Ugo Clavenzani. Richiami di socializzazione

Romano Guatta Caldini

Se c’è stato qualcuno, nel dopoguerra, che è stato in grado di raccogliere il testimone di Mino Maccari e del suo Selvaggio, questo è stato Pietro Caporilli con l’Asso di Bastoni, settimanale satirico anticanagliesco, come da dizione in testata. « Noi – si legge – ci dirigiamo ad un pubblico ben definito: a color che come noi hanno sofferto e soffrono angherie e soprusi in nome d’una democrazia che intende la libertà come libertà di togliere la libertà a coloro che restano fedeli e coerenti con la loro coscienza». Pubblicato tra il 1948 e il 1957, l’Asso di Bastoni seppe unire attorno a sé le migliori firme della sinistra socializzatrice dei Pini e  della destra tradizionalista dei Gianfranceschi, facendo convivere, di fatto, i visi pallidi e i figli del sole, come venivano allora definite le rispettive correnti.

Ed è proprio dalle colonne del settimanale di Caporilli che Ugo Clavenzani, ex dirigente dell’industria fascista ed esponente di spicco della sinistra missina, rianima la discussione sulla fattibilità della socializzazione, in chiave tedesca, alla luce dei primi esperimenti di cogestione operaia attuati negli stabilimenti Siemens. Nel numero 7 del 18 febbraio 1951, sesto anno dell’era antifascista, Clavenzani esordisce con Capitale e lavoro in Germania – La Siemens socializzata:

siemens_fondo-magazine«Ecco una notizia che meriterebbe di essere ampiamente diffusa e meditata. In Germania la famosa società Siemens, che è una delle più grandi imprese industriali tedesche, ha deliberato di versare al personale dipendente un premio corrispondente al 50% del salario mensile. Di tale premio, una percentuale oscillante dal 50% al 70% verrà versata in contanti e il resto sarà convertito in azioni della Società le quali daranno diritto ad una parte dei dividendi ed alla partecipazione alle decisioni del Consiglio di Amministrazione. La notizia aggiunge che tale beneficio interesserà circa 70 mila dipendenti. (…) La partecipazione agli utili e la partecipazione alla gestione delle aziende sono le tappe obbligate per  le successive trasformazioni che rendono operante il binomio “utilità responsabilità” i cui presupposti inscindibili servono a dare al lavoratori la chiara documentazione che le aziende diventano “le loro aziende”. Con questa aggettivazione non voglio sancire un mutato rapporto di proprietà i cui limiti formeranno oggetto a tempo debito di ben ponderate valutazioni, ma voglio soltanto riferirmi alla diversa considerazione che i lavoratori daranno ai loro rapporti con la azienda quando, cioè, di essa, saranno costretti a conoscerne le difficoltà mediante la partecipazione alla gestione e quando gli utili non-saranno estranei ai loro diretti interessi. Se noi fermiamo l’attenzione a questa prima fase della socializzazione dobbiamo subito riconoscere che le deliberazioni della Siemens devono essere definite intelligenti e tempestive;intelligenti perché interrompono automaticamente il distruttivo “odio di classe” con prevedibili efficaci risultati nella qualità e quantità della produzione, tempestive perché dopo la tragedia di una guerra non si possono trascurare le logiche rivendicazioni sociali delle masse lavoratrici che vi hanno profuso incalcolabili sacrifici di sangue. E’ facile prevedere che in Italia, come al solito, tali rivendicazioni dovranno essere strappate con la violenza;fra i nostri datori di lavoro i più audaci riformatori sono rimasti, infatti, ancorati al ripristino di «corporazioni» con relativo dualismo fra datori di lavoro e lavoratori, e quindi fra capitale e lavoro e nessuno vuole invece adattarsi all’idea e alle nuove esigenze che impongono riforme audaci e profonde in forza delle quali il capitale deve essere riportato alle sue originarie funzioni di strumento del lavoro. I soliti timorosi dei salti nel buio hanno detto e ripetuto fino alla noia che la socializzazione può, tuttalpiù, trovare applicazione in piccole aziende edili o in altre a carattere artigiano; si è detto ancora che l’esperimento di socializzazione della Repubblica Sociale non aveva presupposti ne giuridici ne Ideali perché l’attuazione venne unicamente suggerita dall’urgenza di creare un diversivo alla cattiva  piega delle vicende belliche. La Siemens con i suoi settantamila dipendenti ha invece riconosciuto esplicitamente che l’Idea socializzatrice non è da considerarsi né peregrina né utopistica e il recente suo deliberato ha dato vita ad una iniziativa audace che non mancherà di dare risultati fecondi. Vorranno gli industriali Italiani registrare il fatto almeno come degno di valutazione? E vorranno gli italiani tutti riconoscere che l’ Idea affiorata dalla mente di Mussolini in uno dei momenti più tragici dello storia d’Italia può aprire fecondi orizzonti alla nostra economia e risolvere in forma definitiva le distruttive conseguenze dell’odio di classe?».

Data l’alta approvazione riscontrata negli ambienti operai e la lungimiranza degli industriali tedeschi, la riforma inerente la cogestione operaia verrà approvata nel ’76.  Esperimenti analoghi verranno attuati nei Paesi Bassi con esiti più che soddisfacenti. Seppur con diversi distinguo tra le formule di cogestione è da annoverare l’esperienza delle autogestioni titine e la concertazione francese.  Attualmente è il Venezuela di Hugo Chavez, il baluardo della cogestione applicato soprattutto alle aziende del settore siderurgico, sulla scia delle Fasinpat – Fabrica sin Patron dell’Agentina neoperonista dei coniugi Kirchner.

Come ben sappiamo, in Italia invece, il «grande capitale» di concerto con i sindacati, in difesi dei propri interessi, si guarderanno bene dall’applicare una formula, quella della socializzazione, che avrebbe risolto, in breve tempo, tutti quei contrasti derivati da un dualismo malato e infecondo.

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