Umberto Bossi. Dei dialetti e delle pene…

Alessandro Cappelletti

L’italia non esiste, per questo va evocata.
Graziano Cecchini

Selvaggia provincia, svegliati!
Il Selvaggio – 18/05/1926

(ANSA) – PONTE DI LEGNO (BRESCIA), 14 AGO  – Il ministro delle Riforme, Umberto Bossi, da ieri sera in vacanza a Ponte di Legno, ha rilanciato l’idea di introdurre lo studio del dialetto a scuola e ha annunciato che inizierà a scrivere la legge. «Secondo me – ha spiegato – lo studio del dialetto deve essere obbligatorio.»

(ANSA) – BORGO SAN GIACOMO (BRESCIA), 10 AGO – «Quanto bisogna spendere per il 150/mo anniversario dell’unita’ d’Italia? Credo zero». Lo ha detto Umberto Bossi. Il ministro per le Riforme ha parlato ieri alla festa della Lega di Borgo San Giacomo. «Ho detto al Consiglio dei ministri – ha aggiunto – di dare i soldi alla gente, non per ricordare una cosa che poi e’ andata in senso opposto. Bisogna reagire contro la canaglia – ha aggiunto – che ci ha privato dei dialetti e dell’identita per trasformarci in schiavi.»

Alle uscite politicamente scorrette di Bossi ci siamo ormai quasi rassegnati. Con le sue dichiarazioni estive, che arrivano puntuali come il Ferragosto, ci colpisce sistematicamente allo stomaco, se non più in basso. Populismo e cialtroneria si confondono nell’esaltazione dei discorsi dal palco, eppure non bisognerebbe trascurare, bensì analizzare nel profondo certe esternazioni, se non altro per poterle confutare coscientemente o eventualmente capire se, dietro alla retorica del tribuno, si nascondano concetti che possano essere utili a sviluppare idee critiche positive.

«L’italia è solo un’espressione geografica e nun me fate incazzà» (Metternich feat, Antonio Pennacchi).

«L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali. »  (Giustino Fortunato, 2 settembre 1899, lettera a Pasquale Villari)

lingue_-fondo-magazineIl pensiero di Bossi, infatti, non appartiene solo alle rivendicazioni del secessionismo padanista, ma si può rinvenire in molte riflessioni fatte nei secoli passati. Anche il Conte di Cavour, come del resto i Savoia stessi, ritenevano che i confini dell’espansione piemontese avrebbero dovuto fermarsi all’annessione del lombardo-veneto e pure gli antichi romani si domandarono se la Sicilia potesse far parte dell’Italia in quanto fisicamente staccata dalla penisola, giungendo alla conclusione che la conquista della Trinacria fosse imprescindibile più per le necessità strategiche nella lotta per il dominio del Mediterraneo con i cartaginesi che altro. D’altro canto, da Machiavelli a Mazzini, esiste una vasta biblioteca di riflessioni che invece considerano l’Italia all’incirca come è oggi.

Raggiunta l’Unità, rimasero profonde divisioni e spaccature che ancora oggi ci trasciniamo dietro, con una forte differenziazione che non c’è solo tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, ma spesso si riscontrano anche tra le diverse regioni, nelle province e pure tra comuni limitrofi: il “campanilismo” è infatti una peculiarità tutta italiana:

Tratto da wikipedia: “Una nazione (dal latino natio, in italiano “nascita”, derivato dal latino nasci, in italiano “nascere”) è un complesso di persone che, avendo in comune caratteristiche quali la storia, la lingua, il territorio, la cultura, l’etnia, la politica, si identificano in una comune identità a cui sentono di appartenere legati da un sentimento di solidarietà”

Stando a questa definizione, sufficientemente condivisibile per quanto generalista, gli italiani una “comune identità” ce l’hanno, come banalmente si usa dire, solo in occasione dei mondiali di calcio. L’ignoranza delle regole, l’assenza di senso civico, il menefreghismo sono caratteristiche che ci appartengono nel profondo. Siamo bravissimi a fotterci a vicenda, a fregare lo Stato e in questo ci sentiamo giustificati proprio a causa di quello Stato che a sua volta fa di tutto per complicarci la vita e mettercelo in quel posto ad ogni buona occasione, creando un perverso circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. E’ vero che il sentimento di collaborazione reciproca si manifesta ad ogni tragica occasione, lo abbiamo visto recentemente con il terremoto in Abruzzo di quali slanci siamo capaci, ma è anche vero che nella vita di tutti i giorni raramente riusciamo a dimenticare il nostro atavico individualismo. Per questo motivo, soprattutto, stentiamo a diventare Popolo e non riusciamo ad evolvere da un forma primitiva di aggregazione sociale e politica.

Esiste sì un apparato statale con la sua burocrazia, le istituzioni ed una propria liturgia celebrativa, ma ciò che può definirci Nazione è un concetto che appare lontano dal potersi compiere e che nella nostra storia si è manifestato solo in epoca fascista. Che piaccia o meno, fu infatti Mussolini l’unico statista capace di intendere l’Italia come Destino e di unire gli italiani su una base di Identità, dando a questi sciagurati una missione ed una prospettiva sociale, politica, spirituale ed economica, recuperando una Storia, una Cultura ed una Tradizione condivisi, concludendo e correggendo quel cammino che tra tentativi velleitari, errori di valutazione ed interessi particolaristici, aveva avuto principio nell’anno mille con l’elezione a Re d’Italia di Arduino da Pombia ed era finito malamente con l’unità del 1870 imposta forzosamente dai Savoia. Caduto il Duce, l’Italia fu poi inesorabilmente divisa tra le due internazionali: quella comunista e quella clerico-americana, così che il concetto di Nazione andò perdendosi tra gli sputi di Piazzale Loreto e gli strabismi dei leader politici di allora, con il risultato che dopo 150 anni, stiamo ancora aspettando che, fatta l’unità geo-politica, si compia anche quella sociale, culturale e spirituale.

«Le moderne nazioni europee sono l’eredità degli eroi eponimi dell’antichità, che dettero il nome e il volto ai nostri popoli lungo interi millenni.» (Luca Leonello Rimbotti – Cosmo “patriottismo” e nazionalismo di popolo, pubblicato su Il Fondo)

Possiamo forse identificarci in quest’altra definizione? Siamo quindi degni degli antichi eroi eponimi e del passato che costituiscono la Storia della nostra Terra? Siamo in grado di portare l’eredità di quegli uomini che sacrificarono la vita per l’Unità nazionale? Di fronte a questi interrogativi, ci si svela in tutta la sua gravità quanta strada debba essere ancora percorsa prima che si possa diventare Popolo e Nazione uniti da un unico destino. Non è un caso, difatti, che nel linguaggio comune, ci si riferisca all’Italia con il termine riduzionista di “Paese” o tutt’al più, nelle ricorrenze celebrative, con quello di “Patria”, ma solo per dare un tocco enfatico alla particolarità degli eventi: “Patria” altro non è che il vestito buono dei giorni di festa del nostro povero Paese e non possiamo che citare ancora Rimbotti quando in chiusura di articolo aggiunge: «Simboli di questa potenza rimangono muti quando, anziché un popolo, si hanno frattaglie di popolazione». Infatti: basti ricordare che la Vittoria, per quanto mutilata, nella Prima Guerra Mondiale non sia più Festa Nazionale a scapito di altre date storiche che ogni anno ci dividono in buoni e cattivi.

Purtroppo, dal secondo dopo-guerra in avanti, non s’è fatto altro che distruggere sistematicamente i miti fondatori della Nazione, creando una popolazione sradicata che non ha più un senso comune di appartenenza, ma spesso si identifica maggiormente con il territorio di origine, al quale siamo ancora profondamente legati. E’ forse un retaggio della secolare separazione in stati e staterelli che per secoli ha frammentato l’Italia o forse per la ricerca di un nucleo originario a cui riferirsi per non perdere del tutto le coordinate spazio-temporali che qualsiasi Comunità Sociale ha bisogno di avere.

Siamo tanti popoli, tante storie, tante tradizioni ed anche tanti dialetti diversi che rischiano però di estinguersi. Dio ci scampi dall’assistere alle fiction in bergamasco o in leccese come proposto dal Ministro Zaia, eppure è doveroso fare in modo che i dialetti non si perdano nell’oblio dell’indifferenziazione globalista perché sarebbe grave perdere un patrimonio di tradizioni, usi e costumi che si tramanda da generazioni attraverso questi antichi idiomi che ancora oggi si usano in tantissime zone d’Italia, sia rurali che cittadine, trasmettendo ai futuri un bagaglio culturale ricchissimo di storia e letteratura. Basti pensare per esempio alla lingua veneziana, al napoletano, al sardo oppure alle opere dei Goldoni, Belli, Totò, Trilussa per ricordarci quanto sia importante il dialetto.

I dialetti rappresentano non soltanto una lingua che proviene dal passato, ricca di espressioni che poi si sono riversate nella lingua italiana, ma sono anche un legame indissolubile che ci riporta ai nostri padri e ai padri dei nostri padri, una radice nel terreno che non dovremmo recidere. Per questo i dialetti dovrebbero far parte della nostra istruzione, per non dimenticare un patrimonio che ci rimanda alle origini delle nostre tradizioni. Qualcuno già ci sta provando:

Cimbro il primo dialetto in classe

(ANSA) – ASIAGO (VICENZA), 12 AGO – Potrebbe essere il cimbro il primo dialetto a essere insegnato ufficialmente in una scuola italiana. Gia’ dal prossimo imminente anno scolastico infatti l’antico idioma di origine tedesca dovrebbe diventare materia d’insegnamento nelle terze, quarte e quinte elementari di Asiago. Una decisione in tal senso e’ attesa dalla direzione scolastica del capoluogo dell’Altopiano dei Sette Comuni che sembrerebbe disposta ad accettare la proposta.

La storia della nostra povera, adorata Italia è ricca di stratificazioni: troviamo eredità degli antichi greci e dei romani, dei barbari invasori, degli arabi conquistatori, del cristianesimo. Ogni popolo, ogni Cultura che ha abitato la penisola, ha contaminato ed arricchito della propria conoscenza chi già vi risiedeva, creando un incrocio di razze e costumi particolari che però hanno conservato specificità non riscontrabili altrove. Oggi di quelle specificità restano, appunto, solo le forti differenziazioni territoriali. Dovremmo quindi partire proprio dal nostro Campanilismo storico, per cercare di trovare quegli elementi capaci di unire il nostro Popolo in Nazione.

Se la famiglia è considerata il primo nucleo sociale a cui si fa generalmente riferimento nella costruzione della Società Civile, le Province dovrebbero esserlo per l’aspetto politico. Abolire le Regioni per creare delle macro-aree nelle quali le Comunità possano riferirsi alla propria storia locale ed alla propria tradizione (in breve: al proprio Genius Loci), le quali siano poi unite ad uno Stato centrale capace di garantire gli interessi nazionali comuni. Potrebbe anche essere l’occasione per diventare meno individualisti e  disinteressati nei confronti della “res publica”, la vera malattia che da sempre ci impedisce di crescere, responsabilizzando i cittadini verso le istituzioni, attraverso meccanismi come, per esempio, quello del Bilancio Sociale, ancora così troppo poco diffuso.

Oggi altro non siamo che un Paese, magari potessimo diventare almeno uno Strapaese!

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