L’Europa che vorrei/1

Gabriele Adinolfi

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L’Europa è un pastrocchio. Intanto abbiamo l’Europarlamento, istituzione onerosissima e del tutto inutile ove siedono gli scarti dei partiti italiani oppure stanno in quarantena quei personaggi che devono cedere momentaneamente il posto durante il proprio cursus honor(evoli)um; insomma è un deposito di riserva che macina soldi pubblici per abbuffare gli arrivisti frustrati e quelli in stand by. Abbiamo poi le commissioni dominate da “esperti” che sono burocrati partoriti delle cerchie oligarchiche, ovvero da vagine marxiste, cattoliche, protestanti, e che sono rappresentanti, non-eletti ma imposti discretamente, di lobbies nonché esponenti di ideologie internazionaliste. Quando legiferano sono dolori perché lo fanno sempre in chiave antinazionale, economicamente antiproduttiva e categoricamente contro la forma e il gusto. Se si applicassero davvero le loro leggi dovremmo fare a meno della metà della nostra gastronomia. Poi c’è l’Europa reale che, in piena epoca di caos etico, è identificabile con le misere leggi del materialismo: l’Europa del capitale e dell’energia. Paradossalmente è l’unica, oggi, a rivestire un valore per il suo potenziale, in quanto i suoi interessi cozzano spesso, se non sempre, con le volontà dei sacerdoti della burocrazia e della tecnocrazia e poiché accompagna il declino americano con aperture vaste e strutturali ad est e a sud; con il che disegna il quadro di un’ipotetica futura potenza, cui manca la consapevolezza dell’identità.

Il caso del Trattato di Lisbona

In questo quadro bisognerebbe agire evitando di sbagliarsi di battaglia e scegliendosi un ruolo efficace.
Non ci si può ovviamente attendere ciò dai partiti omologati che vivono del tran tran e non lo discutono, ma neppure lo fanno le diverse opposizioni presunte. Né la sinistra degli arcobaleni e dei diritti civili, né le destre nazionali e tricolori che si esprimono puntualmente in modo errato. L’esempio più lampante ci viene dalla posizione tenuta sul Trattato di Lisbona, che è una porcheria, s’intende ma che viene affrontato nel modo più sbagliato possibile, ovvero sulla base della contrapposizione delle sovranità nazionali all’accentramento dei poteri europei. Il che, a prescindere dalle intenzioni dei destronazionali li porta a sostenere di fatto la causa americana. E’ stata sufficiente una sola prova a dimostrare che la tesi di fondo utilizzata, ovvero che la Ue unita significherebbe maggior sottomissione agli Usa, è priva di fondamento. La scorsa estate infatti, nella crisi osseto-georgiana, la prima volta in assoluto in cui l’Unione Europea ha avuto modo di pronunciarsi praticamente unita, ha sostenuto di fatto Mosca e ha rigettato le proposte di Washington. Perché così serve agli interessi dei gruppi economici ed energetici europei. Più Europa, anche questa Europa, significa meno Europa americana. Meno Europa, più “sovranismi” significa invece maggior vassallaggio atlantico. Le destrenazionali hanno preferito non vedere, non capire, chiudersi gli occhi e andare avanti a forza di slogan dogmatici e demagogici, aggregandosi con ciò di fatto al carro americano. Avrebbero dovuto allora avallare il Trattato di Lisbona? No, ma avrebbero dovuto fare qualcosa di ben diverso dal pronunciare uno stolido no, avrebbero dovuto proporre un altro trattato, che puntasse all’unità ma con regole e spirito diverso. Questa è politica: proporre e risolvere. Nel 2000 quando si tenne la riunione della Trilateral a Milano, anziché entrare nel giochino delle vetrine delle stridenti messinscene del reality show, pensammo, il sottoscritto, Rainaldo Graziani e la Comunità Giovanile di Busto Arsizio, d’indire un incontro propositivo alternativo che chiamammo Euroalteral; vi parteciparono gruppi politici e associazioni culturali ma anche giornalisti e rappresentanti di diversi partiti come Lega, An, Vlaams Bloc (ora Vlaams Belan) e Alsace d’abord. Logiche europeiste, nazionaliste e regionaliste. Un esperimento che non ebbe seguito per la poca maturità, allora, dell’ambiente cui era riservato. Nel frattempo l’ambiente è abbastanza maturato ma le espressioni politiche che si ostinano a pretendere di rappresentarlo no.

L’ (auto)inganno di Shengen

L’ultima prova ci è offerta dal cavallo di battaglia comune alle tre destrenazionali presenti alla competizione elettorale: l’uscita italiana dagli Accordi di Shengen sulla libera circolazione di uomini all’interno dell’Unione Europea. Questa trovata propagandistica viene contrabbandata come una prima soluzione alle ondate migratorie. Si tratta del più grottesco (auto)inganno che si possa immaginare. Infatti gli immigrati che giungono clandestinamente in Italia provengono in gran parte dall’Africa e raggiungono l’Europa da noi e poi, proprio per gli Accordi di Shengen, si riversano nelle più ricche Francia, Germania, Olanda, Belgio. Rinnegare quegli accordi significherebbe soltanto trattenere centinaia di migliaia di immigrati in più nella Penisola perché troverebbero chiuse le frontiere alpine da cui passano a nord. Non è possibile che le segreterie dei tre partiti destronazionali non lo sappiano e che non si accorgano quindi di vendere fumo. Lo fanno lo stesso perché evidentemente considerano la politica come un mercato di parole vuote ma ad effetto e anche perché, timorose di perdere i voti di una base in buona parte bigotta, di certo non se la sentono di sfidare con le accuse e le controproposte le struttture clericali che in Italia sono al primo posto tra le realtà immigratorie e in prima fila nella battaglia contro il loro calmierato.

Aziende concorrenti

E’ quindi evidente che non esiste una posizione interessante tra i candidati a Strasburgo. Se poi ci aggiungiamo che i destronazionali sono riusciti, ancora una volta, a presentarsi in competizione tra loro, divisi da nessuno sa spiegare che cosa, non resta molto da dire. Una destra “terminale”, priva di analisi, di proposte, di contenuti e di ambizioni, incapace di offrire soluzioni e di alimentare sogni, si perde in risse da pollaio, con separazioni costanti dei singoli satrapi vitalizi. Ha visto passare sotto il suo naso più di un treno ma se li è fatti sfuggire tutti; e continua. Eccola così divisa, senza alcuna ragione politica, ideologica o programmatica, in diverse aziende concorrenti. Due di queste hanno scelto un marchio proprio (Fiamma e Forza Nuova), l’altra prova la carta del Popolino della Libertà, caricaturando il PdL nella miniconfederazione dei marginali. Le elezioni europee, insomma, dal lato destro non offrono, non dicono, non chiedono e non significano nulla. Da quello sinistro ci regalano almeno un tema gustoso: scopriremo se a furia di emarginarsi la sinistra “antagonista” ha talmente preso ad assomigliare alla destra terminale da riuscire ad eliminarsi da sola con la fremmentazione e la competizione tribale cui sta dando prova.

Cosa diranno queste elezioni

I nodi italiani in queste elezioni europee riguardano i rapporti di forza dei cinque maggiori partiti. Riuscirà Berlusconi a doppiare il Pd? Quanto potrà affrancarsi psicologicamente dal peso della Lega? La banda Di Pietro continuerà a crescere a danno di Franceschini? Casini riuscirà ad ususfruire dello scontento della Cei per le scelte governative sull’immigrazione? Queste sono le uniche questioni legate alle elezioni del 6 e 7 luglio e, francamente, non sono motivanti né emozionanti. Sono squalificato a vita e quindi non posso votare, ma se anche potessi mai come questa volta sarei contento di restarmene a casa. Il fatto è che la politica non si risolve con il gioco al massacro tra scatole vuote che cercano di usufruire di qualche virgola di malcontento, ma nella costruzione costante, continua, di realtà sociali e culturali, nella formazione di élites. Nel locale, nel reale, nel quotidiano, ma con un progetto su grandi linee nella testa. Le espressioni partitiche sono in ritardo millenni luce su queste azioni che, anzi, il più delle volte contraddicono o neutralizzano. Eppure questa tendenza cresce e si afferma. Non solo in Italia, dove L’Aquila e Poggio Picenze, le Osa e il Mutuo Sociale docent, ma anche in Germania, Fiandre, Paesi Baltici e in Europa dell’Est dove lo stesso genere di politica inizia a manifestarsi. Diamo tempo al tempo, moltiplichiamo le energie, sprigioniamo vitalità e coniughiamo autonomia, associazionismo, produzione, con il concetto di Europa. Un concetto che ci appartenne per oltre quarant’anni ma che da un paio di decenni in qua, ovvero da quando l’involuzione si è impadronita dei presunti eredi delle avanguardie, si è perso alquanto.

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