Coppi e Bartali come Franceschini e Berlusconi

Mario Grossi

Sembra che l’Adelphi abbia ideato proprio per me questa collana di brevissimi che chiama Biblioteca Minima. Sono dei libricini che potrebbero essere definiti da asporto, da lettura stradale o estemporanea. Sono minuscoli, non pesano, stanno in una tasca, anche se trattano di argomenti pesanti la loro lettura è solitamente lieve anche perché un’ipotetica pesantezza protratta per un tempo ristretto non affatica, ma tempra. Si deve a questa nobile iniziativa la pubblicazione tra gli altri de La tirannia dei valori di Schmitt e Il nichilismo europeo di Nietzsche che ha dato inizio all’intera collana.

Mi è capitato di leggerne alcuni nei miei soliti spostamenti da pendolare alato e sfigato. Se uno ha l’accortezza di cominciare la lettura al decollo si accorgerà che uno di questi volumetti dura esattamente un volo Roma – Linate (rilettura parziale e sottolineatura comprese). Esce ora l’ultimo della serie Coppi e Bartali un testo di Curzio Malaparte con una nota di Gianni Mura. La copertina è in classico Rosa Gazzetta e non poteva essere altrimenti e riporta la celeberrima foto che ritrae Coppi che passa la sua borraccia a Bartali. Oltre alla copertina incuriosiscono i disegni di Renè Pellos disseminati nelle pagine che, con brevissimi tratti caricaturali in bianco e nero, impreziosiscono il testo. La lettura è gradevole, ma non racconta in sostanza nulla di più di quello che in moltissimi hanno già scritto su questa rivalità sportiva.

La dicotomia Coppi/Bartali si dilata in una rappresentazione delle due eterne anime italiane. Da una parte Bartali che “possiede la fede ingenua e profonda dei toreri… Gino è figlio della fede… appartiene a coloro che credono alle tradizioni e alla loro immutabilità… non crede alla sorte. La sua fortuna si chiama Provvidenza… è un uomo nel senso antico, classico e anche metafisico della parola… Dall’altra il suo esatto contrario Coppi che «appartiene, senza saperlo, al genere di persone che non credono molto al soccorso divino…. Fausto è figlio del libero pensiero… appartiene a coloro che credono nel progresso, è un razionalista, un cartesiano… non ha nessuno in cielo, che si occupi di lui… è un uomo nel senso più moderno e scientifico della parola…».

coppie-e-bartali_fondo-magazineE ancora «Bartali è il campione di un mondo già scomparso, il sopravvissuto di una civiltà che la guerra ha ucciso. Coppi è il campione del nuovo mondo partorito dalla guerra e dalla liberazione: rappresenta lo spirito razionale, scientifico, il cinismo, l’ironia lo scetticismo della nuova Europa. In Bartali prevale il contadino, in Coppi l’operaio… Se in Bartali predomina l’elemento umano, in Coppi prevale, per così dire, quello meccanico. C’è sangue nelle vene di Gino. In quelle di Fausto c’è benzina. Quando Bartali è seduto o disteso è un atleta a riposo. Quando è seduto, immobile e in silenzio, Coppi è una macchina ferma».

«Per finire dirò che Bartali potrebbe essere celebrato da Montherland, Coppi da Hemingway.»

Di queste rivalità sportive con due campioni diversi tra loro e che incarnano mondi e visioni contrapposti che si contendono la vittoria è piena la storia anche recente del nostro paese. La staffetta Mazzola – Rivera nel calcio degli anni settanta ne divenne una sorta di paradigma. A partire dal mondo antico Achille ed Ettore si ripropongono costantemente nel corso dei secoli e delle nazioni. Ma a me pare che questa sia cifra tutta italiana (magari solo perché conosco meglio i fatti nostri). Guelfi e Ghibellini, Montecchi e Capuleti, Fascisti e Comunisti, Monarchici e Repubblicani. Si arriva anche alla contrapposizione tra Domenicani e Francescani.

Le rivalità sportive appaiono dunque solo un filone, se vogliamo anche esiguo di un mondo in netto bianco e nero che ha segnato la nostra vita nazionale e che in parte ne costituisce una caratteristica generale. E questa tendenza non si estingue ai giorni nostri. Coppi e Bartali si ripropongono anche se sempre più slavati, insignificanti, insulsi e meno netti nella loro contrapposizione. Fino a giungere all’ultima e forse più grottesca di tutte, sia per la caratura dei due contendenti sia per il ridicolo che il solo accostamento ai due campioni del passato suscita: Berlusconi e Franceschini.

Chi dei due sia Bartali e chi Coppi è difficile dire in quanto nei due le caratterizzazioni in apparenza ben delineate si sfumano e si mescolano. In apparenza Berlusconi dovrebbe essere Bartali. Sostenitore della famiglia, della tradizione, della solidità delle radici popolari, cattolicissimo. Come Bartali attinge al nazionalpopolare, indulge alla dialettalità. Un uomo del presente che affonda la sua forza nel passato, ma in conflitto col futuro che lo rende un anacronismo vivente. Nel caso di Bartali l’anacronismo sta nel fatto che lui poggia le sue convinzioni su un mondo ormai al di là del guado, completamente sconvolto nei suoi assetti e nei suoi valori, travolto dalla guerra. Bartali ha oltrepassato questa frattura fisicamente, ma con la testa rimane ancorato al suo passato. Il suo corpo vive in un’epoca che non è più la sua e la mente non l’ha seguito in questo passaggio. Berlusconi appare anacronistico per il semplice fatto che, nonostante le sue dichiarazioni di immortalità, ha ormai settantadue anni (questo ovviamente non rappresenta in sé un merito o un demerito). Anche Berlusconi però ha oltrepassato un guado, invisibile ma poderoso, rappresentato appunto dall’età. La sua mente vive in un’epoca che non è più la sua. Ha oltrepassato il guado che divide come un solco invalicabile l’età adulta (la sua ormai vetusta se non avviata alla decrepitezza) dall’adolescenza. Il suo corpo subisce le ingiurie degli anni (anche se tali ingiurie tenta di camuffarle), ed è rimasto nel territorio di quella età che gli viene meno. La sua mente si è adeguata e ha preso posto in un oggi che può essere vissuto solo in un’estrema tensione giovanilistica che lo rende un fossile ambulante e un po’ ridicolo.

In apparenza Franceschini dovrebbe essere Coppi. Progressista, aperto alla modernità, uomo non solo della contemporaneità, ma anche proiettato nel futuro, disponibile ed aperto ai cambiamenti. Consapevole delle diversità, liquidamene solido, universalista. È per età, pulsioni, convinzioni un uomo per questa stagione. Intriso di cultura laica e un poco snob. Cresciuto nel solo brodo che permette una vita tranquilla e aderente al contemporaneo, quell’insipido passato di verdure rappresentato dall’antifascismo. Vive in un presente che non fonda nulla nel passato e nelle sue radici. È un po’ come quei cespugli del deserto che rotolano sospinti dal vento e che non attecchiscono su nessuna terra, ma che si nutrono solo del proprio narcisismo svuotato.

Ma nei due tutto si confonde e si rimescola. Berlusconi paladino di Dio viene (seppur solo come sponsor e per interesse) dal mondo di quel presunto socialismo ultra laico craxiano, garibaldino e mangiapretesco. Paladino della famiglia ne ha messe in piedi due, con molti figli, ma ha visto bene di trovare anche altri sostegni extraconiugali alla sua libido. Paladino della Patria ha sdoganato i “fascisti” (presunti) che dalla Patria antifascista erano stati marginalizzati ed ha flirtato con la Lega che della Patria ha una visione assai ristretta e regionale.

Franceschini che ha fatto della moderna laicità un suo vessillo è in realtà il più classico dei baciamadonne, cattolico, clericale ed ossequioso delle gerarchie pontificie. Moderno ed innovatore ha una visione del mondo così antica da essere decrepita. Guida una coalizione di ex-comunisti e liberi pensatori presunti con una prosopopea che solo un ex-demoscristiano può avere. Si presenta come il nuovo ma per cultura e per militanza è di una vecchiaia millenaria.

Così Berlusconi che dovrebbe rappresentare il conservatorismo, si comporta con una liberalità nei fatti per me imbarazzante. Franceschini che dovrebbe rappresentare il progressismo si comporta e persegue un disegno conservatore indegno anche di mio nonno. Per sintetizzare il grottesco: Berlusconi è un vecchio che tenta di piacere dedicandosi ad un giovanilismo rivoltante, Franceschini è un giovane (almeno per i parametri della politica italiana) che sembra nato vecchio e per questo mi appare inquietante.

Ma questa in realtà è solo la superficie e ben lo ha individuato Gianni Mura nel testo a compendio di Coppi e Bartali di Malaparte. Sotto sotto Coppi e Bartali sono solo in apparenza due ciclisti in lotta ed in contrapposizione tra loro. Sotto sotto Berlusconi e Franceschini sono solo in apparenza i rappresentanti di due dialettiche opposte.

Scrive Gianni Mura «Bartali pio paolotto si diceva allora, e Coppi che sfida la morale costituita, Coppi eroe romantico che cerca l’amore oltre le leggi. Coppi di sinistra e Bartali di destra era l’equazione più scontata. Invece erano tutti e due di centro. Bartali con i suoi santi e la sua fede, il distintivo dell’Azione Cattolica ma non la tessera della DC, Coppi in modo meno vistoso. Ma facilmente smascherabile… Per le elezioni del ’48 emissari dei due fronti, Democrazia Cristiana e Fronte Democratico popolare, cercarono di convincere Coppi e Bartali a candidarsi. Invano. Però tutti e due firmarono, in vista delle elezioni un appello che suonava così: “Al culmine della grande battaglia elettorale che avrà il suo traguardo il 18 aprile, noi uomini del pedale, non per spirito di parte, ma per l’amore che portiamo alla nostra Italia, ricordiamo a tutti gli amici il richiamo che il Santo Padre, nel giorno di Pasqua, ha lanciato al popolo italiano: “La grande ora della coscienza cristiana è suonata”. Chi non ha rinunciato alla Fede dei Padri e non vuole rinnegare la Madre Italia, raccolga il monito del Capo della Chiesa e lo traduca in atto compiendo scientemente il dovere civico cui la Patria lo chiama. Viva l’Italia!”».

Le eterne rivalità contrapposte in apparenza, sono in realtà figlie della stessa identica impostazione. Sono alla fine solo due parti di un tutto assolutamente sovrapponibile (solo qualche impercettibile sfumatura più di forma che di sostanza le rende difformi). Sono entrambi frutto di quella cultura clericale, borghese e un po’ tartufa che permea da sempre l’Italia intera e che ha, non a caso, generato la Balena Bianca, che tutto controlla anche sotto mentite o mutate spoglie. Sono figli legittimi di quella Democrazia Cristiana che ha deciso di esplodere per meglio penetrare (infettare?) quel mondo che, ancora uguale a se stesso, si replica incessantemente sul sacro suolo italiano.

Questo breve testo di Malaparte può essere letto dunque come vademecum per le prossime elezioni che si avvicinano. Scegliete in tutta tranquillità Democrazia Cristiana A o Democrazia Cristiana B. Tertium non datur?

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