Gli idoli pagani in Ludwig Klages

Luca Leonello Rimbotti

klages1_fondo-magazineProviamo per un attimo a uscire dalla nostra abituale maniera di ragionare, ereditata dall’Illuminismo. Per una volta, niente concetti astratti, nessun “buon senso” universale. Entreremo allora nel regno dell’intuizione, dell’immagine che si apre per via intuitiva. È l’ora del simbolo, che unico pervade la mente. Questa dimensione di assenza di peso, sgravata dal macigno della ragione, ci conduce direttamente a quella facoltà di percepire le cose per via immaginativa, che presso i nostri popoli arcaici era un segno sicuro di vicinanza con i segreti della vita e con la verità del dio vivente che è in noi: mito e contemplazione, gli antefatti dell’azione eroica.

Il filosofo Ludwig Klages [nella foto] è stato nel Novecento forse l’unico, certamente il più convinto assertore della necessità di operare un ritorno alle facoltà istintuali del corpo e della mente che la modernità ha duramente represso. I guasti del razionalismo sono sotto gli occhi di tutti: uccisione dell’anima dei popoli, essiccamento della spontanea facoltà di accedere ai luoghi del fantastico e del meraviglioso, morte del mito, trionfo della meccanizzazione dei riflessi umani. Se la nostra morente civiltà vuole arrestare il moto che la conduce alla rovina, deve trovare dentro di sé la capacità di restaurare il sentimento magico della vita. E ritornare, quindi, alla gnosi mistica che permise agli antichi di erigere immortali monumenti di sapienza popolare. Secondo Klages, l’ossessione modernista di alimentare il progresso tecnologico sovvertendo i poteri irrazionali ha condotto all’attuale catastrofe dell’uomo: estraneo alla natura, nemico anzi delle sue leggi, assertore di concetti inumani come “diritto universale” o “uguaglianza”, l’uomo sta distruggendo la propria anima e il proprio mondo. Non sente più la voce dei suoi istinti vitali.

Nel mondo dei valori arcaici, invece, ciò che dominava con naturalezza era il contatto immediato con le energie della vita, magari invisibili, ma non per questo meno reali. Quando ripensiamo, ad esempio, ai ricchi patrimoni di cultura popolare che sono stati soppressi dalla modernità, noi vediamo quale enorme sopruso è stato compiuto ai danni dell’uomo. Durante molti secoli, il razionalismo dogmatico ha spento – anche con l’uso della violenza – la convinzione ancestrale di un contatto tra uomo e presenze arcane: questi retaggi vennero allora chiamati “superstizione”, “magismo”, “idolatria” e perseguiti come demoni malvagi. Erano, invece, sia pure decaduti, i segni dell’antichissima sapienza naturale legata alla potenza dell’Anima.

klages_-fondo-magazineUna potenza che era essenzialmente natura. Prendiamo un caso esemplare: il genius dei Romani. Qui siamo nel regno delle immagini naturali. Si pensi che, a Roma, il genius era l’anima occulta della stirpe, il centro più profondo dell’identità individuale e collettiva, a diretto contatto con la divina trascendenza e, al tempo stesso, con la sacralità del suolo. I Romani sapevano evocare questa magica forza del genius. La natura era presente nella forma del corpo come in quella della psiche, e ne regolava le scelte. Nessuna interferenza intellettuale, nessun programma di principio. E Klages, nel suo libro La realtà delle immagini. Simboli elementari  e civiltà preelleniche – che è l’ultima parte del suo gigantesco libro del 1929 sullo Spirito come nemico dell’Anima – non fa che porre l’accento sul significato originario del termine: il genio come potenza che genera l’identità, divenuto poi lo spirito protettore, il Lare, la forza arcana che protegge. Genius e gens, anima e razza, si dicevano trasmessi dal pater familias all’erede, attraverso l’ultimo respiro del morente inalato dal figlio. Questa che a noi moderni può sembrare solo un’allegoria, in antico era invece ritenuta una sostanza reale della massima importanza, immagine simbolica della realtà vera. Un popolo, come quello Romano, così sviluppato nella tecnica e nel pensiero razionale, ma allo stesso modo così attento a proteggere le verità ultime della sua identità, riconosceva come essenziale qualcosa che non si vede, non si tocca, non è apparentemente da nessuna parte, ma al tempo stesso è vitale: proprio questo ruolo di ombra, di riflesso, in cui si collocava il simbolo, era il segno della sua decisiva gravità. Il genius era dunque lo spirito sacrale del ceppo, il progenitore della genìa, custodiva la capacità generativa di assicurare continuità alla propria forma, garantendo i retaggi genealogici.

Riprendendo questi potenti atavismi, Klages formulò tutta una filosofia dell’anti-modernità, incentrata proprio sul culto primordiale delle immagini, viste come reali e non arbitrarie rappresentazioni della vita. Secondo lui, i nostri antenati proto-storici, che  chiamava Pelasgi, avrebbero conservato questa capacità di vivere a contatto con i simboli elementari, e la loro virtù più grande sarebbe stata quella di saper penetrare i segreti della vita attraverso qualità di percezione istintuali e immaginali. Entro queste atmosfere, il sapere diventava sapere mistico, qualcosa che cresce in situazioni di coscienza dilatata, quasi una gnosi estatica: «si tratta pur sempre di spezzare il mondo diurno nel suo semplice percepire oppure di immergerlo nella notte per adeguarsi alla verità delle immagini attraverso la potenza della contemplazione che si libera». Notte, sogno, apparizioni, riflessi, visioni, ombre: questo il momento in cui sorge l’immagine primitiva, che si ripercuote nel simbolo.

Si trattava propriamente di idoli in senso etimologico, cioè prospettive superiori legate alla sfera del sacro. Ma nulla di bizzarro o di banalmente “delirante”. I simboli erano la matrice anche di eventi reali, di situazioni concrete. Ad esempio, presso i Greci – che come i Romani non smarrirono il culto per i simboli – la comunità della polis era per l’appunto considerata un eidolon, un’effigie, come un centro su cui quegli antichi vedevano convergere il sacro, il destino e il segreto stesso della vita. Riandando al mito, Klages, come prima di lui aveva fatto Bachofen, collocò proprio nella dimensione del notturno la vera via della conoscenza e dell’esser desti. Ecco che allora si rianima «la concezione che l’età pelasgica ebbe del sogno: suprema saggezza, scienza iniziatica: ispirazioni significative non toccano all’anima nello stato di veglia normale, bensì ora nelle profondità del sonno, ora in un’estasi affine al sogno; e soltanto negli stordimenti spirituali fioriscono le immagini».

È questo il mondo dell’ombra avvolgente, l’oscuro e caldo grembo materno, il luogo cioè in cui, insieme ai corpi di carne, si generano le menti illuminate, le aperture divinatrici. Klages alle concezioni solari preferiva quelle telluriche, legate alla nascita e alla sfera materna: è qui, tra umide pieghe lunari, nel silenzio che feconda la psiche nel momento della generazione, che si decide il segno sotto il quale l’uomo viene avviato al proprio destino. Dimenticare questa liturgia enigmatica, in cui la natura compie il miracolo della trasmissione dell’identità, in cui occultamente si ripete ogni volta il segreto dell’eredità fisica e psichica, significa per Klages non essere più uomini in senso pieno, ma automi privi d’anima. La cura dell’idolo ebbe il potere di condizionare anche la filosofia razionale. Persino dopo la “rivoluzione filosofica” della Grecia ionica – che pure smarrì nell’idea di concetto logico una parte della forza originaria dell’immagine arcaica – si ebbe secondo Klages la riconferma dell’energia simbolica, ad esempio nella dottrina delle idee di Platone.

Tutto questo non è astrazione né sterile erudizione, come potrebbe apparire ad una coscienza sgretolata dalla superficialità progressista. Al contrario, una simile filosofia misterica sa sposarsi assai bene con vedute propriamente storiche e anche politiche. Dopo tutto, la storia ha dimostrato che, a certe condizioni, il mito può convivere con la modernità. Klages fu un geniale elaboratore moderno della mistica pagana, incentrata sull’elevazione del dèmone visionario che inabita i recessi di Psiche, e seppe alla fine individuare nel monoteismo giudaico-cristiano l’uovo da cui si dischiuse lo spirito calcolante, il razionalismo che soffoca l’Anima, spegnendone i balzi d’illuminazione atavica. Al vittorioso dio unico dei profeti «riuscì lo straordinario gioco di prestigio di elevare a “signore” personale del mondo intero l’infinito odio verso la divinità per eccellenza», cioè l’Anima che alleva immagini, simboli, segni perenni del sublime, donando identità, diversità, unicità di tipi. Tutta l’opera di Klages esprime questa lotta «fra una volontà di pura distruzione e l’anima fertile di immagini». E, in ogni sua pagina, è come se fosse implicita l’irrazionale ma viscerale nostalgia per una mitica rivoluzione, il ritorno a un futuro gravido del più lontano passato.

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