Luciano Lucci Chiarissi e i Gruppi dell’Orologio

Romano Guatta Caldini

Da Il Tempo del primo maggio 1946: «Alle 22,55, l’aiuto operatore della RAI Giuseppe Piccionetti, smontato dal servizio, stava uscendo dalla stazione radio di Monte Mario, quando veniva aggredito da un individuo che, dopo avergli puntato una pistola, gli metteva una benda alla bocca, e gli legava le mani dietro la schiena. (…) Subito dopo, mentre alcuni camerati erano di guardia, altri cinque facevano irruzione nella stazione radiofonica. Secondo il racconto che c’è stato fornito direttamente dall’aiuto operatore Piccionetti, i neofascisti avevano portato con loro un amplificatore un giradischi e un disco in cui era inciso l’inno “Giovinezza” (…) Pochi istanti dopo aver posto in trasmissione il disco, arrivava una telefonata che chiedeva spiegazioni circa l’originale trasmissione. Lo stesso improvvisato operatore alzava il ricevitore e  rispondeva: Tutto bene, parla Gesù Cristo!».

far_fondo-magazineE’ così che il quotidiano romano dava notizia dell’improvvisata serale ad opera dei FAR (Fasci di azione rivoluzionaria). L’ideatore dell’impresa era il giovane ex combattente della RSI Luciano Lucci Chiarissi, anconetano, classe 1924. «Magro e piccolo di statura – scrive Antonio Carioti –  nell’ambiente è chiamato «Lucianino» per distinguerlo dall’amico Luciano De Perini, detto invece «Lucianone» per la sua corporatura imponente.» L’azione alla stazione radiofonica non era la prima e non fu neanche l’ultima delle azioni provocatorie dei giovani reduci. Accusato degli attentati dinamitardi dei FAR e della Legione Nera, Chiarissi sarà condannato a un anno di reclusione. Nonostante le non poche vicende giudiziarie, in breve tempo, si distinguerà nell’area per intelligenza, analisi e senso critico. Nel periodo di transito, dalla lotta clandestina all’istituzionalizzazione del MSI, Chiarissi sarà uno dei pochi a comprendere la portata  funesta della logica dei blocchi contrapposti e l’asservimento dei partiti italiani alle superpotenze:

«Assai pericolosa mi sembra la tendenza, rilevabile in tutti, di gettarsi a priori da una parte o dall’altra, assumendone mentalità e stile, ove si dovrebbe ricordare che solo una politica autonoma ha un senso anche sul piano concreto, perché potrà permetterci un atteggiamento sereno alle prime battute e un intervento da far pesare assai sulla bilancia degli avvenimenti. Ritengo che la democrazia cristiana non possa reggere ancora a lungo la situazione pressata dalla piazza e delle chiamate di correo che le sinistre le rivolgono con una simpatica tempestività circa gli avvenimenti della sagra liberatoria. Forse, dopo questo fallimento, gli italiani potranno comprendere dove orientarsi e le forze internazionali che hanno interesse alla trincea Italia dovranno prenderne le necessarie conclusioni»

Conclusasi l’esperienza dei FAR e in rotta con la dirigenza missina, Chiarissi intraprenderà in solitaria l’alternativa nazionalpopolare. Sovranità nazionale e fuoriuscita dall’area d’influenza  Nato, saranno i cavalli di battaglia dell’Orologio, la rivista bimestrale fondata da Chiarissi nel lontano ’63. «L’Orologio – ha scritto Giuseppe Parlato – individuò nel capitalismo e nell’imperialismo americano un pericolo maggiore di quello sovietico per la cultura e la politica italiana.(…)». In quello splendido laboratorio politico e culturale che fu la rivista, si svilupperanno le campagne in favore dell’Europa  forte e armata di De Gaulle e della politica filoaraba di Mattei. Con simili presupposti era inevitabile che l’Orologio e il suo entourage, affrontassero il problema Vietnam in modo completamente differente rispetto agli altri fogli riconducibili all’area neofascista. La posizione di Chiarissi e dei suoi, era nettamente a favore dei vietnamiti; questi ultimi erano considerati dei fieri nazionalisti in lotta  per la propria indipendenza. Va infatti ricordato che la maggiore componente della resistenza era il Fronte di Liberazione Nazionale, al cui interno convivevano diverse correnti, da quella nazionalista a quella comunista, senza contare le migliaia di guerriglieri non-politicizzati, il cui unico intento era la liberazione della propria terra dall’occupante americano o da chi per lui.

Leggendo i numeri dell’Orologio, riguardanti la questione vietnamita, viene naturale fare un confronto con le numerose pagine, scritte da Chiarissi nell’immediato dopoguerra, riguardanti  l’altra guerra di liberazione, quella italiana, quella dei giovani fascisti repubblicani contro tutte le potenze straniere. Nell’articolo “Faziosi e Patrioti” del ’48 leggiamo: «Eserciti stranieri vincitori tolsero le armi ai soldati della Rivoluzione fascista e con ordinanza dichiararono d’autorità la guerra civile risolta a favore degli antifascisti, loro ausiliari a cui diedero in amministrazione i territori occupati.» Secondo Chiarissi, in questa situazione, urgeva disancorare la neonata politica italiana dagli istituti stranieri e questo poteva avvenire solo se il popolo italiano avesse compreso lo stato di sudditanza in cui i vincitori avevano relegato la Patria: «Il regime che è sorto si mantiene e può sopravvivere esclusivamente perché ha rinunciato alla sovranità nazionale ed all’autonomia politica della comunità italiana, e ritiene normale che le decisioni di fondo per la nostra vita collettiva siano assunte in sede esterna agli istituti politici italiani. La ribellione potrà avvenire quando si sarà compreso che la sudditanza politica della Nazione implica una formale abdicazione alla dignità umana e civile di tutti gli italiani».

L’appoggio ai vietcong, le campagne di solidarietà  ai nazionalismi emergenti dell’Africa, le prese di posizione dichiaratamente filoarabe e l’acceso anticlericalismo,  faranno dell’Orologio una punta di diamante all’interno di un universo diviso fra il doppiopetto e il filogolpismo. Tali divergenze si faranno sempre più evidenti nel ’68, con l’arrivo delle contestazioni studentesche. In occasione della visita di Nixon in Italia, violente manifestazioni sconvolsero le città universitarie, a Pisa ad esempio, durante una manifestazione antimperialista, vennero lanciati alcuni volantini firmati Gruppi Nazional-Popolari. In essi si poteva leggere: «la nostra rivoluzione non ha bisogno di bandiere stellate. Se la democrazia puttaniera ha accettato una volta la tua “liberazione”, adesso è ora di finirla. Diamo il benservito all’alto protettore americano. Dimostriamo che l’Europa – da Brest a Bucarest – è in grado di difendersi da sola con le sue forze economiche e militari, e, quel che più conta, di riprendere con energie morali e rinnovata coscienza politica il suo posto alla guida del mondo».

Per ciò che concerne sempre i Gruppi dell’Orologio, particolarmente influente sul percorso che portò al loro radicamento territoriale, furono le manifestazioni seguite ai sanguinosi fatti di Avola. La saldatura fra gli studenti nazionalrivoluzionari, i braccianti e gli operai, culminò nell’occupazione dell’ateneo di Messina. A Roma e a Perugia altre proteste sempre in ambito universitario, furono guidate da studenti legati alla rivista di Chiarissi. In una prima analisi sui fatti di Valle Giulia, Luciano Lucci Chiarissi scrisse: «Innanzitutto le agitazioni hanno chiaramente dimostrato che la gioventù è pronta a recepire i discorsi antisistema e questo si è visto a Valle Giulia, vale a dire prima che il Pci mettesse pesantemente le mani nella questione. Si tratta di un’intera generazione che si ribella contro il sistema. Se consideriamo che questa è la generazione allevata nell’antifascismo abbiamo motivo di rallegrarci.» Riguardo la collocazione politica dei contestatori dell’Orologio, Giuseppe Parlato scrive: «Essi si ponevano oltre la destra e la sinistra, sia mantenendo un forte legame con le concezioni della sinistra nazionale e con richiami mazziniani e gentiliani, sia cercando d’inserire nel programma culturale elementi decisamente eretici quali una positiva analisi di Marcuse». E’ infatti in questo periodo che la figura del filosofo berlinese viene paragonata, sulle pagine della rivista, a quella di Sorel. Da ricordare però, a onor del vero, che alcune frange dei gruppi dell’Orologio si distinsero sempre per la loro marcata fedeltà alle interpretazioni attualistico-operative del marxismo gentiliano.

Gli ultimi fuochi dei Gruppi legati alla rivista, si registrano in Calabria, sulle barricate per Reggio capoluogo. Ennesimo laboratorio ideale per sfruttare le pulsioni antisistemiche di quei fascisti che si rifiutavano d’ingrossare le fila di una reazione governativa che da sempre li perseguitava.

Dal punto di vista politico organizzativo, molti nuclei studenteschi dell’Orologio confluiranno in “Lotta di Popolo”, mentre la rivista cesserà le pubblicazioni nel 73.

L’ultima creatura di Chiarissi, in ordine di tempo, sarà Italia e Civiltà. Nei primi anni ottanta, sulla scia delle aperture craxiane al Socialismo Tricolore, Chiarissi si farà promotore di numerosi incontri a cui parteciperanno socialisti, missini, radicali e fascisti di sinistra come l’ex collaboratore de L’Orologio, Pacifico D’Eramo.  Negli anni a seguire, mito fondante della corrente di Socialismo Tricolore, sarà il blitz dei carabinieri alla base aerea di Sigonella. Qui i carabinieri, coadiuvati dagli avieri di leva, mitra spianati contro i marines, toglieranno dalle mani di quest’ultimi, alcuni rappresentanti dell’Olp, rei del dirottamento dell’Achille Lauro e dell’uccisione di un passeggero americano di origine ebraica. Primo e ultimo sussulto di  una sovranità ritrovata.

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