fra poveri. La seconda è che sarebbe ora che, nei reali casi d’indigenza, lo Stato si ponesse come supplente nei confronti della famiglia povera e paghi lui il servizio di assistenza, colpendo duramente invece chi ci marcia.

In realtà temo fortemente che il nocciolo della questione sia proprio quella dichiarazione minima di 20000 euro che chi vuole regolarizzare il suo dipendente deve fare. Per tutta quella pletora di cittadini, sedicenti poveri, che o non dichiarano niente o che dichiarano cifre ridicole il dover affermare di guadagnare lorde 20000 euro è uno scoglio insormontabile, una bestemmia. 20000 euro che significa, se consideriamo i canonici 12 mesi l’anno, 1670 euro lorde al mese che nette fanno poco più di 1000 euro.

Considerando il reddito non singolo ma di nucleo familiare (la legge prevede una dichiarazione minima di 25000 euro) la musica non cambia. Appare francamente grottesca.

Da qualunque parte la si veda questa storia dei clandestini e della loro regolarizzazione acquista toni farseschi (se non fossero tragici). Nessuno in realtà dovrebbe approfittare di questa situazione e tutti dovrebbero volerne la regolarizzazione. Lo dovrebbero volere i cattolici perché, se è vero che Dio ci ha fatti tutti fratelli, il tenere altri uomini in condizioni di tale subalternità criminale dovrebbe stringergli il cuore.

Lo dovrebbero volere i progressisti di sinistra che, laici e illuminati, si riferiscono a una visione del mondo che non contempla questa privazione di diritti civili. Lo dovrebbero volere i lliberal/liberisti perché contemplare la presenza di una forza lavoro che, in virtù del fatto di essere pagata in nero genera una turbativa di mercato configurando una concorrenza sleale tra imprese, è considerato peccato mortale dal Capitalismo. Lo dovrebbero volere gli statalisti perché sottrarre alle casse nazionali risorse da impiegare per la cittadinanza è per loro reato grave e odioso.

Tutti insomma, in funzione dei loro valori di riferimento tanto sbandierati in ogni occasione, dovrebbero con tutte le loro forze voler far emergere dalla clandestinità questi lavoratori, ma nessuno in realtà fa niente, anzi spera dentro di sé che nulla accada per evitare di dover pagare di più ciò che finora ha avuto a basso costo.

Sono gli stessi magari che tuonano contro gli sbarchi illegali augurandosi brutali respingimenti, che invocano sanzioni e pene esemplari per chi viene colto sul suolo patrio senza documenti, ma che per loro stessi, anche se infrangono la legge occupando clandestini, non invocano la stessa durezza, ritenendosi anzi dei filantropi perché danno da lavorare a gente che altrimenti morirebbe di fame.

Sono gli stessi che elargiscono un’elemosina allo zingarello sul sagrato della chiesa dopo la funzione domenicale, sono gli stessi che sproloquiano nei “salotti buoni” della sinistra chic, ora sostituiti da quelli della destra liberale, sui principi cardine della Rivoluzione Francese e sui valori dell’Occidente.

È difficile parlare di Giustizia per un prossimo a noi assai vicino e a nostre spese, mentre non costa niente parlare di un’astratta Giustizia per individui lontani migliaia di chilometri.

Quando sono colpiti nel loro intimo, nel solo intimo che veramente vale per loro (e che li fa muovere), reagiscono tutti allo stesso modo, cristiani, laici, progressisti, liberisti, liberali, difensori dei valori dell’Occidente, paladini della modernità, cultori del multiculturalismo, fanatici della globalizzazione, con tutta l’ipocrisia di cui sono capaci.

Vizi privati, mascherati con pubbliche virtù (ammesso che partecipare a una messa o prendere un tè in un salotto siano delle virtù). Il tutto tenuto insieme da quel poderoso collante che è l’ipocrisia.

Un’ipocrisia militante utile a sostenere l’unico vero valore che sentono proprio e che davvero si può dire li livella tutti: il denaro.

È contro questa classe trasversale e potentissima che uno Stato degno del suo nome dovrebbe combattere. Da un lato organizzando un servizio sociale che sia un vero supporto per chi ne ha bisogno e dall’altro colpendo duramente chi, col suo comportamento, tiene in uno stato di semischiavitù uomini, sottrae risorse alla comunità, ne approfitta per il proprio interesse personale.

Per organizzarsi non occorre avere una grande fantasia, basta guardare cosa si organizzò in Italia negli anni Trenta per capire che, se l’obiettivo vero è il sostegno della popolazione, le cose si possono fare e fare bene.

Ma questo non si può più dire perché nel Paese “liberato”, “pacificato”, fondato su principi d’uguaglianza e di fraternità suona come un’eresia impronunciabile.

Si chiede il silenzio per non intralciare la funzione, per non insolentire la padrona di casa.



Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks