Caro Mancinelli, ti scrivo…

Umberto Bianchi

Nell’articolo che segue, Umberto Bianchi fa riferimento agli ultimi due articoli scritti da Francesco Mancinelli su Il Fondo:  “La lunga marcia della destra-destra”  e “Destra nazionale vs. Movimento sociale italiano” .

La redazione

scrivo_fondo-magazine“Conosci te stesso” era il detto che faceva bella mostra di sé sul frontone del tempio di Delfi ed a cui tanti altri, in primis Socrate, si sarebbero poi ispirati per dare alla luce nuove ed inedite sintesi di pensiero. Questo perché anche gli antichi, avevano capito che senza conoscere sé stessi non si sarebbe arrivati da nessuna parte. Conoscere sé stessi per non fermarsi cioè ad un fatto puramente nozionistico ed anodino, bensì per arrivare a comprendere la realtà che ci circonda nella sua interezza, sino a prevederne mosse ed orientamenti . A questo proposito ho avuto modo di leggere due interessanti articoli dell’amico Francesco Mancinelli, articoli di cui condivido il percorso analitico ma che, a mio parere, non danno una risposta al quesito risolutivo che da molto, troppo tempo ormai, agita le propaggini antagoniste dell’omologato mondo della politica nostrana, ovvero l’oramai consunto ma sempre attuale “Che fare?” di leninista memoria.

La tesi di fondo che dagli articoli del nostro amico traspare è questa: coloro che in qualche modo si sono dimostrati degni eredi del Fascismo hanno trascorso una vita a condurre una lotta politica impari: da una parte sotto l’assedio di una sinistra antifascista, nel ruolo di occhiuta custode di un’ortodossia a ben vedere tutta a servizio delle dominanti oligarchie del potere economico finanziario, dall’altra sotto quello ancor peggiore di chi ha travisato, distorto e manipolato determinate istanze per i soliti fini di utilitarismo politico, dietro ai quali si celano gli stessi padroni di cui sopra. Il risultato è la riproposizione dell’eterno conflitto tra le giuste ragioni dei vinti e quelle ingiuste ma, ahimè, efficaci dei vincitori, tra quelle dei romantici ma ingenui rivoluzionari, e quelle dei freddi ma pragmatici reazionari, in un continuo (e veritiero!) crescendo di esempi. Ora però, se si vuole venire a capo del bandolo dell’intera matassa, sarà necessario chiedersi  “perché” ed all’insegna di quali modalità tutto ciò sia avvenuto.

Partiamo da un dato iniziale: la fine dell’ultimo conflitto mondiale determina la frammentazione dell’eredità politica ed ideologica del Fascismo in una molteplicità di filoni, spesso tra loro incompatibili e che, sino almeno agli inizi degli anni ’90, saranno molto spesso tra loro accomunati solamente dal continuo scontro con quell’antifascismo militante che rappresentava la più pregnante espressione di un sistema politico volto ad emarginare e criminalizzare chiunque non fosse allineato su determinate istanze. Una situazione difficile, dunque, sta alla base della nascita dell’ “area” e di tutte le sue successive difficoltà, esponenzialmente moltiplicate dal saccheggio delle proprie risorse umane ed intellettuali verificatosi all’indomani della famosa “amnistia Togliatti”, grazie alla quale sia “il migliore” che De Gasperi poterono attingere e rimpolpare i propri scarsi quadri con molti elementi di spicco provenienti dalle file del Fascismo.

Alla sua nascita l’antagonismo neofascista si presenterà quindi, guidato molto spesso da quelle che all’interno della RSI erano personalità di second’ordine. L’ 8 Settembre e la disastrosa disfatta bellica determineranno uno stato d’animo assolutamente sfavorevole al successivo sviluppo di un’area antagonista, rifacentesi alla precedente esperienza fascista. Ciononostante si sarebbe potuto fare molto di più. Accanto alle mezze tacche, agli “apparatcik” missini alla Michelini ed alla Almirante, si venivano coagulando persone ed ambienti che, anche se di differente estrazione politico-ideologica, avevano in comune lucidità di analisi, preparazione, senso di rivalsa e voglia di cambiare. Va detto inoltre che, in cinquant’anni e passa di vita politica l’ambiente ha avuto più di una occasione che non ha saputo sfruttare: dal ’68 a Reggio Calabria, sino al ’77 e oltre si sarebbe potuto fare qualcosa di più.

D’altra parte se è vero che l’azione politica sino agli anni ’90 trovava dei concreti ostacoli rappresentati dai vari “archi costituzionali”, il problema poteva essere aggirato benissimo, impostando un lavoro formativo meta politico di lunga durata, cercando di incentivare quella produzione intellettuale di vitale importanza per la creazione di una sedimentazione di pensiero in grado di offrire spunti, incentivi, ispirazioni per una azione politica di qualità, lasciata invece ai soliti isolati coraggiosi alla Evola, alla Romualdi, alla Tarchi, troppo spesso interpretati e fraintesi a seconda delle mode del momento. Cinquant’anni e passa di vita politica hanno visto tensioni, repressioni, ingiustizie, ma anche passare di moda parole d’ordine, cambiare scenari, sorgere nuove situazioni da cui sembra l’ambiente sembra non abbia tratto alcuna utile lezione.

Se sicuramente l’accostamento Evola-lotta armata (effettuato anni orsono da alcuni esponenti di spicco dell’allora “nuova destra” di osservanza tarchiana) ha suonato sicuramente di pessimo gusto, ciò non doveva esimere l’intera “area” dal non trarre degli spunti di riflessione e di lavoro da quanto la “nuova destra” di allora andava elaborando. Il “gramscismo di destra”, il nominalismo, la creazione di un laboratorio meta politico su vasta scala, avrebbero dovuto rappresentare un motivo di attenzione e stimolo per quanti invece continuavano ad attardarsi sulle posizioni di un cimiteriale e frainteso tradizionalismo o, peggio ancora, si rinchiudevano in un fare politica fine a sé stesso e privo di sbocchi verso il futuro, sempre più lontano dal sentire della gente.

E qui arriviamo ai fatidici anni ’90 che vedono un neofascismo ed una destra oramai ridotti ai minimi termini, sempre più lontani dalla gente, oramai presa dalla caduta del Muro, da Mani pulite, dal sorgere della Lega e di tutti quei movimenti che hanno a cuore un reale mutamento istituzionale del paese “reale”, fatto dalla gente che lavora. In questo contesto Orion di Murelli, rappresenta l’eccezione che conferma la regola; laboratorio nazional bolscevico di prim’ordine non si esime però dal far proprie tutte quelle istanze che attraversano l’Italia in quel momento: accanto ai temi più classici del nostro ambiente come l’anti mondialismo ed un rinnovato afflato in direzione di una sintesi sinceramente nazional comunista fanno capolino regionalismo, federalismo, anti immigrazione, quasi a voler presagire un mutamento genetico, orientato verso un nuovo modello trasversale e populista che allora sembrava dovesse prender sempre più piede in Italia, grazie anche a quel laboratorio rappresentato dai subitanei mutamenti politici dell’Europa dell’Est.

Quando finalmente sembrava che il neofascismo dovesse sparire inghiottito dal vortice della storia, eccoti arrivare qualcuno che, per mero calcolo elettorale decide di ridar vita e fiato a quel contenitore di voti, appositamente messo lì in freezer, dai bui tempi della Prima Repubblica. Personaggi sino a quel momento semisconosciuti, emarginati, ricattati, assurgono al rango di celebrità istituzionali, facendo dell’MSI la stampella del progetto di Silvio Berlusconi, con la differenza pèro che, mentre in qualche modo Forza Italia si fa ufficialmente portatrice a livello nazionale di molte delle istanze di rinnovamento trasversale portate avanti a livello regionale dalla Lega, il MSI/AN si limiterà al ruolo di vero e proprio scatolone elettorale, privo di qualsiasi contenuto propositivo che non sia quello di rimasticare il già rivomitato e consunto motivetto di un nauseabondo buonismo sociale, all’interno del quale si abbraccia tutto ed il suo contrario.

Il cospargersi il capo per colpe storiche che con la storia del MSI nulla hanno a che vedere, accompagnato dal continuo smarcarsi da qualsiasi istanza anticonformista od eterodossa che dir si voglia, portano alla luce un equivoco mai sino ad oggi chiarito: quello di ritenere in qualche modo il MSI e la destra italiana gli eredi dell’esperienza fascista, da costoro invece lontana anni luce, quanto a sviluppi e presupposti storici ed ideologici. Non solo. Molti tra gli elementi di spicco dell’area si riverseranno nel contenitore AN, assumendo posizioni di rilievo, dalle quali però non muoveranno un dito in favore di una sola di quelle istanze anticonformiste di cui si erano fatti antecedentemente promotori, pur avendo il potere per farlo.

Tutto questo però, non toglie che, comunque, si sarebbe potuto fare di più. Nella seconda metà degli anni ’90, in un clima politico sostanzialmente mutato e più tollerante, si assiste al tentativo di costituzione di un Fronte Nazionale che non appena riesce a conseguire risultati elettorali di qualche rilevanza, si sfascia in mille rivoli e correnti. Il sorgere del movimento No Global, gli attacchi USA ad Iraq e Serbia non producono da parte dell’area alcuna rilevante mobilitazione politica, che non sia quella espressa su carta ed in rete. Lo stesso problema dell’invasione migratoria, che rappresenta una delle più subdole armi del globalismo per cancellare le identità nazionali europee (e che per questo potrebbe rappresentare un considerevole bacino di consensi) è invece sottostimato nella sua epocale dirompenza, considerato invece alla stregua di una qualsivoglia forma di egoismo sociale. L’attiva e coraggiosa partecipazione a fianco degli studenti dell’Onda, contro il decreto Gelmini, costituirà una notevole cassa di risonanza, non sufficiente però a coprire quella carenza di progettualità che caratterizza a tutt’oggi un’intera area.

Le occasioni non mancano, né sono mancate, né mancheranno, quello che manca, invece, è la volontà di uscire dal lungo tunnel di una crisi nichilistica. L’unica vera eredità che all’area la Storia ha ingenerosamente lasciato, è quella terribile dell’8 Settembre, fatta di tradimenti, doppiogiochismi, infiltrazioni, malafede, tutti consumati sulle terga di ingenui ed onesti combattenti per l’Idea. Lo stesso Berlusconi, nella fretta di stringere redditizie alleanze elettorali, forse non si è reso conto di aver commesso un errore fatale. Personaggi la cui fedeltà si supponeva garantita dallo sdoganamento intrapreso a metà degli anni ’90, hanno invece continuato e continuano a brigare per il rovesciamento del proprio benefattore, dimostrando in questo caso una legittima filiazione con coloro che il Fascismo lo rovesciarono a tradimento, nel momento di maggior difficoltà, con quei Badoglio e con tutti coloro che si cambiarono frettolosamente le braghe da nere a rosse (o bianche, a seconda dei casi, sic!). Rimane il fatto che la Storia la fanno i fatti, ed in primis, gli uomini.

Se oggi gli Alemanno, i Fini e compagnia bella governano, è perché nessuno glielo ha in qualche modo impedito. Anziché litigare, azzuffarci, isolarci, disquisire sul pelo dell’uovo, ci si poteva unire e dare vita ad un progetto politico veramente “altro”, trasversale ed unitario, vicino alle istanze di una società che cambia, stufa del burocratismo, dell’inefficienza, della corruzione e dell’incapacità di un paese che sembra cambiare e non cambia mai, se non in peggio. Un progetto lontano anni luce dalla destra burocratica e reazionaria, dagli impotenti nostalgismi di ogni tipo e marca e dal buonismo d’accatto di una sinistra in avanzato stato di putrefazione. Tutto questo mentre il treno della Storia continua inarrestabile nella sua avanzata lungo i binari del Divenire, lasciando coloro che non sanno cogliere le occasioni confinati sui binari morti di una malinconica nostalgia.

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