Cecchini, Renzaglia, L’Altro e il Secolo d’Italia

La redazione

Venerdì 5  giugno, il quotidiano L’Altro ha pubblicato un’intervista a Graziano Cecchini, curata da Angela Azzaro, insieme ad un articolo sul Futurismo, dalle origini a Fontana di Trevi, di Miro Renzaglia. Il giorno dopo, 6 giugno, il  Secolo d’Italia, ha inteso commentare il fatto in prima pagina, a firma di Annalisa Terranova. Di seguito, la riproposta dei tre articoli.

La redazione

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BIENNALE?
LA VERA ARTE LA FIRMA CECCHINI

Angela Azzaro intervista Graziano Cecchini

«Ciao compagno» gli dico alla fine dell’intervista dandogli una pacca sulla spalla. E lui senza scomporsi rilancia: «Tu scherzi. Ma qualche anno fa ho fatto una foto con il saluto fascista e la maglia del Che. I miei si sono incazzati. Ma io gli ho risposto che devono studiare di più». Graziano Cecchini, 55 anni, è l’artista (futurista) che in questi anni è riuscito di più a far parlare di sé e dell’arte. Non solo nel nostro Paese. La sua esposizione mediatica lo ha portato a essere uno degli italiani più famosi all’estero. Le ragioni ci sono tutte. Provocatore, vulcanico, personaggio di confine. Da quando ha tinto di rosso Fontana di Trevi non si è più fermato. Spiazzamento dopo spiazzamento. Anche durante l’intervista non è da meno. Cita Togliatti e la rivoluzione socialista e solo a intervista finita ci ricordiamo della svolta di Fini: «Io mi incazzo quando dicono che è un traditore. Per essere un traditore uno ci deve aver creduto. E lui non ci ha mai creduto». In che cosa? Nel fascismo naturalmente. Quello di sinistra. Fasciocomunista. Se ci incontriamo infatti non è un caso. Sembra interessato al progetto dell’Altro. Ma non solo. «Se Sinistra e Libertà me lo avesse chiesto mi sarei candidato con loro». Lo ha fatto la Destra di Storace, in Sicilia, alleata con il Movimento per l’autonomia di Lombardo. Ma non parlategli di destra, perché a lui quella parola fa schifo. «Io glielo ho detto a Storace: ma che cosa vuol dire?!». Ma torniamo alla rivoluzione. A lui interessa quella artistica e quella Fiumana. Ci sta provando a rifarla con Sgarbi a Salemi, il comune dove il critico d’arte è sindaco e dove Cecchini è Assessore al Nulla con delega alla Giustizia: «Ti rendi conto, alla Giustizia, io che sono pluripregiudicato!». Con loro c’è pure Oliviero Toscani. L’ultima che si sono inventati è l’idea di realizzare un Casino-Casinò. Intanto ha lanciato l’ennesima provocazione. Mentre la Biennale di Venezia parte stancamente, con finte polemiche e performance per addetti ai lavoratori (i manichini buttati in piscina di Cattelan e Pistoletto che se la prende con gli specchi), lui o chi per lui ha tinto di rosso e verde la teca dell’Ara Pacis. Lo ha fatto non per pochi iniziati, ma creando un pandemonio. Come quando ha inondato di rosso la Fontana di Trevi. La sinistra sfilava sul red carpet della Festa del cinema di Roma, silente davanti ai milioni buttati all’aria da Veltroni, lui protestava con arte creando un caso internazionale. Non possiamo negarlo, fascista o non fascista, molti di noi lo hanno invidiato. «Ma perché? Io lo ho fatto anche per te. Per il popolo».

Insomma, ma l’azione dell’Ara Pacis, per protestare contro la Teca di Meier, è stata o no opera di Graziano Cecchini?
Me la rivendico fino in fondo, sia intellettualmente che artisticamente. Hanno usato i colori giusti che non hanno danneggiato l’opera. Posso dire di aver fatto scuola. Sono stati visti cinque ragazzi. Spero ci fossero una coppia gay, una lesbica, una ragazza etero e uno o una che non ha ancora deciso che cosa essere. I palloncini in realtà erano dei preservativi. Un atto di trasgressione contro una società che ci richiama in tutti i modi all’ordine. Ormai non ci si può più neanche masturbare!

Perché allora la candidatura con una forza politica reazionaria?
Mi ha attirato la parola autonomia… Ma guarda, secondo me, questi agglomerati elettorali sono come degli autobus, uno ci deve salire su sperando di essere eletto per poi fare quello che vuole. Dico ai giovani di fare così. Sul mio sito ho messo due manifesti elettorali di Sinistra e Libertà. Mi piacevano, li ho messi. Qualcuno mi ha detto: ma come? quelli sono di Vendola. E io: che problema c’è!?

Il dialogo tra opposti?
Se continuiamo con le logiche di abbattimento, alla fine non costruiremo mai niente. E’ come la tela di Penelope, si disfa sempre. Penso per esempio che a voi il concetto comunitario possa interessare…

Noi chi? Anche qui un bel casino… Ma in che senso comunitario?
Penso a Fiume. La Carta del Carnaro: sesso droga e rock and roll. Lì un gruppo di intellettuali capeggiati da un poeta diedero vita a cose mai viste, contro il potere della burocrazia. Gramsci ne sottolinea la valenza sociale. Dobbiamo riuscire a sbloccare in concreto la liturgia ideologica, da una parte e dall’altra. Troveremo tanti punti di contatto pur conservando le priorità della basi ideologiche. Lo voglio dire a Bertinotti: Fausto ma perché parli di una grande sinistra? Parliamo di un progetto. Se è forte saranno in molti a seguirlo, a prescindere dalla schiera di provenienza. Mi viene in mente Togliatti…

Togliatti?
Se avessimo realizzato la pace che lui chiedeva subito dopo la seconda guerra mondiale, quando capì che non poteva mandare tutti i fascisti in galera, non ci sarebbero stati gli anni 70 e oggi non avremmo Berlusconi al potere. E’ stata sbagliata la logica di eliminare fisicamente l’avversario. Ma oggi la politica è diventata bisessuale. La Russa sta in una forza politica che rivendica l’antifascismo però poi ricorda, a seconda della convenienza, i ragazzi di Salò. Non si può parlare di antifascismo a chi ha perso i figli durante gli anni 70. La stessa cosa non si può fare con chi li ha persi dall’altra parte, parlando di anticomunismo. Chi ha fatto la lotta armata con le Br o altre formazioni ed è finito in galera, rispetta me, capisce il mio discorso. Io capisco e rispetto loro.

Torniamo all’Ara Pacis. Perché proprio quel monumento?
I cinque ragazzi hanno voluto dimostrare il divario che esiste tra il popolo e la politica, tra le promesse elettorali e i fatti. Alemanno aveva promesso che avrebbe rimosso la Teca e invece non ha fatto nulla.

Come mai non è a Venezia, alla Biennale?
Non mi hanno invitato. Se no sarei andato. Magari per dimostrare che so anche disegnare, dipingere, fare gli affreschi.

Ma cosa piace a Cecchini dell’arte contemporanea?
Mi piace molto Ugo Nespolo. Ha il suo laboratorio a Torino. E guarda caso viene dall’Arte Povera. Bisogna distinguere tra artisti e quadrettari. Se arrivo alla Tate Gallery di Londra e mi appoggio al corrimano succede un casino. Perché secondo loro quella è un’opera d’arte. Quando l’artigiano sotto casa mia lo realizza molto meglio. E’ importante che un artista sappia esibire il suo background. Prima c’erano i mecenati che finanziavano l’arte, ora il mercato tiene in scacco gli artisti.

Lavori in corso?
Mi sto confrontando con la sculture di Boccioni. Andy Warhol l’ho superato. Pop art viene da popolare e la mia è un’arte per il popolo. La foto di Fontana di Trevi dipinta di rosso su internet è più diffusa di quella canonica e molti conservano le palline lanciate da Trinità dei Monti. Mi interessano gli effetti non le cause dell’atto artistico. Siamo allo Show Art.

Fine?
A settembre vorrei aprire un laboratorio, Officina Italia.

Italia, siamo ancora fermi alla nazione?
L’Italia non esiste. Proprio per questo va evocata….

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ALL’INIZIO FU IL IL FUTURISMO

MA LO STESSO MARINETTI DICEVA:
«I PIÙ GIOVANI DI NOI CI BUTTINO NEL CESTINO»

Miro Renzaglia

Parafrasando Nietzsche, che parlava a proposito dell’uomo, possiamo affermare che “il Futurismo è qualcosa che vuole essere superato”. Quello che più di ogni altra cosa farebbe orrore a Filippo Tommaso Marinetti sarebbe rifare il verso alla sua rivoluzione artistica, riproponendo in maniera scolastica, accademica, di maniera la scala di valori estetici messi in campo, in quel lontano 20 febbraio 1909, dal Manifesto dei manifesti pubblicato in prima pagina de Le Figaro de Paris. Non per niente ebbe a dire: «Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili – Noi lo desideriamo!».

Nel frattempo, poche storie: il Futurismo è stato la vicenda artistica spartiacque che ha caratterizzato il Novecento lanciando i suoi faustiani segni di rinnovamento totale della sensibilità estetica al di là di sé, del Novecento e dell’arte conclusa in se stessa. Là dove ancora esiste un frullìo di seme ed intelligenza in lotta corpo a corpo con la parola, con il segno, con il colore con la materia prima di ogni architettura che non siano ripiegate sul già dato, già visto, già sentito, là è ancora contratto il debito di riconoscenza con l’Avanguardia delle avanguardie… Superare il Futurismo si può e, anzi, si deve: è il suo fondatore stesso – come abbiamo letto – a pretenderlo. Quel che non si può è disconoscere il fatto che qualsiasi ricerca di sperimentazione poetica (vastamente intesa) avrà per sempre riferimento la “novazione” introdotta nella storia dell’arte dal genio futurista.

Una valenza “novatrice” che divampò, incendiaria ed inarrestabile, non solo oltre i confini geografici dell’italietta giolittiana, trovando ovunque legna da ardere e benzina ad alimentarla, dalla Russia pre-sovietica al Brasile oltreoceano, ma che marcò, significativamente, anche molti ambiti ultra-artistici: dalla cultura alla politica (curiosa coincidenza, ma non un azzardo, notare come “futuriste” si dicessero le insurrezioni di Mosca, 1917, e di Roma, 1922…). Ed è almeno ipotizzabile che essa ebbe a dare espressione formale al pensiero filosofico che si agitava nelle mente di Henri Bergson (si veda in particolare il suo L’evoluzione creatrice, 1907) dove i fotogrammi fissi con cui il positivismo concepiva cogliere la realtà, dandogli “ordine”, venivano sostituiti con il più caotico e dionisiaco “moto delle sensazioni” concluse nell’azione…

Ecco, la parola chiave per concepire il Futurismo è, appunto: azione. E, con essa: la velocità, il dinamismo. Fine delle tele statiche: ecco Boccioni e Balla, Carrà e Severini, Soffici, Depero, Prampolini ad esprimere il divenire contro la sincope fittizia e convenzionale del fermo immagine… Fine del segno tipografico canonizzato in regole standardizzate dal pigro uso ripetitivo della stampa in corpo 11 o 12: ecco le parolibere, le onomatopee, i neologismi, i flussi verbali di coscienza, liberati dalle paranoie argomentative, di Marinetti, Carli, Apollinaire, Govoni… Fine del teatro codificato dal copione e dalla ripetizione automatica degli interpreti: W Petrolini e l’arte del nonsense, del calembour, dei salamini… Fine di una musica che non ammette variazioni altre che quelle dettate dal pentagramma classico: ecco il rumore, meglio se elettrificato e amplificato dai megafoni, nell’ “enarmonia” di Balilla Petrella e Luigi Russolo… Fine di un’architettura che o è bella o è funzionale: ecco Edoardo Sant’Elia progettare l’edificio che è bello in quanto funzionale e funzionale in quanto bello, come un Prometeo di ferro e cemento lanciato in alto a graffiare il cielo. E, ancora, fine della “donna infermiera” dell’uomo, perché: «Dare alla donna dei doveri significa farle perdere tutta la sua feconda potenza» (Valentine de Saint-Point, Manifesto della donna futurista). Fine…

Fine? Ma quale fine? Come può aver fine un fenomeno che rinvia continuamente all’oltre limite il suo adempimento? Così può capitare, come è capitato che, chissà per quali vie più o meno sotterranee, più o meno a fior di pelle, qualcuno (tal Graziano Cecchini, per esempio, di cui a lato, nell’intervista, si dice) senta in sé urgere di nuovo l’istanza originaria del Futurismo e ne diventi agente. Un agente che invera la richiesta di Marinetti a non adagiarsi su alcun canone: tanto meno il suo.

Provate a rifargli il verso, se vi riesce. Prendete un pomeriggio d’Ottobre romano e disponetelo a cupola raggiante sopra la fontana sorgiva dal rivolo sotterraneo delle Acque Vergini. Intanto, avrete avuto cura d’incamiciare un tot di tempera in un cilindro di latta, a mo’ di ordigno. Quindi, passeggiate con aria indifferente, perché osservatissimi dall’occhio delle telecamere di sicurezza, intorno a quella scogliera di marmo progettata in tardo Barocco da Nicola Salvi. Possibilmente, indossate un cappellino da baseball bianco in testa e ray-ban, vecchia maniera, sugli occhi. A questo punto, secondo ricettario futurista, aggiungete gli ingredienti che seguono: un saggio di “misticismo dell’azione”, un pizzico trinciato fine di “antistoricismo”, tre mani di “arte-vita originale”, una vangata di “orgoglio italiano novatore”, un pugno di “religione della velocità”, cinque schiaffi di “igiene spirituale”, “liberazione dal terrore estetico” a volontà e molto “splendore geometrico veloce”. Mescolate il tutto e cuocete a fuoco alto. Quando la mistura prenderà il colore rubino dell’ “in vino veritas”, servitela dentro la vasca della fontana e ubriacatevi d’emozione spettacolare. Avrete creato “RossoTrevi”: un concentrato idro-aulico di cultura, idee, poesia e… azione. Un capolavoro, insomma. Naturaliter, futurista…

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SANSONETTI SCOPRE LE SORPRESE DELL’ALTRA ERESIA

SUL SUO GIORNALE LA CULTURA LA FANNO I POSTFASCISTI

Annalisa Terranova

Presentando il suo quotidiano L’Altro Piero Ssnonetti non era stato tenero con la famiglia di provenienza: «Questa sinistra è da buttare – aveva detto – serve una nuova idea di sinistra capace di rompere i tabù e dialogare oltre i vecchi steccati». Detto e fatto. Anche se ferve la campagna elettorale e sale la febbre per i risultati europei e amministrativi, Sansonetti non smentisce le promesse e confeziona un giornale davvero dialogante. C’è, è vero, un fogliettone firmato da Oreste Scalzone su Tienanmen piuttosto esplicito sulle potenzialità di rinascita del comunismo: «Per tanti come me – scrive Scalzone – il comunismo non ha una data e un luogo di nascita per questo non può avere un certificato di morte… esso è sempre vissuto nelle pieghe del reale, venendo a tratti allo scoperto». C’è anche, se per questo, un ultima pagina con le dichiarazioni di voto a favore di Sinistra e Libertà, e c’è pure un ‘intervista a tutta pagina Nichi Vendola.

Ma la sorpresa è nel paginone interno, monopolizzato, è proprio il caso di dirlo, da due postfascisti irregolari. Uno è Miro Renzaglia, poeta, anti-intellettuale, creatore sul web di un settimanale, Il Fondo Magazine, dove riunisce gli inquieti blogger della destra non conforme. L’altro è Graziano Cecchini, il “futurista-provocatore” che inondò di colorante rosso la vasca-gioiello di Fontana di Trevi e ricoprì piazza di Spagna e la Barcaccia di palloncini colorati. Forse troppo poco per leggerlo a furor di popolo un neo futurista ma comunque abbastanza per attirare su di sé l’attenzione dei giornali e di Vittorio Sgarbi, che lo ha voluto a Salemi nella sua giunta come assessore al Nulla. In pratica un grafico d’avanguardia, che forse c’entra pure con il recente sfregio tricolore all’Ara Pacis.

Renzaglia firma un lungo articolo sul futurismo, rivendicando il misticismo dell’azione insito nell’incursione a Fontana di Trevi. Cecchini rilascia una lunga intervista in cui parla di Fiume e di Togliatti, di comunità e della Biennale dove sarebbe andato volentieri se fosse arrivato un invito. Cecchini si autorappresenta come un perfetto “fascio comunista” candidato nelle liste di Storace ma per caso perché, ci tiene a dire, «se sinistra e libertà me lo avesse chiestomi sarei candidato con loro».

Tra i due è Renzaglia il primo che ha creato ponti visibili tra gli opposti estremismi, firmando con Marco Palladini (ex estremista di sinistra) un libro dal titolo emblematico I rossi e i neri (Settimo Sigillo, 2002) in cui venivamo messe a confronto le esperienza divergenti di chi aveva scelto barricate diverse ma trasportato, in fondo, dalla stessa ansia di cambiamento. Come lui, anche Cecchini ama le provocazioni: «L’Italia non esiste per questo va evocata…». Insomma due tipi che non stanno bene dentro le categorie chiuse (se è per questo Renzaglia scalpita, e parecchio, anche nelle tavole rotonde…); due tipi che possono piacere a Sansonetti o comunque interessarlo pur sempre mantenendo le debite distanze rispetto a un conformismo di una sinistra che non sa più autodefinirsi se non in opposizione al Cavaliere. Una sinistra che vede essere venuta a noia allo stesso Sansonetti al punto che sul suo quotidiano non c’è una riga sul gossip del momento, il cui raggio si estende da Casoria a Villa Certosa. Nulla, neanche un accenno.

Magari la nuova sinistra che cerca orizzonti nell’Altro (che è qualcosa di più di un titolo ma anche un’ambizione ad aprirsi alla realtà senza i paraocchi ideologici) è interessata la meta-gossip, cioè a quei conciliaboli un tempo sotterranei tra ex avversari dai cui spezzoni sarà possibile inventare un linguaggio rinnovato per la politica progressista. Già quando dirigeva Liberazione, ama stupire con paginate su Pound e Céline. Adesso che non ha il fiato sul collo dei dirigenti di partito può davvero navigare in acque libere. Senza bussola. Imbattendosi in tardofuturisti che forse sono solo dei postromantici che non ci tengono (beati loro) a diventare adulti.

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