Festival di Roma. Tenere vivo un cadavere?

Angela Azzaro

rosso-trevi_fondo magazineQuarta edizione, ma è già vecchio. Anzi, defunto. Il festival di Roma, già Festa a significare quanto tempo sia trascorso a consumarne anche quel poco di gioia che conteneva in sé all’inizio, è nato per volontà dell’ex sindaco di Roma Walter Veltroni. Volontà, a dire poco. Perché la rassegna di cinema era nata come red carpet strettamente personale dell’allora primo cittadino capitolino, un tappeto rosso che doveva portarlo, e lo ha portato, direttamente in vetta al suo partito che nel frattempo abbandonava gli ultimi bagliori di comunismo per entrare nell’aureo alveo della democrazia. Se lo era costruito su misura, nomi, cognomi, titoli, direttori e  mood: tutto adatto allo scopo di realizzare il suo sogno, che non era quello delle ombre proiettate su uno schermo, ma della sua figura che dalla stretta dimensione cittadina veniva proiettata in ambito nazionale. Per realizzare questo sogno, Veltroni non aveva guardato in faccia nessuno. Soprattutto non aveva badato a spese convogliando in questa sua impresa molti dei fondi pubblici e degli investimenti pubblicitari che, negli anni precedenti, erano stati distribuiti in più attività. Nasce così la Festa di Roma, il grande evento per eccellenza che subito dopo la notte bianca (per fortuna, a Roma quest’anno soppressa) diventava la bandiera della cultura targata Walter: grandi nomi, tanti soldi, per il resto il deserto.

Nel bene e nel male la qualità della rassegna di cinema stava nell’evidenziare la bravura e la statura del suo artefice. Poco altro, se non l’occasione – anche questa da discutere – per qualche film di avere una platea internazionale. Finito Veltroni, a che serve oggi tenere in vita un festival che succhia solo soldi, non produce idee né dinamizza un panorama culturale evidentemente in crisi? Abbiamo sperato che cambiando l’amministrazione cittadina potesse cadere anche questo progetto. Capiamo le ragioni di chi ha scelto di non fare tabula rasa del passato. Il problema di una manifestazione che ruba energie e visibilità agli eventi diffusi e legati al territorio però resta. L’assessore capitolino alla cultura, Umberto Croppi, sull’ultimo domenicale del Secolo d’Italia si pone alcune domande legate proprio al finanziamento e alla promozione pubblica della cultura: «Oggi che questo modello sta entrando in crisi – e non solo per motivi finanziari, ma per evidenti motivi strutturali e funzionali – ogni settore attacca questo modello dalla propria angolazione. E allora i rappresentanti della cosiddetta “scena indipendente” di Roma attaccano il modello di finanziamenti massicci alle grandi istituzioni (Opera, Auditorium, Palazzo delle esposizioni); i teatri di qualità denunciano il fatto che finanziando tutti si finisce per mandare in crisi istituzioni che hanno più storia e più pubblico. E così via. Visioni parziali che, dalla loro angolatura specifica, trovano delle forme di legittimazione». E per questa ragione  Croppi sostiene che serve «un quadro complessivo» e che bisogna costruirlo «creando consenso e convinzione». Consenso che va ottenuto riconoscendo, «quando e se è necessario, il ruolo culturale utile e positivo di esperienze dal basso come sono i centri sociali».

L’assessore alla cultura non fa riferimento diretto al festival del cinema. Ma è evidente che questo è un passaggio obbligato se si vuol rimettere in discussione il sistema complessivo. E’ importante, intanto, per ciò che ha rappresentato nella storia di questa città. La filosofia dei grandi eventi non determina solo accentramento di denaro, ma un’idea precisa di metropoli: il centro contro la periferia, i grandi contro i piccoli, un’idea passiva della fruizione (il red carpet  presuppone uno sguardo gaudente ma anche passivo nei confronti dell’attore mito). Il quadro che così si definisce è quello di una cultura chiusa nel centro – non solo fisico – ma anche politico, ideologico, valoriale. Una cultura cioè a senso unico che nega di fatto quel pluralismo e quella molteplicità che dovrebbero essere parte consistente e caratterizzante del suo Dna. Del Dna di qualsiasi cultura. Questa storia arriva fino all’oggi. Il festival quest’anno è costato, così almeno si legge nella delibera della Fondazione del festival, 13 milioni di euro, a cui vanno però aggiunti i soldi degli sponsor privati. Una cifra consistente per finanziare una manifestazione che non sembra aver trovato un nuovo carattere, mentre ha conservato tutti i vizi che la sua data di nascita gli aveva scritto addosso. Non si può certo dare tutta la colpa al festival diretto da Gian Luigi Rondi, ma non si può non partire da qui una volta che si decide davvero di aprire le danze. Cioè di discutere lo stato della cultura a Roma, città per tanti versi esempio e modello. Deve essere una discussione aperta a tutte le realtà, ma deve anche non dare niente per scontato. Per esempio: il festival di Roma è intoccabile? Serve davvero al cinema e a questa città? Non è invece un doppione della Biennale del cinema di Venezia che rischia alla lunga di diventare (se già non lo è) una mera vetrina?

Quando Veltroni se lo inventò ci furono diverse reazioni: da destra la raffinata azione artistica di Graziano Cecchini che colorò la Fontana di Trevi di rosso. Rosso Trevi. Un rosso che entrava in competizione sul piano della visibilità e della comunicazione con l’evento veltroniano, moltiplicando le visioni. Da sinistra furono molte le voci che contrapposero la “festa” alla povertà delle periferie che l’amministrazione di allora aveva dimenticato in nome di un glamour che può piacere ai giornali, ma non a un prete come don Sardelli da sempre impegnato in quelle zone della città che la politica preferisce non vedere. «Voi la festa, noi senza casa», protestarono anche quelli di Action.

Oggi sembra che quelle proteste si siano affievolite. Siano un’eco lontana, che non ci riguarda più. Ci siamo assuefatti, arresi? Ma questo non vuol dire che il festival di Roma sia un destino scontato, qualcosa di cui non possiamo più liberarci. Se si apre la discussione, bisogna allora chiedersi: vale la pena spendere tutti quei soldi e tanta energia per un solo evento, o è giusto che questi soldi rivadano a rivitalizzare la tante iniziative che oggi, con grande fatica, riescono a creare piccoli o grandi spazi di cultura non istituzionale?

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