Intervista a Valerio Fioravanti

Andrea Colombo

intervista Valerio Fioravanti

Andrea Colombo, ex militante di “Potere Operaio”,  scrittore, già giornalista del Manifesto è, attualmente, redattore del quotidiano L’Altro. Tra i suoi libri, Le due crociate  del Cavaliere. Il filo nero della Seconda Repubblica (Manifestolibri, 2005), Un affare di Stato. Il delitto Moro e la fine della Prima Repubblica (Cairo Publishing, 2008) e Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti (Cairo Publishing, 2007). L’intervista che segue è pubblicata su Il Fondo per sua gentile disponibilità.

La redazione

«Nei campi di concentramento – suole ricordare la scrittrice ebrea Giacometta Limentani – sono morti anche tanti idioti». Le vittime sono sempre vittime, ma ciò non basta a renderli tutti geni, o santi. Lo stesso discorso vale per i parenti delle vittime. Meritano, tutti, vicinanza sincera e partecipazione al loro dolore. Ma non sono tutti uguali, il tremendo lutto subìto non ne fa di per sé delle autorità, neppure morali.

Il presidente dell'”Associazione dei parenti delle vittime della strage del 2 agosto 1980 a Bologna”, Paolo Bolognesi, è da anni impegnato in una violentissima crociata contro chiunque osi mettere in dubbio la colpevolezza dei tre ex militanti dei Nar condannati per la strage, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini. Con la sua dogmatica virulenza, Bolognesi rende un pessimo servizio all’associazione che presiede e al Paese tutto, perché allontana, invece di avvicinarla, la possibilità di raggiungere quella verità che egli stesso continuamente invoca.

La sentenza che condanna i Nar è effettivamente dubbia e discutibile, tanto che moltissimi magistrati e giornalisti non certo sospetti di tenerezza verso l’estrema destra di ieri o di oggi, sono scettici sulla effettiva colpevolezza dei condannati, quando non apertamente innocentisti.

Di fronte a un quadro indiziario che, sentenza o non sentenza, resta comunque assai fragile dovrebbe essere interesse di tutti, e di Bolognesi ancor più di altri, scandagliare  quelle acque torbide e melmose.

Ci sono infatti almeno due assiomi, dati troppo spesso per certi, che converrebbe quanto meno revocare in dubbio per cercare una verità storica che a tutt’oggi sfugge, tanto che lo stesso movente che avrebbe indotto i condannati a perpetrare l’efferata mattanza risulta ancora ignoto. Il primo è la sostanziale univocità delle stragi, e tutte, da piazza Fontana a Bologna passando per Reggio Calabria, Brescia e l’Italicus, andrebbero inquadrate in un unico disegno, ordito dagli stessi registi. Forse è vero, ma forse invece no, e in questo caso l’assioma finirebbe per costituire uno dei più insormontabili ostacoli sulla strada della verità.

In secondo luogo, insistere nel negare anche solo la possibilità che dietro i depistaggi, se non dietro la strage, ci fosse l’esigenza di nascondere accordi inconfessabili e attività diplomatiche sotterranee nello scacchiere mediorientale significa rendersi complici di chi quella diplomazia voleva che restasse segretissima allora e tutt’ora lo vuole. Significa dunque trasformarsi nella più valida difesa di quei “segreti di Stato” di cui, certamente in buona fede, si chiede il disvelamento.

Su queste materie oscurissime non saranno nuovi processi a fare luce, e meno che mai una politica abituata a usare il passato solo in funzione dei più miopi interessi a breve. Potrebbe essere, forse, una vera commissione di inchiesta, non parlamentare, non ridotta all’eterno e misero ring per i due soliti schieramenti, ma costituita da storici, studiosi e magistrati. Pensata non per punire vicende ormai lontanissime ma per sapere e capire. Sarebbe utile per tutti. Anche per Paolo Bolognesi.

Anche se la notizia è nota solo da ieri, Valerio Fioravanti è già da alcune settimane un uomo libero. Non ha più un orario di ritorno obbligatorio la sera, può chiedere il passaporto e andare dove vuole. Per l’Associazione “due agosto 1980″, che riunisce i familiari delle vittime della strage per cui Fioravanti è stato condannato in via definitiva (ma con una sentenza che non cessa di sollevare diffuse perplessità) è la prova che «la certezza della pena in questo paese è riservata alle vittime e ai loro familiari».

Non che Fioravanti, arrestato all’inizio del 1981, di galera, nel senso di carcerazione piena e a tutti gli effetti, ne abbia fatta poca. Vent’anni, almeno metà dei quali passati in isolamento. «Quando protestavo – ricorda oggi – e ripetevo che periodi di isolamento così lunghi erano illegali, mi rispondevano: “Ma Fioravanti, lei non è in isolamento. È solo detenuto in un braccio in cui non si trovano altri carcerati”».

Valerio Fioravanti era in libertà condizionale dal 2004, l’estinzione della pena non è un regalo né il frutto di un trattamento di favore ma una conseguenza dell’applicazione della legge. Ciò non toglie che il presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, Paolo Bolognesi, abbia lanciato altissime urla avanzando anche l’ipotesi che l’ex fondatore dei Nar possa candidarsi alle prossime elezioni.

storia_nera_-fondo-magazineAllora, Valerio, ha ragione Bolognesi? Pensi davvero a candidarti alle prossime elezioni?

Con questa boutade Bolognesi dimostra ancora una volta, e certo non si tratta della prima, la sua non conoscenza delle leggi di questo paese. Se anche volessi candidarmi, sarebbe prima necessaria tutta una serie di passaggi. Ma non è mia intenzione. In realtà, credo che sia il desiderio segreto di Bolognesi, non il mio.

L’anniversario della strage è stato quest’anno occasione di una ripresa in grande stile del tema del “doppio Stato”. De Magistris afferma che la P2 non si è mai sciolta… A proposito, tu, Licio Gelli, lo ha mai visto e conosciuto?

Mai.

E qualche altro esponente della Loggia?

Neppure.

E Francesco Pazienza ?

Lui effettivamente l’ho visto. Ma era dall’altra parte dell’aula in una gabbia diversa dalla mia.

In carcere avevi cercato di avviare un lavoro tra i detenuti di estrema destra per raggiungere la verità sulle stragi. Che idea ti sei fatto di quelle tragedie? Pensi che ci fosse una regia comune?

Credo che siano vicende distinte e diverse ma con alcuni elementi in comune nella gestione.

Ti convince l’idea delle “stragi di Stato”?

No, se si intende che qualche appuntato dei carabinieri ha messo o fatto mettere le bombe. In compenso i nostri politici di allora sono stati così scaltri da far sì che, manovrando i processi e soprattutto l’opinione pubblica, entrambi i terrorismi, sia quello di destra che quello di sinistra, contribuissero a consolidare il potere democristiano. La strategia della tensione non è stata decisa e organizzata a tavolino. Però è stata gestita a tavolino. Poi, nel ’77 e ’78, soprattutto con il sequestro Moro, la stessa Dc si è spaventata e allora è iniziata una vera attività di repressione. Insomma, credo che lo Stato abbia sfruttato a proprio vantaggio quello che decine di gruppi diversi facevano in piena autonomia, ma non che abbia fatto quelle cose in prima persona. Ma il mio è solo un parere.

Anche in questa versione sembra esserci comunque una regia univoca, dedita a strumentalizzare anche se non a organizzare le stragi. È così?

Chissà? Io tendo a pensare che in quegli anni succedesse quello che succede ancor oggi, e cioè che il potere non fosse monolitico, ma costituito da correnti e cordate in lotta tra loro. Le pagine più esilaranti del libro di Pazienza sono proprio quelle in cui descrive il “Cencelli”, in base al quale venivano distribuite le cariche ai vertici dei Servizi segreti: ogni settore appaltato a un generale indicato dai partiti o dalle correnti dei partiti. Direi quindi che non c’è stata una gestione unica e concordata della strumentalizzazione, ma diverse gestioni spesso in competizione tra loro, però tutte hanno manovrato i media e, attraverso i media, l’opinione pubblica.

E per quanto riguarda gli esecutori?

C’è una teoria che fa risalire tutto alle cellule di Ordine nuovo del Veneto. Ma in realtà ci sono diverse scuole di pensiero… Dagli scenari che sono stati lasciati trapelare, direi che l’elemento principale è che la politica italiana ha sempre fatto in modo che non si sapesse nulla degli accordi con le varie potenze, sia amiche che nemiche. Si sa degli accordi con la Magliana o con la ‘Ndrangheta, ma è stato protetto il lavoro enorme che i Servizi segreti facevano con le potenze estere. Così la storia italiana di quegli anni viene ridotta a un intreccio tra Servizi, Magliana, Mafia e Camorra, il che è un bel po’ riduttivo. Manca tutta una parte fondamentale di cui non sappiamo niente: come l’Italia ha gestito il suo collocamento al centro del Mediterraneo in quegli anni.

Tra le polemiche sollevate da Bolognesi campeggia quella relativa al segreto di Stato…

In Italia c’è un solo segreto di Stato, che rimbalza da un processo all’altro e riguarda il ruolo del colonnello Giovannone, l’uomo che ha gestito per intero la politica dei servizi in Medioriente per 15 anni. L’elemento chiave è il traffico d’armi, peraltro molto limitato, tra i palestinesi e le Br. Un paio di casse di mitragliatrici, sulla cui consegna probabilmente i Servizi italiani chiusero un occhio per mantenere buoni rapporti con i palestinesi. Un traffico minore, ma che se fosse stato noto, all’epoca, avrebbe fatto grandissimo scandalo.

E la strage di Bologna che c’entra?

Nella stessa estate dell’80 si susseguono tre episodi tragici che rimandano al quadro mediorientale: Ustica, Bologna e la scomparsa dei giornalisti Toni e Di Palo in Libano. Mi pare evidente che i Servizi intendessero a tutti i costi evitare che si puntasse lo sguardo da quella parte, e questo proprio per coprire gli accordi stipulati da Giovannone. In fondo, se del patto segreto tra i Servizi italiani e i palestinesi sappiamo qualcosa è solo perché ce lo hanno raccontato Carlos prima e il palestinese Abu Saleh poi. Questo, sia chiaro, non dice nulla sulla genesi della strage, di cui ancora non si sa niente. Però dice tutto sulla genesi del depistaggio, sul perché era tanto importante indicare da subito la pista fascista.

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