Leni Riefenstahl. Le statue viventi di Olympia

Luca Leonello Rimbotti

httpv://www.youtube.com/watch?v=x6-0Cz73wwQ
(Leni Riefenstahl, Olympia, prologue)

Quando, nel 1936, la famosa regista  ricevette l’incarico di fare un film sulle Olimpiadi di Berlino, ciò che ne uscì non aveva nulla della retorica  buonista sulla partecipazione, quale che sia. Nessuna celebrazione della kermesse pacifista e cosmopolita, secondo la degradata idea moderna di Olimpiadi. Leni fece un documentario improntato ai valori che furono originari di Olimpia ellenica: il trionfo della fisicità sana, la divinizzazione del corpo umano, la gloria della lotta e dell’agonismo. Ma Olimpia antica fu anche e soprattutto un’altra cosa: una festa delle stirpi greche. Faccenda riservata ai soli Greci, dunque ideale non mondialista ma esclusivamente “panellenico”. La partecipazione era riservata ai membri di quell’unico popolo che, sia pur frazionato in numerose entità politiche, sentiva tuttavia in modo viscerale l’istinto dell’appartenenza comunitaria. Impensabile un’apertura dei giochi al mondo dei “barbari”. Questo esclusivismo discriminatorio non compare nel filmato di Leni, opera in questo senso prettamente moderna. Anzi, da razzista ma non xenofoba, che cioè crede nella differenziazione dei tipi e nella ricchezza del multiforme, Leni indugia a lungo sugli atleti asiatici e su quelli di colore: la diversità, innanzi tutto… Eppure, proprio Leni, nelle sue memorie, ha scritto che la sua idea di Olimpia gli si formò nella mente come una specie di visione sul mondo antico che riprendeva vita, come in un sogno ad occhi aperti.

leni-riefenstahl_-fondo-magazineEra l’animarsi di un ricordo ancestrale: «Vedevo  le rovine dei teatri olimpici dell’antica Grecia emergere piano piano dalle nebbie; davanti ai miei occhi sfilavano i templi della Magna Grecia, i fregi e le statue: Achille e Afrodite, Medusa e Zeus, Apollo e Paride e, infine, il discobolo di Mirone, che si trasformava in un uomo e, con un movimento al rallentatore, si apprestava a lanciare il disco…Poi le statue si mutavano in danzatrici del tempio greco che si dissolvevano tra le fiamme. Pensavo al fuoco olimpico che accende la fiaccola e che, dal tempio di Zeus, avrebbe dovuto essere trasferito nella Berlino del 1936: un ponte gettato fra il mondo antico e l’età moderna…». Questo vagheggiamento visionario di un lontano mondo di statue che si animano e diventano corpi tesi nell’armonia dello sforzo si materializza nell’incipit del documentario. Con effetti di dissolvenza esaltati dai contrasti di luce e dall’uso della pellicola in bianco e nero, secondo modi insuperati dalla filmografia posteriore. E davvero vediamo gli antichi campioni rivivere, soffrire, vincere e perdere.

La plastica perfezione di un corpo giovane e proteso fu un ideale greco di nobiltà, di forza e di bellezza, che trovò a Olimpia il suo culto popolare. Tempio divino, ricetto di gloria ultraterrena, il corpo umano celebrato dai Greci fu una vera ideologia, un modo d’essere cui si legavano le idee di buona nascita – la “eugenèia” -, di salutare contatto con la natura, di sereno istinto di lotta proteso all’immortalità. Con la bellezza fisica, di stampo divino, si cantava la perfezione della genealogia, quello che i poeti chiamavano “immenso seme”, garanzia di purezza e di salute sia fisica che psichica. «È la nascita tutto il nostro meglio», cantava Pindaro nelle “Olimpiche”, «perché buoni e sapienti si diviene grazie a un dèmone nostro»…l’atleta vittorioso veniva divinizzato, diventava un eroe popolare, era un simbolo di ordine e armonia, era il segno che qualche dio benigno elargiva il suo favore…e poi, si sa, i Greci erano un tantino fieri e orgogliosi, diciamo pure che erano francamente razzisti a tutta prova e senza complessi, e pure convintissimi della superiorità morale e materiale della loro civiltà su tutte le altre.

E a Olimpia c’è molto di questo orgoglio panellenico, lo si respira tra le rovine come in presenza dei marmi e dei fregi, è tutto un celebrare le grandezze intime della tradizione e del popolo: qualcosa che alla decrepita Europa di oggi, quotidianamente stuprata nel corpo e nell’anima, farebbe maledettamente comodo, se appena appena volesse sopravvivere a quella grande catastrofe democratica che è la globalizzazione.

Nell’angolo destro del frontone orientale del tempio di Zeus a Olimpia c’era un gruppo statuario – oggi visibile al Museo in cui si ripercorre il mito di Alfeo e Aretusa. Si tratta di un vero mito razziale. La ninfa achea Aretusa, al ritorno da una battuta di caccia, decise di ristorarsi nelle fresche acque del fiume Alfeo, che scorre nei pressi di Olimpia. Ma questi, non appena la vide nuda in tutta la sua abbagliante bellezza, se ne innamorò all’istante. Confusa e intimorita dalle proclamazioni d’amore di Alfeo, Aretusa fuggì chiedendo ad Artemide di soccorrerla. La dea l’avvolse in una nuvola e la portò nell’isola di Ortigia, a Siracusa, dove la mutò in sorgente. Alfeo non ebbe esitazioni: si gettò in mare e, ben attento a non confondere le proprie acque con quelle salate del mare, finalmente poté congiungersi con quelle purissime dell’amata. Un mito sulla purezza, sulla congiunzione degli uguali e sulla vittoriosa attrazione di energie naturali incontaminate. Con al centro l’idea della sorgente pura, che significa origine, provenienza, fonte identitaria incorrotta.

Non è un caso che questo mito sia stato rappresentato sul gigantesco tempio olimpico dedicato a Zeus, una delle sette meraviglie del mondo, di cui oggi rimane ben poco. Olimpia voleva essere innanzi tutto la solenne celebrazione dell’identità originaria del popolo greco. L’area sacra di Olimpia era sorta come santuario dell’eroismo vittorioso sin da quando i Dori calati dal Nord, duemila anni prima di Cristo, avevano occupato la Grecia, da allora popolandola dei loro miti e dei loro simboli. Erano gli “Eraclidi”, i devoti di Eracle, figlio di Zeus ed eroe fondatore dei giochi.

Ed ecco che si comprende il significato vero e più interno delle Olimpiadi: metafora pacifica – ma niente affatto pacifista dell’idea di lotta per la vita e per il destino, alla quale i Greci attribuivano un significato profondamente religioso. E al culmine della lotta c’è ogni volta la vittoria. E Nike è appunto la sovrana presenza di Olimpia. La Nike di Peonio, superba statua in marmo di Paro, è un emblema della Weltanschauung dorica: potenza e bellezza riunite in un’unica rappresentazione. La divinità alata, in atto di calare sul destino umano, reca in mano la corona d’alloro della gloria e domina un’aquila ad ali spiegate, che plana sotto di lei. Fu un’offerta votiva dei Messeni per una battaglia vittoriosa, ma nessuno trovò disdicevole metterla a supremo simbolo degli agoni olimpici. Pacifismo esangue? Retorica egualitaria? Elogio dell’indifferenziato e dell’ibrido? L’antagonismo sano, che è tipico di razze giovani e vitali, la serena accettazione della prova, il contemplare la stessa morte con onore come il miglior destino per eroi giovani e ricolmi di vita: attraverso questi estremi ideali, che il mondo moderno non è più in grado di comprendere, la nostra più antica civiltà perseguì il sogno dell’immortalità. E l’ottenne.

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