Dada e surrealismo al Vittoriano

Chiara Mastrolilli de Angelis

dada_e_surrealismo_vittoriano_roma_fondo magazineDopo diverse mostre monografiche dei grandi della pittura, dal 9 ottobre fino al 7 febbraio 2010, il Vittoriano si misura con una operazione culturale per nulla banale: Dada e Surrealismo riscoperti.

500 opere provenienti da diversi Paesi (Italia, Francia, Spagna, Svezia, Israele, Usa), più di 200 artisti e l’apporto di un curatore d’eccezione, il Prof. Arturo Schwarz, promettono una mostra ricca di stimoli, visivi ed intellettivi.

Già il titolo, con quella parolina scritta in rosso “riscoperti”, ci fa ragionare sul senso che si è voluto dare alla mostra.

In realtà, così come chiarisce subito il Prof. Schwarz, il termine “riscoperti” non è riferito né al Dadaismo né al Surrealismo, ma agli artisti minori che allora contribuirono a definire e precisare l’etica e l’estetica dei due movimenti, mentre oggi fanno da cornice ai più noti Tzara, Duchamp, Ernst, Ray, Breton, Klee, Magritte, Mirò, Dalì, De Chirico. E, come in un film nel quale è la regia a fare la differenza, nonostante gli attori eccellenti, l’allestimento del Prof. Schwarz dona alla mostra un ritmo visivo che ricrea e comunica, attraverso la sovrabbondanza delle opere, la ricchezza delle due avanguardie; la mostra diventa così uno spettacolo che supera, nel suo insieme, lo spettacolo delle singole opere.

Strano però è l’accostamento dei due movimenti in un’unica mostra, perché strano fu in realtà il rapporto che esse ebbero sin dalla loro nascita.

Formatisi su per giù negli stessi anni (per il Dadaismo si parla del 1916, mentre per il Surrealismo – se si prende in considerazione il Manifesto scritto da Breton – l’anno è il 1924, anche se, filologicamente parlando sarebbe più esatto risalire al periodo che va dal 1914 al 1918, anni in cui lo stesso Breton “incontrò” gli autori che ispireranno la nascita e lo sviluppo del movimento), entrambi nacquero come movimenti rivoluzionari di rottura e tesero ad una visione nuova dell’uomo, della natura, del mondo, attraverso una genetica “sregolatezza dei sensi” che lascia, a volte, ancora oggi interdetti.

Entrambe le avanguardie, nate in seguito all’iniziativa e all’influenza di poeti e letterati, portarono nel mondo culturale tendenze distruttive (nichilismo) e tendenze costruttive (romanticismo) ma, mentre nel Dadaismo prevalsero le tendenze nichiliste (che minarono dall’interno la sua stessa durata), il Surrealismo trovò forza vitale nell’impulso romantico e nell’engagement a tutti i livelli, sia etico che politico.

Ecco perché proprio oggi vale la pena riscoprire questi due movimenti: per tentare, almeno per le due ore della visita, di recuperare il loro stimolante spirito critico e di rivolta nei confronti dei valori di una società a volte troppo astratta e distratta dalla realtà.

I Readymade di Duchamp, ad esempio (la Fontana, la “sua Gioconda”, la Ruota di bicicletta) sono opere che, al di là del senso estetico, sfidavano l’arte spostando i limiti da essa stessa imposti, decontestualizzando oggetti comuni ed elevandoli automaticamente ad opere d’arte, rifiutando e contrapponendosi ai canoni estetici borghesi. Il Surrealismo da parte sua, partiva dalla rottura nei confronti dell’intero edificio del pensiero borghese per annullare “la distinzione fra arte e vita che a lungo si era ritenuta necessaria” (Breton) e per approdare all’esigenza di fedeltà al modello interiore: l’esigenza primaria del surrealismo diventa la volontà di esprimere i propri sogni (Freud), i propri desideri e la propria visione del mondo, coniugando nella propria opera Arte e Vita.

Ma, mentre il Dadaismo aveva nella sua stessa essenza, il gene della sua breve vita, “il Surrealismo è nato con l’uomo che inventò la ruota” (Apollinaire) e “durerà finché un uomo e una donna si ameranno” (Breton).

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