Woodstock. Il grande funerale del ’68

Gabriele Adinolfi

james-dean_-fondo-magazineSono passati quarant’anni. Dal 15 al 18 agosto del 1969 si svolse a Woodstock  l’happening internazionale a base di musica, erba, acidi e sesso che sarebbe passato alla storia come l’evento della beat generation. Ne rappresentava invece il canto del cigno e l’immenso crepuscolo.

Quarant’anni dopo i reduci di quelle centinaia di migliaia di ragazzi presenti a Woodstock e di altri milioni sparsi per tutto il mondo occidentale guardano ancora con nostalgia e con rimpianto a quel che sognarono ma che non si avverò mai. Anzi, come dice Emanuele Severino, fu proprio il contrario a prodursi, smentendo le previsioni di Marcuse: furono le merci e la tecnica a vincere sulla società e sulla libertà umana; a meno che, per quella, non vogliamo fingere d’intendere i “diritti dell’individuo” che non casualmente, quasi a voler irridere Marcuse, si definiscono spesso come “diritti del consumatore”.

Woodstock, che voleva essere un inizio, fu, insomma, una fine, un triste fuoco d’artificio. Cos’era successo? Perché mai un’intera generazione ribelle si consegnava, affollata e inconsapevole, alla sconfitta?

Era accaduto che la rivolta giovanile era nata almeno undici, dodici, forse tredici anni prima, con la rivoluzione del rock che si era presto sposata col nomadismo degli “on the road”; c’era un fuoco sotto la pelle che si esprimeva in tutti i modi in cui il fuoco sotto le braci può farlo: lo fece con ritmi nuovi e vivaci che sapevano di autentico perché il ritmo nasceva dalla capacità di “sentire” la vita e non da virtuosismi tecnici finalizzati alla vendita, all’ascolto, al compiacimento o al consenso. Quel fuoco arse restituendo la consapevolezza del corpo, della vitalità, il gusto del sole in faccia e sulla pelle. Era una rivolta contro il conformismo moralista e restauratore con cui si era presentata la società del dopoguerra, quella che aveva sconfitto il vitalismo degli anni Trenta. La rivolta, all’opposto della cultura restauratrice, era anch’essa vitalista, profondamente pagana, improntata alla conquista dell’autodeterminazione, della libertà fuori dai codici; era, insomma, anarca o anarchica.

Era una rivolta contro la società soffocante e coagulante, era una rivolta in nome della libertà; non  quella dei consumatori ma la libertà di mettersi alla prova, di cimentarsi anche rischiando di perdersi; da cui la “gioventù bruciata” di James Dean e più tardi le schiere di giovani perduti nell’acido e nell’eroina, ma anche le emancipazioni e forse le realizzazioni esistenziali, quasi tutte sulla “via della mano sinistra” come direbbero i tradizionalisti, magari mediante il tantra yoga, o anche la ri-scoperta di vie dimenticate verso la natura e le culture antiche, talvolta anche delle culture vediche, zen, sciamaniche o del zoroastrismo.

A spegnere il fuoco della beat generation fu innanzitutto la vicinanza con la cultura dominante nel sociale, che esprimeva, nella critica al sistema, come poli forti la sinistra libertaria americana e il marxismo-leninismo. Cercare di saldare la forza vivificante del “solve” che veniva dal rock e dall’on the road, con la costruzione “coagulante” e soffocante di quelle culture politiche esistenti fu il primo suicidio generazionale. E Cohn-Béndit, che non è l’ultimo degli stupidi essendo stato il leader del Sessantotto francese, lo ha chiaramente capito ed ammesso. Il secondo errore fatale fu quello di provare a trasformare il fuoco sacro della libertà in un collante per una società nuova. Si sostituì così  ad una verticalità che, di qualunque genere fosse, magari anche un precipizio, era insita nella rivolta originaria,  un’orizzontalità pura e semplice. Affermarsi con forza malgrado i divieti, le proibizioni, i vincoli, le convenzioni e gli obblighi, si trasformò improvvisamente e quasi impercettibilmente nella pretesa di farsi portatori di nuovi divieti, di nuove proibizioni, di nuovi vincoli, di nuovi obblighi. L’eresia provò a farsi dottrina e dogma, insomma s’inaridì e cambiò direzione. Infine, sulla scia della sconfitta del ruggito sessantottino, all’anarchia di fondo subentrò non il mito ma l’utopia che è sempre foriera di nulla e di disperazione.

Tutto ciò accadeva poco prima di Woodstock e fu per questo che quell’happening memorabile fu di fatto un gigantesco funerale.

Cui sopravvivono, però, le note, i ritmi, gli accordi e le sensazioni di una musica che proviene dalle vene e non dal calcolo o dall’artificio. E quelle vene erano ancora infuocate perchè i sacerdoti di turno che poi le avrebbero spente non avevano ancora imposto completamente la loro mortifera autorità. Lasciamo ad altri, probabilmente disinformati o ignari, la critica alla beat generation che, tutto sommato, ha rappresentato uno dei pochi elementi vivaci e interessanti nell’ultimo mezzo secolo; noi ci teniamo stretto lo spirito e il calore di quei nomadi nel cemento.

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