Woodstock – 40esimo anniversario

Federico Zamboni

encyklopedie_woodstock-poster_fondo-magazineArrivarono in tanti, in tantissimi, sospinti da un tam-tam che si innescò chissà come ma che non smise di tambureggiare fino alla fine. Centinaia di migliaia di giovani americani che si lasciarono attrarre dalla semplice e geniale promessa degli organizzatori – “tre giorni di pace e musica” – e dal celeberrimo logo della colomba appollaiata sul manico di una chitarra, impugnata da una mano che un po’ sembra suonare chissà quale accordo e un po’ sembra brandire lo strumento. Una mano che assomiglia a un pugno che si stia stringendo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=a6DbQWf4iJk
(Woodstock, 1969)

Arrivarono alla rinfusa, senza preoccuparsi di sapere in anticipo che tipo di situazione, e di sistemazione, avrebbero trovato. Arrivarono con qualsiasi mezzo di trasporto. Mettendosi in viaggio con chiunque se la sentisse di partire e pronti a imbarcare, lungo la strada, chiunque avesse bisogno di arrivare. Probabilmente la maggior parte di loro non avrebbe saputo dirlo, e ancora più probabilmente non avvertiva nessuna esigenza di farlo, ma ciò che li spingeva in quella sperduta località nel nord dello Stato di New York era il desiderio di diventare, almeno per quei pochi giorni, una grande comunità ispirata dall’amicizia e dalla solidarietà, dalla gioia di essere al mondo e di affermarsi appieno senza sopraffare nessuno, dalla bellezza di tutto ciò che è così vivo e fremente da inebriare ad ogni istante sia il corpo che lo spirito. Basta con le abituali distinzioni (contrapposizioni) tra la materia e l’anima. Tra l’astinenza e la sensualità. La materia che risucchia gli esseri umani verso la perdizione e l’anima che se ne deve affrancare per innalzarsi a Dio… L’astinenza che nobilita e la sensualità che corrompe… Basta con i modelli e le manie della società statunitense nella quale erano nati. E che da allora in poi li aveva avvolti, circondati, braccati.

Non lo avevano programmato. Lo avevano vissuto. E vivendolo in quel modo, senza pianificare un bel nulla ma impegnandosi con tutte le loro forze, e le loro speranze, e i loro sogni ingenui e bellissimi, avevano scritto un capitolo fondamentale della storia del rock. Non della “musica rock”, ammesso che questa definizione abbia un senso, ma del rock come visione del mondo alternativa a quella dominante. Mentre la parola d’ordine dell’American Way of Life era “money”, quella del Woodstock Way of Life era “free”, nel doppio significato di libero e di gratuito.

Eppure, all’origine, il progetto Woodstock nasceva a sua volta come un business. Quattro giovani tra i 23 e i 25 anni che si erano incontrati quasi per caso e che, a partire dall’idea iniziale di uno studio di registrazione da far sorgere nelle campagne a nord di New York, avevano deciso di mettere in piedi un festival. Due di loro, Michael Lang e Artie Kornfeld, venivano dall’ambiente musicale. Gli altri due, John Roberts e Joel Rosenman, erano in cerca di buoni affari su cui investire. Presi uno per uno erano solo giovanotti inesperti. Messi insieme, e rafforzati da tutte le altre persone che coinvolsero via via, diventarono gli artefici di qualcosa che non aveva precedenti. E che non fu seguito da nulla di altrettanto importante. Qualcosa che rischiò a più riprese di naufragare – specie quando le autorità di Wallkill, il primo luogo scelto per ospitare la manifestazione, ritirarono il consenso ad appena un mese dalla data di inizio – e che però non perse mai lo slancio necessario a rimettersi in corsa dopo ogni battuta d’arresto, inseguendo (e raggiungendo) le soluzioni necessarie a superare l’ennesimo ostacolo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=eYKY2lpxMg8
(Woodstock, 1969)

Alla fine, tra innumerevoli traversie e inaspettati colpi di fortuna, si arrivò alla vigilia. Giovedì 14 luglio 1969. La corsa contro il tempo era agli sgoccioli. Il pubblico aveva cominciato ad arrivare con ampio anticipo, disseminandosi ovunque. Molti dei progetti iniziali erano saltati, di fronte alla palese impossibilità di portarli a termine. O di riuscire a destinarli effettivamente al loro scopo. Alcune cose, come l’impianto di illuminazione su tutta l’area destinata al campeggio degli spettatori, si erano rivelate impraticabili sul piano tecnico. Altre, come la sterminata recinzione innalzata per chilometri e chilometri, avevano perso la loro ragion d’essere non appena si era visto che gli spettatori senza biglietto non esitavano a scavalcarla, o addirittura a buttarla giù. «Era davvero pericoloso – ricorda Mel Lawrence, principale responsabile della logistica – e a quel punto mi sono reso conto che non c’era altra possibilità. “Abbattiamo la recinzione”, ho detto. John [Roberts] era rimasto scioccato. “Sei sicuro di quel che dici, Mel?”. “Non c’è nient’altro da fare, devi renderti conto che ormai questo è un festival gratuito”.»

Non era così che lo avevano immaginato. Ma fu così che andò. E il Festival di Woodstock, che in realtà si svolse a Bethel, segnò allo stesso tempo l’apoteosi e il fallimento del rock come istanza non solo artistica ma esistenziale, non solo eccitante ma consapevole, non solo ribellistica ma rivoluzionaria. Da allora in poi, e sia pure con qualche episodio estemporaneo di ritrovata autonomia, l’industria discografica, unitamente a ogni altra branca (a ogni altro tentacolo) dello show-business, ha accresciuto il proprio potere fino a rendere letteralmente impossibile, anzi impensabile, un evento di quella stessa portata. Di quella stessa natura. La musica si è ridotta a svago, nel senso più ampio, e ingannevole, e insidioso, del termine. I concerti, ancora più dei dischi, sono diventate emozioni da assicurarsi a caro prezzo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=KaEEj4J4ydY
(Woodstock, Matthews Southern Comfort, 1970)

È a questo che si sarebbe dovuto pensare, al momento di scegliere le parole da incidere sulla lapide commemorativa che ricorda Woodstock. Al posto dell’elenco dei musicisti, e della banalissima sottolineatura “This is the original site”, ci sarebbe voluto qualcosa di assai più significativo. Drastico come uno j’accuse. Solenne come una preghiera. Vibrante e azzardato come i ragazzi che affluirono fin lì da ogni angolo degli Usa. “Scavate profondamente in questa terra e in questa memoria, fino a ritrovare il corpo perduto della Gioventù Incorrotta. Rendetele omaggio col cuore puro dei giovani che siete oggi o che siete stati un tempo. Cantate nel vento. Gridate a squarciagola. Chiamate senza mai stancarvi. Liberatene lo spirito, se ancora sopravvive”.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks