Roma, Rom e la politica del dare…

Arba

Forse è giusto sostenere che i cervelli femminili (come il mio, per esempio) sono in grado di eseguire connessioni “impensabili”. A differenza di quelli maschili, forse. I quali danno a volte l’impressione di funzionare in compartimenti chiusi e stagni che non si relazionano fra di loro. Quale logica relazione di pensiero potrebbe esistere fra tonno, un marciapiede romano ed un cimitero cristiano cattolico del Nord Europa?

Facile: basta semplicemente iniziare con il riflettere su delle scatolette di pesce. Scatolette che ho regalato in via Marsala a Roma, il giorno della mia partenza dalla Città Eterna, a degli “accampati su gradini”, del tipo …facciamo etiopici. Sono stata pure pregata gentilmente e  “Già che c’ero” di sborsare qualche euro. Desiderio che ho esaudito. Ero stata assalita da uno struggimento totale per via di questo lasciare-Roma e con la vista/cervello ragionevolmente annebbiati ho dato senza replicare.

zingari_-fondo-magazineDa Roma, ho pure riportato: un foulard viola con la scritta “Roma” stampata almeno 300.000 volte sullo stesso. Manifatturato in Cina, (senz’altro con sviscerato amore verso l’Europa), e comprato ad un ragazzino dello Sri Lanka; una borsa bianca proveniente da Napoli, come il senegalese che me l’ha venduta ha precisato su mia richiesta. Luogo di lavorazione sconosciuto;     al Colosseo, da un… mah asiatico … un aggeggio estremamente linfatico, (nel senso che potrebbe ravvivare e far mantenere un certo equilibrio psicofisico durante le buie giornate invernali) costituito da: una specie di piedistallo con relative pile e tasto di accensione + tre blocchi di cristallo di diverse forme, laserati con il Colosseo e il Vaticano. Pesantissimi.    Spostando la levetta di accensione, si mette in moto una luce a colori diversi ed intermittenti, i quali rischiarano i cristalli/vetri dal sotto, attraversandoli di luce e rendendoli blu e viola e verdi e rossi e blu e viola e verdi e rossi e blu e viola e verdi e rossi e blu e viola e verde e rossi….Vale a dire: le acque della Fontana di Trevi, pure nella loro meravigliosa e purtroppo breve colorazione rossa alla Cecchini, sarebbero cadute immediatamente nell’oblio a confronto di siffatta perfezione tecnica ed artistica. Questo, comunque, sempre riconoscendo alle azioni di vendita di queste persone una certa emanazione trascendentale da manuale di azione futurista: l’amor del pericolo, dell’energia, il coraggio, il movimento della velocità lampo …con la quale sparivano appena si vedeva la polizia…

Ma in Piazza di Spagna non ho comprato degli stupefacenti ombrellini colorati. Chi me li offriva si è arrabbiato, per via della mia persistente insistenza a non volerli. Sono stata di conseguenza felice di non aver capito la sua lingua, indubbiamente ricca di espressioni, quando con un’ occhiata schifata si è finalmente allontanato da me.

Passiamo alla “questua”. Moltissimi i senzatetto o presunti tali a Roma. Non me l’aspettavo.  E le attività di accattonaggio con piattini, sacchetti, bicchierini, sporcizia erano cosí presenti da togliere il respiro. E, sommate ai 33 gradi di calore, imputabili di procurare momenti di sconforto fisico. Specie quando la persona che chiedeva …donna Rom, sporca vi assicuro, si trovava in ginocchio/sdraiata/completamente chinata e vestita da capo a piedi, in tenuta invernale (maglionificata, per la precisione), su un marciapiede che scaldava come un barbecue. Il viso nascosto. Senza  faccia. Una -non esistenza- senza connotati, sulla pietra. Nullificata. E sporca.

Il primo pensiero era istintivamente quello di: “Adesso mi chino e le dico Macchecavolo fai/tirati su stupida ma sei completamente fuori di testa? Ah bella città Roma che tollera questa desolazione”. E poi proseguivo con: ” …ma se mi avvicino in questo momento tranquillo del pomeriggio e questa mi prende per una caviglia e poi mi trovo sdraiata con lei sopra che si scopre essere un lui”?  E le tecniche di difesa della mia persona fisica … che conosco? Nah, ho preferito, in quel caso, non dare.

Ma, a chi si mostrava come persona e non come zerbino, ho dato con piacere. Ho dato per convinzione personale. Ho sempre pensato che chi chiede mi faccia quasi un favore e che dimostrare benevolenza sia una grande opportunità per ogni Umano. Che ci sia anche un beneficio molto spirituale a seguito di determinate azioni fisiche. Un paragone molto azzeccato è in un commento religioso che paragona chi distribuisce alle stelle. Come le stelle influenzano il mondo, anche se non sempre si vedono, così chi dà è come quella persona che con le sue azioni influenza il mondo, anche se raramente se ne rende conto. E ritengo che sia inoltre una forma di giustizia, per riparare una forma di ingiustizia. Ma che sia soprattutto un dovere impellente per ognuno. E che per la persona bisognosa sia un diritto umano chiedere.

È un cardine in molte religioni, che ne gestiscono la sua attuazione con approcci diversi. Nell’Islam non aveva niente di volontario e rimane pur sempre un pilastro in base alla legge religiosa. Pratica e non solo fede astratta e fondamentale per un musulmano devoto. E se nel cristianesimo si accenna all’elemosina come forma di carità e amore compassionevole, nell’ebraismo la parola Zedakà significa giustizia, intesa come la cosa giusta da fare e non legata a fatti emotivi. La compassione emotiva infatti è sfuggevole e irrazionale e legata all’aspetto di chi chiede.

Chi chiede, per strada, mostra di conoscere la psicologia umana alla perfezione. Ne ha fatto un’arte. Un’artigianato come un altro. Anzi, per quanto riguarda i Rom ed affini, questa questua o “manghel” è una tradizione culturale molto radicata perché ha permesso loro di sopravvivere. Che sia ”sacra”?

Detto tutto questo …sono assolutamente convinta che, nella situazione opposta, ogni persona dovrebbe sentire come suo assoluto e doveroso obbligo l’impegno di evitare di finire ”per strada” e dovrebbe far il possibile per non  mettersi nella situazione di dover chiedere e pesare sul prossimo. Quello è il suo di dovere, quanto il mio quello di aiutare.          E che il compito di ogni amministrazione pubblica decente sia quello di fare in modo che i due aspetti si bilancino. Monitorare ed operare sui “suoi accattoni “, proprio inteso come originari del posto o dello Stato. Responsabilità sociale, etica e di ordine pubblico che non può ai lasciare all’iniziativa volontaria dei cittadini od eventuali turisti. Poi, che debba fare in modo che per i ” senzaniente” stranieri si trovi una soluzione in collaborazione con gli Stati d’origine. Magari prima che si riversino sui marciapiedi del Paese in questione.

Per finire …non ha certamente senso, ed è altrettanto poco etico, pretendere da un determinato Stato, sfortunato per la sua posizione geografica o mancanza di ordinamento in materia, che si occupi, (da solo), di tutti gli sfollati/migranti/senzatetto di ogni angolo del mondo che capitano sul suo territorio. Anche se, fra Umani degni di questo nome, è appunto doveroso aiutarsi.  La politica del “DARE”, il concetto dell’essere solidali, non è neppure ed unicamente un dovere per i singoli ricchi ma per ogni persona. Trasportando lo stesso principio a livello di Stati ne consegue che, ogni  Paese, anche povero, si deve dar da fare in materia sul suo territorio.

Per quanto mi riguarda, ripensando alle mie convinzioni personali e alle mie azioni, non ho potuto fare a meno di notare una chiara incongruenza. Come dire: scelgo a chi dare? Ai puzzolenti e alle ”donne zerbino Rom” no? Mi butto sull’accattone simpatico e mi scanso dagli altri?

E per tornare all’inizio, meditando sul tonno in scatola appunto, e passando per la ”donna/uomo Rom”, …il caso vuole che io mi sia resa conto di essermi comportata da ipocrita, a Roma.

Il ”caso” vuole pure che io mi sia trovata nelle vicinanze di un cimitero cristiano cattolico che mai, neppure per ”caso”, mi sarei sognata di voler visitare fino a qualche settimana fa. Leggendo un giornale, nessuno dei miei abituali, e notando un dossier sulle tradizioni che riguardavano la cultura della morte o sepoltura per religione, ho scoperto che in quel determinato cimitero nel 1925 fu sepolta, secondo i giornali dell’epoca, una ”regina” zingara. Le cronache che ho ricercato facevano cenno ad un gruppo di 50 persone e 8 carrozzoni arrivato nei paraggi del cimitero.

Una certa Amalia Bandi fu trovata morta in un carro, una mattina di primavera. Veniva descritta la cassa per la defunta e la chiusura della stessa, che fu fatta in maniera tale da far pendere all’esterno uno scialle di pizzo e lino. Che fu toccato rispettosamente da tutti i presenti al funerale, arrivati perfino da altri Paesi. Si spiegava quindi che per regina si intendeva una specie di guida, di giudice, della comunità.

Mi sono recata sul posto. Ho cercato per un ora e mezzo fra le tombe e mi sono trovata all’improvviso davanti ad una foto, su una croce di pietra. Una donna con uno scialle in testa. Come la Rom sul marciapiede a Roma.                      Amalia Bandi nata a Trier in Germania il 4 marzo del 1875 e morta nello stesso paese del cimitero nel 1925. ”Qui riposa la nostra amata madre e moglie di Johann Franz”. L’unica tomba in tutto il cimitero con dei paletti ed una catena tutta intorno per delimitarne il territorio ed il contorno. Strano per chi viveva in un carrozzone da nomade. Oppure no?

Le ho deposto una piccola pietra sulla tomba, un piccolo sassolino…a simbolo della moneta che non ho deposto a Roma sul marciapiede.

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