Dino Campana e il suo giorno più lungo

Romano Guatta Caldini

Per le rotte. Dentro l’occhio. Disumano Della notte. Di un destino.
Nella notte. Più lontano. Per le rotte. Della notte. Il mio passo. Batte botte.

Dino Campana – Canti Orfici

L’atteggiamento della destra nei confronti di determinati scrittori è spesso stato di tipo censorio, ma anche un certo tipo di sinistra, soprattutto quella irreggimentata del PCI, non è mai stata di larghe vedute. Sarebbe infinita la lista di autori, che per una serie di motivi, sono finiti nella “lista nera” dall’apparato picista. Significativo è il caso “Dino Campana”.

Quando negli anni 50, durante una seduta della giunta comunale di Marradi, venne proposto di commemorare il cittadino illustre, dai banchi della sinistra si levarono urla di sdegno. Come si poteva dedicare una strada all’uomo che in vita era chiamato dai paesani “il matto”? A peggiorare la nomea del defunto, oltre la presunta devianza psichica, ci si mise di mezzo anche la politica, era infatti considerato un precursore del fascismo, un immondo adepto di Nietzsche. Si decise quindi che per onorare la memoria di Dino Campana non c’erano fondi, o meglio, i fondi c’erano ma si doveva scegliere se destinarli alla sagra delle castagne o al poeta. Le prime risultarono meno indigeste del secondo.

dino-campana_-fondo-magazineNato a Marradi il 20 agosto del 1885, Campana come  Michelstaedter, Mainlander e altri anomali dell’arte scrittoria è passato alla storia per aver composto una solo opera. La poesia di Campana è la trasposizione letteraria dei principi macchiaioli: immagini dai colori sgargianti in aperto contrasto con le tonalità  chiaro scure. La  creazione di  macchie stilistiche che dalla lucentezza del verso libero ricadono in coni d’ombra dalla chiara impronta simbolista. Non per niente verrà spesso accostato a Rimbaud, “l’uomo dalle suole di vento”. E come il poeta francese anche Campana era spesso e sovente in viaggio  verso l’l’Illuminazione. Saranno i suoi frequenti vagabondaggi e il suo stato di eterno randagio a inculcare nella mente di familiari e amici che il ragazzo del tutto normale non fosse. Svizzera, Francia, Turchia, Russia e Argentina, sono le mete accreditate. Campana è stato marinaio, mandriano, circense, venditore di zucchero filato e chissà cos’altro. Una vita avventurosa, forse invidiabile, se non fosse che al ritorno da ogni viaggio veniva rinchiuso, a scopo precauzionale, nel centro d’igiene mentale più vicino.

Durante gli internamenti trova il tempo per scrivere le poesie che andranno a comporre i Canti Orfici, in omaggio ai misteri eleusini. “Ad Eleusi han portato puttane carogne crapulano ospiti d’usura” scriveva il vecchio Ezra, l’altro “pazzo”. Prima filo-germanico poi convinto nazionalista, tenta ben due volte di arruolarsi nell’esercito, ma il suo curriculum sanitario non è dei migliori e infatti viene rispedito a casa. A testimonianza del periodo germanofilo rimane la dedica che appare sotto il titolo dei Canti: “Die Tragödie des letzen Germanen in Italien” (La tragedia dell’ultimo Germano in Italia) e sulla pagina seguente la dedica:” A Guglielmo Imperatore dei Germani l’autore dedica“. Rassegnatosi alla vita civile decide di  farsi conoscere in ambito letterario. Scrive a Marinetti: «La vostra speranza sia: fondare l’alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze nelle città elettriche sul groviglio delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze».

Poi spedisce a Giovanni Papini il suo primo e unico manoscritto, che in origine aveva per titolo, “Il giorno più lungo”. In quel periodo il laboratorio di “Lacerba” sta traslocando e così la raccolta di Campana viene perduta, ma non per sempre, negli anni Settanta verrà ritrovata nella soffitta del lacerbiano. Il colpo per Campana è duro da incassare, con il passare del tempo, in preda a manie di persecuzione, si convincerà che il manoscritto venne distrutto volutamente per offuscare il suo genio. Dell’accaduto incolperà Ardengo Soffici che sfiderà a duello svariate volte senza ottenere soddisfazione.

Intanto conosce la donna più importante della sua vita, forse l’unica degna di nota, Sibilla Aleramo: «Cara Sibiila, vorrei scrivervi ma non posso. Sono orribilmente annoiato. Conoscete Walt Whitman? Non capisco come facciate a vivere a Firenze e a conoscere certa gente (…). Studierò un tipo di voi. Bisognerebbe che avessi il vostro ritratto.(…) Finita la guerra non esisterò più ammesso che esista ancora. Vi prego, se potete di trovarmi qualche acquirente per il mio libro. Lo invierò immediatamente. Vi bacio la mano…». La scrittrice lo introduce nei circoli futuristi e lo aiuta a rimettere in riga una vita dissestata, convinta di avere fra le mani la nuova stella del firmamento poetico italiano. La donna si accorgerà troppo tardi che il destino del poeta era un altro, atroce e diverso da ciò che  sperava per lui. In Diario di una donna confesserà: «…Forse Dino fu l’uomo che più amai… Tutta la sera m’è ondeggiata alla memoria, l’immagine di lui, della sua pazzia, e di quel altipiano deserto, in quelle prime poche notti estive del nostro amore che son rimaste le più pervase d’infinito ch’io abbia vissuto… Lo amai perdutamente per non lasciarlo solo nella sua follia…».

Finalmente libero da complicazioni sentimentali, finisce la ri-composizione dell’opera e stampa alcune copie grazie a una sottoscrizione di amici. Per farsi pubblicità gira fra i  caffè letterari: il “Paskosvki” e le “Giubbe Rosse” a Firenze ed il “San Pietro” a Bologna. Ma al momento della consegna  del libro scruta la fisionomia dell’interlocutore e strappa qua e là alcune pagine. “Tanto – gli dice – tu queste non le capiresti”. Da tempo diffidava del buon gusto dei lettori e soprattutto dei colleghi: “letteratura nazionale / industria del cadavere / si salvi chi può“.

A offrirci una nota biografica di Campana è l’amico Ottone Rosai: «Irrequieto e insoddisfatto spesso rompendo il consueto silenzio nel quale s’immergeva per intere giornate annunciando a gran voce la propria disistima nei riguardi di questo o di quel letterato combinava tali scompigli da mettere in imbarazzo gli stessi amici. Una sera una lunga discussione iniziatasi al Caffè Paszkowski e proseguita in strada fino al Lungarno Acciaioli finì con un fuggi fuggi generale di tutti i componenti la comitiva minacciati e inseguiti da Campana che gli urlava dietro improperi e minacce correndo e roteando in aria un grosso randello».

Durante gli ultimi mesi del ’18, una sifilide mai curata lo porta a eccessi e crisi nervose di fronte alle quali parenti e soprattutto autorità locali, non vedono altra via d’uscita che il definitivo internamento. Campana, matto lo diventò per davvero, così testa rasata e pastrano marrone, passerà gli ultimi anni della sua vita fra le quattro mura imbiancate del  manicomio di Castel Pulci. Il poeta chiude i contatti con il mondo e con la poesia, non scrive più niente se non una nota all’edizione vallecchiana dei Canti Orfici: «tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili».

La sua stagione all’inferno si conclude la mattina del primo marzo 1932, dopo quattordici anni di oblio da se stesso e dal mondo.

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