Il nemico comune è il capitalismo

Luca Leonello Rimbotti

Furono in molti in Italia a volere la rivoluzione e l’instaurazione di un vero Stato nazionale-popolare, considerando il Fascismo la risposta italiana ed europea al disfacimento capitalista e alla sua ingiustizia di classe. Pensavano che le grandi rivoluzioni europee del Novecento sarebbero state in grado di scardinare il sistema di sfruttamento mondiale gestito dal potere liberale.

capitalismo11_fondo-magazine«Io, italiano e proletario, ammiratore e seguace di Carlo Pisacane, il più vero e autentico precursore del nazionalsocialismo, ho seguito Mussolini perché in lui vedevo il solo mezzo per spezzare le catene della miseria secolare del nostro popolo»: lo scrisse nel 1945 Stanis Ruinas, uno dei tanti giovani che avevano fatto della volontà di rivoluzione sociale il connotato più vero del Fascismo.

Gli squadristi, i futuristi, i sindacalisti rivoluzionari, i giovani dei GUF, di Primato, dei Littoriali: in questo suo nocciolo duro il Fascismo ebbe la punta di lancia di un anti-liberalismo e di un socialismo nazionale che vedeva nell’America, nella sua dittatura finanziaria e nel suo sfrenato individualismo il vero nemico da battere. Questi furono gli unici no-global che siano mai stati veramente in grado di minacciare il dominio liberal: gli odierni “disobbedienti” ne sono solo la pallida e innocua caricatura.

Quei fascisti “di sinistra” poterono contare su uno Stato solidale alle spalle, e alla fine non furono vetrine rotte e bastonate in piazza, ma guerra a viso aperto col coraggio di David di fronte a Golia. Il Fascismo della guerra del sangue contro l’oro, della sfida ai ricchi e ai potenti del mondo, dell’attacco alle borghesie e alle sette finanziarie cosmopolite fu in grado, quanto meno, di minacciare da vicino l’imperialismo americano, in una misura mai più ripetuta da nessuno, nemmeno dall’Unione Sovietica, che convisse col liberalismo USA per molti decenni, senza osare attaccarlo direttamente.

Pensiamo a quali erano le posizioni di tutto uno schieramento del Fascismo, che andava da Malaparte o Maccari – lo squadrismo antimoderno e rurale, nemico giurato dell’americanismo industrialista – fino ai soreliani, ai teorici del comunitarismo nazionale, i corporativisti, i sindacalisti. Pensiamo alla lotta anti-borghese di Niccolò Giani o a quella anti-americana di Berto Ricci: “Chicago, città del maiale”, era il suo slogan. Il nemico della civiltà, della giustizia sociale e della pace mondiale per tutti costoro è l’America, ben più della Russia sovietica, che a molti pareva avviarsi, con la costituzione del 1936 – in cui non veniva fatta parola del “comunismo” – verso una forma di socialismo nazionale. Bertoni vide nell’URSS dei tardi anni trenta addirittura “il trionfo del fascismo”, Orestano giudicava che il bolscevismo avesse causato la fine del comunismo, Ravasio scriveva sul Popolo d’Italia che l’antibolscevismo era una maschera del potere economico, e così via. E tutti furono nemici dell’America e degli “inglesi di dentro”, i capitalisti nostrani.

Ma qui non sono in gioco la “destra” o la “sinistra”. Un’ideologia come quella fascista nacque e si sviluppò ben oltre queste categorie partorite dalla fantasia borghese. Diversamente dal comunismo, nell’ideologia e nella politica fascista c’era la volontà di conciliare la modernità, la tecnica, il progresso sociale, la crescita economica, con il patrimonio atavico della tradizione popolare: la difesa del ceto contadino ne è un simbolo. Un’agricoltura modernamente gestita, ma incardinata sul radicamento al suolo della famiglia rurale, era il concreto sigillo del progetto temerario attuato dal Fascismo: combinare rivoluzione sociale e conservazione tradizionale. In questa fusione consisteva il suo potere antagonista nei confronti del progressismo “democratico”. Qui stava la forza del suo disegno ideologico, politico e sociale, destinato alle masse come alle aristocrazie di popolo.


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