La cultura in clandestinità

miro renzaglia

Il sostantivo femminile “cultura” viene dal latino cùltus con evidente riferimento e attinenza al verbo còlere, coltivare; “clandestino” viene dalla congiunzione del verbo latino, càlam o càlim, celare occultare tenere nascosto, e des=dìes, ovvero: giorno, da cui l’etimo di ciò che sta nascosto al giorno, che teme la luce. Ora, come sa chiunque coltivi sul davanzale del proprio balcone un vaso di gerani, senza il sole, per quella legge fissa di botanica che si chiama fotosintesi, è assai improbabile che il germoglio diventi fiore. E di primo acchito, pertanto, verrebbe da pensare che una cultura clandestina sia di per sé impossibile a praticarsi per lampante contraddizione dei termini. Ma non è proprio così. O meglio: è così solo dopo che il seme, originariamente piantato, sia stato ben interrato, nascosto e messo accuratamente al riparo dalla luce solare. Solo a partire da queste condizioni di “clandestinità” è possibile avere poi il fiore ed, eventualmente, anche il frutto.

Prendiamo, ad esempio, l’immenso filone culturale del cristianesimo. E’ noto che le prime comunità vivessero in una clandestinità indotta dalle scarse referenzialità favorevoli di cui godevano presso il potere romano. Addirittura, usavano come ritrovo per i loro riti di sapere e fede quelle fitte reti di cunicoli sotterranei che erano le catacombe. Imitavano, insomma, il seme. E non è da quello stato di clandestinità che germogliò il fiorire di una cultura (penso al Rinascimento, soprattutto, ma anche alle biblioteche monastiche del Medioevo) ormai bimillenaria? Che poi, all’origine e per alcuni secoli, prima di diventare a sua volta egemone, sia stata una cultura antagonista rispetto all’impero della legge allora in auge mi sembra quasi inutile aggiungerlo…

paganini_fondo-magazine1Ora, facciamo un salto di qualche secolo e andiamo a quell’epifenomeno di cultura antagonista che segnò la svolta definitiva verso la modernità: la Rivoluzione francese. Come ogni buon studente di liceo sa, fu la cultura illuminista a farle da leva. Non ho bisogno di dizionari etimologici per suggerirvi che “Illuminismo” è termine strettamente attinente con fenomeni solari. Ma, anche qui, basta scavare appena un po’ sotto la superficie per scoprire che tra seconda metà del Seicento e inizio Settecento un’altra cultura, prima di illuminarsi, si diede alla clandestinità. Ce ne ha resi accorti di recente Gianni Paganini con il suo Introduzione alle filosofie clandestine (Laterza, 2008, pag.181,€ 12) che indaga su centinaia di manoscritti di quel periodo: dal Theophrastus al Colloquium Heptaplomeres, dall’Esprit de Monsieur Benoît de Spinosa al Symbolum, tutti rigorosamente anonimi. Un anonimato che garantiva all’autore la protezione solare necessaria a non bruciarsi per manifesto antagonismo ai poteri assoluti, temporali e religiosi, su qualche rogo da inquisizione più o meno santa. E, secondo lo studio di Paganini, fu quella clandestinità a partorire il Secolo dei Lumi.

Passano i secoli, ma le dinamiche si ripetono. Siamo negli anni Sessanta del 1900 e nasce la cultura underground, ovvero: sottoterra o sotterranea. E rieccoci, quindi, con la palese metafora della inseminazione clandestina. Il capitalismo non era ancora quello turbo finanziario ma era comunque in una fase che definire “avanzata” è cosa propria. Si andava sviluppando, infatti, esercitandosi sul controllo dei nuovi (la TV) e vecchi mezzi di comunicazione di massa finalizzandoli alla piena realizzazione di progetti culturali e stili di vita omologati alla legge delle (sue) leggi: quella del profitto. Nasce così, sotterraneamente, quella rete di gruppi teatrali, laboratori artistici, cineclub, micro comunità parafamiliste, librerie, case editrici, riviste, case discografiche indipendenti, negozi di abbigliamento usato, circoli culturali alternativi. Era, per la verità, una rete solo per modo di dire, mancando quei nodi di collegamento necessari a fare della sue molte episodicità fenomeniche una forte alternativa al blocco culturale egemone. Ciononostante, proprio da quell’incubazione disordinatamente underground,  dagli hippie, dai beat,  dai frequentatori di psichedelie chimico sintetiche,  dai cultori di filosofie orientali etc…, sortì quel formidabile movimento libertario che, all’inizio, fu il ’68.

E noi?  Beh, noi – lo sapete tutti da dove veniamo. Non erano le fogne il luogo in cui puntualmente volevano rispedirci ogni volta che provavamo ad uscirne? Non era da lì che facevamo uscire la nostra “voce” in decenni quando a menzionar Pound o Céline o Jünger o Nietzsche o Heidegger si faceva peccato mortale contro la solare cultura dell’antifascismo democratico e/o militante? Ora – certo – le fogne non sono proprio il caldo riparo offerto dalla terra al seme, ma resta sempre valida la metafora del ridotto sotterraneo.  E c’è qualcuno che potrebbe negare che quella nostra, un tempo clandestina (o quasi), offra oggi ben affilati strumenti critici per leggere la complessità postmoderna?  Con una differenza di merito a favore nostro (e della nostra cultura…): per quanto critici possiamo essere nei loro confronti, non ci siamo mai sognati di affermare che Marx o Brecht o Gramsci o Foucault non abbiano diritto di cittadinanza nell’Università del Sapere.

E proprio a proposito del diritto di cittadinanza, nella clandestinità delle società europee si prepara la fioritura di un’altra cultura. Quella che nascerà quando il migrante non sarà più concepito come agente criminale ma come portatore  di cultura necessaria al ripensamento della nostra. Nessuna cultura è sorta per autogerminazione: quella greca è nata per contaminazione persiana ed egizia; quella romana per contatto con più d’una: da quella greca a quella etrusca a quella celtica. Ed è perita quando ha cercato di negare, manu militari, l’accesso del migrante entro i confini dell’impero, provocandone l’invasione cosiddetta barbarica. Nessuna civiltà si è sottratta alla decadenza isolandosi. E, del resto, la più grande potenza planetaria non è forse sorta da quel melting di popoli e razze confluiti nelle sue praterie con tutto il trasporto delle loro diverse specificità etno-culturali? Chi abbaia oggi contro il multiculturalismo lo fa alla luna, perché non ha capito che viviamo già in una società multiculturale e, soprattutto, non sa che se così non fosse saremmo condannati a perire della nostra stessa eclisse.

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