Partecipazione agli utili. Da Salò a Sacconi…

Nicola Piras

Alla luce di un welfare in rovina, traballante tra antiquato e precariato, una crisi inarrestabile che ha stravolto l’economia mondiale, una fuga industriale di proporzioni immani che dall’Europa sposta le sue unità produttive nell’estremo oriente, urge rivedere le regole di un mercato che, sregolato e senza freni, ha collassato su se stesso. Come il comunismo, anche il capitalismo, datosi per vinto, è imploso, vittima delle sue stesse contraddizioni, prigioniero della sua libertà. Quanto fittizia più che reale.

Si sentono così gli echi di sistemi alternativi al capitalismo esasperato e al liberismo sconquassato, anche in casa nostra. Si pone così dinnanzi la visione della partecipazione dei lavoratori agli utili, e perché no, alla gestione dell’impresa.

Idea che lo stesso Maurizio Sacconi [nella foto sotto], ministro del welfare, pone in prospettiva, in questi giorni, per risollevare le sorti del salario dei dipendenti dell’industria italiana. Riferendosi proprio a quel tessuto produttivo composto dalle piccole-medie imprese. Affossate non solo da un mercato oligarchico ma anche da una capacità decisionale ridotta e di breve raggio. Sacconi sottolinea, facendo entrare in gioco il meccanismo della partecipazione, una difficoltà contrattualistica omologante e iperburocratizzata, poco flessibile rispetto alle esigenze di un mercato allargato e ai rapidi cambiamenti, delle sorti economiche, in corso. Rendendo l’onore al nostro Paese di scivolare rapidamente lungo la china dell’osservatorio OCSE, in merito alla questione salariale. Sacconi ha così affidato le sue parole a due dei sindacati federali, UIL e CISL, e allo storico sindacato della destra, l’UGL.

sacconi-maurizio_fondo-magazineSacconi, con toni forti, dipinge le spoglie di una sinistra assoggettata ai poteri forti e del relitto borghese sempre più parassitario e cialtrone, accusandole di essere tra le cause dello sconquasso economico in atto. Facendo così strada al modello partecipativo, figlio di quella socializzazione repubblichina, tanto agognata in questo dopoguerra dagli esuli in patria e definendolo:  «fondamentale per creare quella complicità tra capitale e lavoro e che da sola può garantire alti livelli di crescita nei prossimi anni».

Sin dagli albori della Repubblica Sociale venne lanciato l’imperativo categorico: socializzare i mezzi di produzione. Ovvero, senza intaccare il diritto alla proprietà privata, la legge di mercato domanda-offerta e la libera iniziativa economica, rendere i lavoratori partecipi alle decisioni aziendali e fruitori dei suoi utili e disutili. Il provvedimento di socializzazione fu punto cardine del manifesto di Verona del 1943 (carta costituzionale della Repubblica Sociale Italiana). Chiaramente anche in questo caso, sia nella stesura della legge che nell’applicazione, si svelarono tutti i limiti e le incoerenze di un regime al crollo. Incapacità strutturali e ideologiche che impedirono a un’ intuizione geniale di decollare. Un Mussolini stremato sentì l’esigenza di lasciare all’Italia quell’impostazione socialista, a Lui tanto cara, che, per un motivo o per l’altro, acquisì solo in parte durante il ventennio.

Le cose andarono diversamente, difatti il primo atto politico del CNLAI (comitato di liberazione nazionale Alta Italia, in buona sostanza i partigiani)  fu proprio l’abrogazione del decreto sulla socializzazione. Questa, nella visione mussoliniana e di quel comunista in camicia nera che fu Bombacci, si pose in antagonismo sia al soggettivismo liberista, che accentrando nelle mani di un’unica persona, o comunque di una ristretta cerchia, la proprietà aziendale aliena i lavoratori da ogni scelta. Sia al collettivismo marxista, che, nella fase della dittatura del proletariato, abolisce ogni forma di libera concorrenza, castrando intuito e iniziativa. Il modello partecipativo fu il cavallo di battaglia del vecchio Movimento Sociale, autoreferenzialmente propostosi come erede di quella sinistra fascista protagonista dei giorni di Salò. Divenendo spesso sinonimo della parola “sociale” contenuta nella dicitura del partito.

Archiviato l’MSI e le vecchie vocazioni corporative, inadatte al mercato globalizzato, anche la socializzazione prese altre vie e modificò la sua epidermide. La partecipazione dei lavoratori, come prospettiva politica, torna in auge nel documento programmatico di Alleanza Nazionale. Proposta, da Gianni Alemanno, in quel di Fiuggi, primo congresso del partito. Pretendendo un’ applicazione completa e un’ estensione legislativa all’articolo 46 della costituzione italiana, quello, per l’appunto, concernente la partecipazione.

Il modello di riferimento è la Mitbestimmung (codecisione) applicata, in Germania, in tutte le imprese con più di 2000 lavoratori, secondo la quale tutti i consigli di amministrazione devono annoverare, in parti paritetiche, plenipotenziari degli azionisti e dei dipendenti. Il modello tedesco è raccomandato dalla Commissione Europea, secondo la V Direttiva, a tutti i paesi comunitari. Anche in Francia son stati fatti i primi passi in questo senso, con la legge Balladur che prevede la riserva di uno/due posti nei consigli di vigilanza delle aziende privatizzate. L’economia partecipativa su modello tedesco è l’accesso dei dipendenti ad organismi consultivi o decisionali e ripartizione degli utili aziendali. Con la facoltà da parte del lavoratore  di investire parte del suo stipendio, benefit ecc. nell’azienda in cui presta la sua opera.

Volendo cogliere il sistema partecipativo non solo come progetto economico ma anche politico-istituzionale si può addirittura giungere a una sintesi di rinnovamento dell’intero sistema democratico. Concretamente una riforma del welfare, e del meccanismo fiscale, tramite lo strumento della socializzazione prevedrebbe la costituzione di un organo, affiancato al Parlamento o addirittura sostituito al Senato, che si occupi delle tematiche del lavoro e delle esigenze nazionali in materia economica. Scavalcando così l’odioso bicameralismo perfetto, datato e superfluo.

L’organo dovrebbe essere composto unicamente da rappresentanti delle forze produttive, candidati in apposite elezioni e con capacità di essere presentati dai partiti politici. Instaurando, inoltre, un Bilancio partecipativo in tutti i Comuni sotto i 5000 abitanti. Cioè attribuire il diritto ai cittadini di prendere visione del bilancio comunale, delle spese concernenti gli interventi di spesa pubblica e di esprimere eventuale dissenso. Qualora tale parere negativo venga espresso da 50% + 1 degli elettori e per 3 ripetizioni, anche non consecutive, il consiglio comunale decade e si indicono nuove elezioni. Dando luogo alla costruzione di una democrazia fiscale, giungendo a dare capacità al contribuente di destinare l’1% del suo carico fiscale al settore che lui stesso ritiene prioritario.

Nei momenti a seguire dei grandi crack finanziari, sempre più spesso provocati da manager lasciati agire senza controllo, dell’espansione del meccanismo coop, a discapito della piccola produzione e con forma sempre più radente quella della multinazionale, una svolta concreta è necessaria.

Il progetto della socializzazione e della partecipazione sembrerebbe offrire una via di fuga da un sistema in crisi. Il comunismo implose per via della sua chiusura totale al mondo circostante, per la totale assenza di un qualunque meccanismo di selezione meritocratico, per un dichiarato egualitarismo proteso al soffocare della personalità. Il capitalismo sembrerebbe degenerare per il motivo contrario: rimozione di ogni frontiera, economica, sociale, culturale; annichilimento dei principi di equità, ma anche di merito, a favore di un neoclientelismo oligarchico.

La socializzazione ha il valore di sposare i pregi di ogni sistema economico, finora proposto, epurandone le deficienze. Dosando libertà e solidarietà in par misura. La novità piena dell’ economia partecipativa è il ruolo che il soggetto produttivo assume. L’uomo non è più parte di un automatismo, un ingranaggio fra tanti, ma diviene cardine, centro, fautore del proprio destino. Ritrova se stesso nel compito che svolge, prendendo parte alle decisioni sul proprio futuro, armonizzando il proprio presente. Il lavoro cessa di essere un fine, nella peggiore delle prospettive economiciste, in direzione di divenire un mezzo per trovare se stessi, completare la propria libertà all’interno di un insieme armonioso. Laddove libertà e necessità collimino come due rette che si incontrano all’orizzonte. Dove, non più le attinenze fra gli elementi che lo compongo, ma il valore stesso degli elementi assume un ruolo primario.

La partecipazione è un metodo contingente dettato dalla necessità di saldare la frattura tra capitale e lavoro. Consumata dopo la fine del feudalesimo e accelerata dal tardo ottocento fin tutto l’ultimo secolo.

Troppo spesso la sospensione creatasi tra decisione e azione ha contribuito al sorgere di tensioni sociali, sfociate nel peggior odio di classe. Volendo leggere la partecipazione in vista del rafforzamento di ciò che è comunità e popolo, di quel socialismo particolare che dal più vicino al centro e verso l’esterno, in modo circolare e graduale, colleghi tutti i suoi punti. Comunità è prima di tutto appartenenza, e un Governo, abbandonate le velleità hegeliane e statolatriche, che tenda alla conservazione dell’identità non può che sfruttare l’ambito lavorativo per far insorgere una tensione nuova e unitaria nel popolo, linfa vitale per una società massificata e obbligata a ritrovare se stessa autonomamente.

La partecipazione è dispositivo essenziale per poter passare, usando le categorie di Marcello Veneziani, dal degrado di una società liberale schiava di una pretesa libertà, troppo spesso confusa con libero mercato, alla nascita della democrazia comunitaria.

Ciò che fa della socializzazione qualcosa oltre il mero strumento economico, è la visione etica e solidale che l’accompagna. L’interesse principale per le ambizioni, i desideri e i bisogni dell’individuo, che partecipando attivamente e collegialmente, non è ne massa senza volto ne soggetto sganciato dalla realtà. Ma individuo determinato, evolianamente assoluto, inserito in un contesto di riferimento, mosaico della sua stessa identità personale, la comunità nazionale. In questo si rilancia il feroce antagonismo al liberalismo e al comunismo rei della stessa colpa. Privilegiare l’istanza economica a discapito di quella umana.

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