Futurismo e Stato (o futurismo è stato?)

Fabrizio Fiorini

Questo non è il migliore dei mondi possibili
ma è vero
assolutamente vero

Giovanni Lindo Ferretti

ritratto-di-marinetti_fondo-magazineSe la politica fosse un opera lirica, denominazioni come quella del partito che per decenni ha governato il Messico, “Partito Rivoluzionario Istituzionale”, sarebbero intese dai più come una stecca. Se poi ci azzardassimo a definire esperienze politiche del passato (pensiamo, mutatis mutandis, al Terzo Reich, alla Cambogia khmer, alla Reggenza del Carnaro) nei termini di “nichilismo istituzionale”, non solo la gran parte percepirebbe una stecca, ma verrebbe giù il teatro.

Più volte l’uomo si è interpellato sulla questione se il socialismo sia o meno compatibile con la natura umana e se  – quindi – questo potesse essere plasmato “dal basso” o guidato “dall’alto”; la storia ci ha indicato come la seconda ipotesi sia la più verosimilmente applicabile, e per via della natura ‘predatoria’ dell’essere umano e a causa della necessità di indirizzo (talvolta, nella prima fase, coercitivo: per il contrasto della resistenza predatoria di cui sopra e perché l’introduzione di un sistema socialista causerebbe necessariamente una crisi, per quanto ‘di crescita’) da parte dello Stato – che o è “etico” o non è –  nell’avviamento del sistema socioeconomico socialista.

Analoga questione può essere sollevata per il futurismo. Come il socialismo, infatti, questa tendenza umana, che definire artistica, architettonica, poetica, sociale o politica risulterebbe riduttivo, ‘pecca’ di essere un anelito troppo alto per l’imperfezione umana, che ha comportato, come sua naturale conseguenza, un assalto al cielo che necessariamente, se non incanalato, fa cadere rovinosamente al suolo chi lo intraprende. Ciò che deve accadere, infatti, necessariamente accade. Ne è un simbolo l’esposizione delle opere futuriste negli stessi musei che, nel loro manifesto, i futuristi dichiaravano di voler distruggere. Un’altra magistrale immagine è tracciata da Antonio Pennacchi [1]: un Marinetti, all’inaugurazione di Littoria nel 1932, con la pancia e la giacca d’orbace che concede, dall’alto della sua cattedra di Accademico d’Italia, l’investitura di “architetto futurista” all’ingegner Mazzoni, razionalista italiano, che aveva progettato opere pubbliche per la città, tra cui l’ufficio postale e la stazione ferroviaria. Ed ecco così gli storici e gli storici dell’arte inventarsi un “secondo” se non addirittura un “terzo futurismo” che col futurismo iconoclasta del Manifesto del 1908/1909 poco avevano a che fare; questi erano piuttosto riconducibili a quel razionalismo che, per una serie di questioni artistico-architettoniche avrebbe superato con vigore il ‘vecchio’ futurismo per andare a permeare lo scenario sociale ed estetico degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso (ma la sua spinta non si arrestò certo lì: lo sta a testimoniare il piano INA-Casa che, fino al 1963, sotto il patrocinio del Ministro Fanfani, provvide a edificare alloggi popolari).

Facciamo un po’ di chiarezza sulla questione, per cui sono stati versati ettolitri di inchiostro, dei legami futurismo-fascismo. E’ semplicistico lo schema per cui il primo fascismo, il sansepolcrismo, fossero legati al futurismo delle origini e il fascismo-regime al razionalismo italiano (in cui, come detto sopra, qualcuno identifica un secondo o terzo futurismo)? Semplicistico, si, ma non del tutto errato (e uno schema altrettanto semplicistico si può applicare all’Unione Sovietica). Continuiamo a semplificare: chi ha avuto modo, per militanza politica o per studio, di avvicinarsi al fenomeno-fascismo potrà confermare che il pomo della discordia tra sostenitori e detrattori di questo è sempre stato, in linea di massima, lo scontro tra chi sostiene che il fascismo sia stato solo squadracce, fez, camice nere, sciovinismo e culto del combattimento e della nazione e chi invece ne evidenzia la dottrina sociale e dello Stato. Ora, però, le semplificazioni non bastano più, anzi. Perché bisogna chiedersi quale delle due istanze sia fondata. E c’è chi rimarrà sorpreso nel constatare che possono esserlo entrambe. Vediamo: l’essenza stessa della rivoluzione fascista e dei suoi contenuti stava nel metodo: l’Italia non si svegliò fascista sposando un’ideologia e gettandosi alle spalle il liberalismo, la dottrina cristiana e il socialismo che avevano animato le vita politica nazionale pre-1922; anzi, queste tre componenti si ‘traslarono’all’interno del regime delineandone, di fatto, delle correnti che sarebbero sopravvissute e che si sarebbero scontrate fino a Giulino di Mezzegra. Ma la rivoluzione stava, appunto, nel metodo: la strada che attraverso la virilità, la dirittura, la forza, la volontà di potenza, il culto del littorio, il “me ne frego” e l’ “alalà” avrebbe condotto a formare l’uomo nuovo, e attraverso di questo, a plasmare la politica di potenza della nazione. Quindi anche squadrismo e combattimento. Ma l’altra tesi è pure fondata: il fascismo, divenuto regime, è dovuto diventare anche amministrazione: è dovuto diventare riforma della scuola, relazioni internazionali, edilizia popolare, viabilità e trasporti, sviluppo del mezzogiorno, statuto dei lavoratori, maternità e infanzia. E l’elenco sarebbe ben più lungo. Insomma, dalla “volontà di potenza” all’ “umano, troppo umano”; e non che ci sia niente di male nell’umano, anzi: sbagliato sarebbe assaltare il cielo senza costruire le case per abitare sulla terra. Ma l’analisi del fenomeno rimane: dal “santo manganello” alla ‘panza’ di Marinetti.

Torniamo al discorso iniziale. Perché il futurismo è andato a esaurirsi per lasciare spazio alla forza ancor più dirompente del razionalismo italiano?  E’ possibile tracciare un parallelismo tra evoluzione di questi fenomeni e evoluzione della società italiana dalla prima guerra mondiale alla fine della seconda? La soluzione sta, appunto, nella storia dell’uomo, nell’analisi della sua natura. Come si è detto sopra, l’assalto al cielo, non diretto e incanalato, provoca la rovinosa caduta. Anche questo è pensiero razionale. Non sempre le cose vanno per il verso giusto, anzi quasi mai: spesso si generano dei mostri, e la caduta torna a essere inevitabile. Sono, nell’esempio dell’evoluzione del socialismo,  gli apparati burocratico-repressivi del realsocialismo est-europeo. O, nel caso de fascismo, le “tempeste d’acciaio” che, con slancio futurista, plasmarono il ‘brodo primordiale’ da cui prese vita, e che inesorabilmente tornarono a segnarne la fine. Ma ciò non deve fare disperare, non deve fare desistere dalla convinzione che l’uomo sia capace, responsabilmente, di forgiare lo Stato; e, come per l’acciaio, mantenere la stabilità e la durata del metallo anche una volta temprato e spenta la fiamma della forgiatura.

E sarà necessario tenere a mente che per quanto rivoluzionaria, per quanto radicale possa essere stata la spinta per la costruzione di una nuova società, che sia stata il Terzo Reich o l’Unione Sovietica, l’Italia fascista o la Francia rivoluzionaria, l’Iran islamico o il Venezuela bolivariano, c’è sempre stato un geometra del catasto a timbrare i mappali. Pure ad Atlantide.



[1] Antonio Pennacchi, Le scale di Mazzoni, il futurismo e la cavallopittura, in “Limes”, n°6/2003, pagg. 291-302.

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