Essere nell’ “è”

Alessandro Cappelletti

C’è un albero con fiori
sui quali gli uccelli scandiscono le ore,
ed è in una continua armonia che tutti insieme
scandiscono le ore.

Immran Brain maic Febail, poema epico celta del IX secolo.

In Egitto vi era Aton, l’incarnazione dei raggi del sole, nella antica Grecia in principio era Helios poi, probabilmente a seguito di qualche invasione allogena, diventò Apollo; gli etruschi lo chiamavano Cautha, i celti Anextlomaro, gli induisti Surya. Perfino nello shintoismo troviamo traccia di una Amaterasu, divinità del sole, mentre Amen-Uzume era la dea della fertilità, quella che i greci chiamavano Artemide e gli etruschi Artume, nella mitologia azteca prendeva il nome di Chicomecoatl, per i fenici Atargatis e forse possiamo individuare in Abelio, Dio degli alberi da frutto, un corrispettivo celta.

Le antiche tribù pagane, avevano un rapporto speciale con la natura. Non avendo scienziati capaci di spiegare i fenomeni atmosferici e biologici, attribuivano agli dei il potere di alternare i cicli stagionali, il flusso delle acque, la fortuna nei raccolti, la salute e la malattia, la pace e la guerra, la vita e la morte. I Celti per esempio vivevano in completa armonia con l’ambiente circostante, considerato sacro per la presenza del divino nei corsi d’acqua, nelle foreste, nelle pietre. Nell’antica Roma, per quanto il sincretismo avesse generato nei secoli una stratificazione religiosa complessa, restavano vivi i culti legati alla tradizione agreste. Così come in Ellade, nonostante le diverse invasioni avessero confuso i ruoli e i nomi degli dei, simili restavano le pratiche religiose in luoghi sacri come grotte, sorgenti e boschi. Agli dei silvani, marittimi ed agresti erano dedicati altari e offerte di ringraziamento ed a futura protezione.

Il Kòsmos era Divinità ed in quanto divinità era venerato perchè dalla sua generosità dipendeva il destino delle popolazioni. A queste sensibilità erano ovviamente legate la maggior parte delle feste, alla cui celebrazione partecipava l’intera comunità, rinnovando così il legame con la Natura.

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Tutto ciò si mosse in avanti fino a quando non arrivò un Dio da lontani deserti che, conquistata la fiducia e le anime dei popoli con il suo messaggio di speranza e resurrezione, li convinse che adorare la Natura era superstizione, in quanto l’unico Creatore dell’Universo e delle sue regole era Lui ed unicamente l’arroganza e la protervia di un Angelo ribelle e del primo uomo avevano procurato al genere umano sofferenze, dolore e male.

Questo Dio dei deserti portò nuove liturgie. Alla celebrazione della natura e dei suoi cicli si sostituiva l’ascolto del Verbo e la preghiera per la salvezza dell’anima. Madre Terra perse la sua fondamentale importanza al centro della ritualità tribale. I culti più misteriosi ed oscuri. furono considerati empi e puniti. Nonostante ciò, persistevano solide tradizioni rurali che costrinsero il Dio dei deserti a richiamare in servizio alcune divinità pagane, opportunamente dotate di santità per poterle adeguare al nuovo Credo.

La civiltà contadina ha da sempre reso omaggio a quella Natura che tanti frutti rendeva ed ancor minimamente restituisce a chi la lavorava con fatica ed amore. Il sostentamento e l’economia si sviluppavano attorno al mondo agricolo. Lasciare i campi incolti significava la fame. Per i nobili, per i plebei, per i guerrieri, per i sacerdoti, una carestia o un disastro naturale, significavano morte, malattia e sofferenza. Vi era, possiamo ben dire, un senso comunitario e partecipativo dell’intera comunità all’attività agricola, centro gravitazionale dell’economia di qualsiasi antica popolazione.

Per questo le celebrazioni contadine sono giunte fino a noi con, relativamente, poche modifiche. Solo che, noi moderni, spesso ne ignoriamo origini e significati. Questa dimensione spirituale e comunitaria del Lavoro, si è infatti via via persa con l’avvento dell’Illuminismo e della Rivoluzione Industriale. Ciò che era sopravvissuto alle invasioni pacifiche e violente di popoli e culture differenti, non resistette all’espansione di una cultura materialista e razionalista nè, tantomeno, alla produzione in serie, impersonale, separata dal contesto sociale.

Come sostenne Max Weber nel saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, le imprese capitaliste hanno come unico scopo, non il godimento delle proprie fatiche ma il profitto, che viene reinvestito per generare altro profitto, in una perversa catena che è giunta, questa sì!, fino a noi.

L’organizzazione razionale del lavoro portò alla specializzazione delle funzioni, in una sequenza sempre più slegata dal contesto ambientale, al punto che, nel tempo della Globalizzazione chi fornisce materia prima, spesso ignora chi, come e dove verrà lavorata e chi utilizzerà la materia prima lavorata, spessoignora il percorso che l’oggetto finale acquistato ha fatto per arrivare a lui. Questa frammentazione produttiva ha causato la perdita del potere aggregante delle comunità, con il risultato che il frutto del lavoro, considerato infine solo un bene di utilizzo e non più dono, ha perso quel senso di sacralità che era presente nel passato. Il manufatto diviene così indifferente od indifferenza. L’avanzo viene addirittura buttato. Se fosse invece ed ancora dono divino, si avrebbe con esso un rapporto diverso. Ma è questo il tempo che scandisce ormai per noi moderni, così laicamente e nazional-religiosamente purificati da qualsiasi “superstizione”, i ritmi di un non ritorno all’antica sensibilità.

La morte di Dio e pure del Soggetto Storico, ci hanno condotto in questa società a-teleologica, nichilista, dove le divinità sono ben altre. Già sull’edizione de Il Fondo dello scorso 11 maggio, Luca Leonello Rimbotti ha magistralmente ricostruito il rapporto ossessivo/perverso che abbiamo con il Dio Denaro al quale dobbiamo, ora, aggiungere l’adorazione della perenne giovinezza, “intubata” con i farmaci e le tecnologie di una palliativa pseudo-gioventù. Per non parlare poi della realtà mistificata che i media informativi creano (la televisione in particolare). I rapporti tra simili sono sempre più spesso ricercati attraverso internet dove social network, forum, blog, avvicinano sterilmente e superficialmente persone completamente avulse tra loro, mancando però e poi una dimensione alta eppur profonda che sappia completare o colmare questi legami.

Possiamo dire quindi che viviamo nell’Era Nera, nel Kaly Yuga, l’era del Caos, in cui l’ateismo è predominante e più potente della religione, in cui le persone vengono valutate per la loro ricchezza materiale e non per loro saggezza, in cui i conflitti aumentano e sembrano non finire mai?

Probabilmente saremmo in contraddizione con l’interpretazione strettamente religiosa dei Veda ma, seguendo le teorie di Renè Guenon, troveremmo molte corrispondenze con l’epoca attuale nella quale viviamo, epoca  che, secondo astrusi calcoli basati sul calendario Maya, finirà con il solstizio d’inverno del 2012.

Dobbiamo attendere quindi l’arrivo di quella data pe rsperare di  assistere al cambiamento epocale che molte profezie hanno previsto?

Epicuro scrisse:«il futuro non è nostro, ma non è completamente non-nostro». La sfida per uscire da questa sorta di nichilismo depressivo consta del ritrovamento dello Stupor che alimenta da sempre, od almeno dovrebbe, la riflessione sulla nostra condizione terrena nel Kosmos, del Pensiero che sappia elevarsi nel divenire del Valore e sappia essere, in ciò che Vale,  chiaro metro di giudizio. Occorre rovesciare l’ormai pedante e blaterato Pensiero Dominante, generatore di separata depressione svalutante e conforme e deliri di pseudo intellettualità. Occorre essere nell’ “è” e nell’essere distruggere l’apparire. Occorre giocare il gioco che sia pari alla più seriosa delle sfide. Occorre porsi di fronte allo specchio levigato ed essere pronti alla sua frantumazione affinché nel vetro rotto si ravvisino i volti superiori di chi, dall’eterno tempo del non tempo, ci osserva silenzioso nell’attesa di quel nostro No disubbidiente di gesti e parole che libero si spieghi nella molteplicità dell’attuale. Essere e non essere…

«Ma noi, che non siamo né gesuiti, né democratici e neppure abbastanza tedeschi, noi buoni Europei e spiriti liberi, molto liberi, noi lo sentiamo ancora, e tutto, il disagio dello spirito e tutta la tensione del suo arco! E forse anche la freccia, il compito e (chissà?) la meta…» (Friederich Nietzsche –  Al di là del bene e del male. Preludio a una filosofia dell’avvenire).

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