Tributo a Knut Hamsun

Mario Cecere

Esiste un sortilegio che sospinge certi spiriti predestinati a scavarsi la fossa con le proprie stesse mani: in tempi a noi recenti questa eccezionale malìa fu individuata da un brillante studioso finlandese, Tarmo Kunnas, che ne mostrò la diffusione presso i più alti esponenti della cultura europea tra le due guerre mondiali nel libro La tentazione fascista, edito in Italia da Akropolis.  Kunnas pone una domanda fondamentale: «potevano uomini educati ad una concezione tragica ed eroica dell’esistenza, toccati dal relativismo morale nietzscheano, in rivolta contro lo spirito borghese del tempo, sottrarsi al fascino epocale di quel progetto di trasgressione dei valori meramente sociali e secolari che prometteva, nello sforzo colossale e solenne di una nazionalizzazione delle masse, cattedrali di luce e imperi per un nuovo millennio?»
Uomini come Céline, Drieu La Rochelle, Ernst Junger, Robert Brasillach, Carl Schmitt, Ezra Pound, Heidegger, Gentile, Knut Hamsun, a fine guerra dovettero pagare ai ‘buoni’ un alto tributo, che oggi consiste, per lo più, nel silenzio schiumante di rabbia dietro cui editori e critici ne seppelliscono l’opera e ne insozzano la memoria. L’ “errore” di questi viandanti solitari fu, invece, come viene suggerito dallo stesso Kunnas, quello di confondere una “visione del mondo con una politica”, così da esporsi al risentimento illividito delle stesse masse che essi avevano pensato di amare e di servire. L’idea di una palingenesi storica e addirittura cosmica era però condivisa e viva, a quei tempi, ed era coltivata non soltanto dalle élites ma anche da larghi strati della popolazione europea dell’epoca.  Non poteva non generare, dunque, quelle aspirazioni che, dal connubio di politica e arte, esprimevano quelle esigenze ‘totalitarie’, assolute, rappresentate in Italia dallo stesso Futurismo e che, nelle liturgie  politiche di massa del Terzo Reich, riflettevano e enfatizzavano quell’abbattimento di confini tra le varie arti che  Richard Wagner teorizzò nel 1851, in Opera e dramma, che G.L. Mosse descrisse in testi fondamentali quali La nazionalizzazione delle masse e Le origini culturali del Terzo Reich, che Ernst Jünger intravide all’opera nella figura dell’Operaio, nella “uniformazione” del mondo compiuta dalla Tecnica.

hamsun_fondo-magazineSenz’altro Knut Hamsun, di cui quest’anno ricorre il 150° della nascita, «vide nel nazionalsocialismo una manifestazione della vitalità, di una possibile rinascita della civiltà occidentale minacciata da una democrazia plutocratica e da un comunismo tirannico. Come gli altri, egli ha sognato un nuovo sentimento della vita, autentico, antimaterialistico, che sapesse rispettare anche l’irrazionale e l’istintivo. Egli ha sperato che il fascismo riuscisse a ristabilire le gerarchie naturali, un modo di vita sano, rurale, naturale». Kunnas riconosce l’assoluta gratuità dell’adesione di questi scrittori ai fascismi. Come scrive Roberto Alfatti Appetiti su Area: «Di certo le simpatie hamsuniane per il nazionalsocialismo non furono motivate da ambizioni personali, nè dall’aspettativa di alcun tornaconto, come pure qualche impudente provò ad adombrare. Lo stesso Hamsun, presentandosi davanti ai giudici, rifiutandosi di avvalersi di un difensore e senza chiedere clemenza, l’affermò con forza: “Chi osa affermare che io, a quest’età, andassi alla ricerca di onori? Giovani giudici, che avete già pronunciato cinquantamila condanne per collaborazionismo, in una terra di tre milioni di abitanti, volete punire il vostro vecchio poeta nazionale?”».

E’ Adriano Romualdi a segnalare la tragica e fatale svista di Hamsun quale essa  emerge dall’ incontro di costui con Adolf Hitler:  «Una sola volta lo aveva incontrato e non gli era piaciuto troppo. Hitler gli aveva tenuto un lungo monologo su una grande ferrovia che intendeva costruire all’estremo Nord della Norvegia; ripeteva sempre “io, io“, ricordava Hamsun; no – non era così che se l’era immaginato». In tutto il suo crudo squallore non potevano meglio essere precisati i tratti plebei, i contorni utilitari e nichilistici assunti, nella modernità, dalla prassi politica comunque orientata. L’amore di Hamsun per il Nord, d’altronde, nulla aveva a che fare con le grevi ambizioni pangermanistiche hitleriane, mentre rivelava, piuttosto, la nostalgia e lo slancio verso forme più nude, libere e solari di esistenza. Così, la stessa adesione al movimento di Quisling avvenne certo come riflesso per l’innata stima da Hamsun sempre nutrita verso la cultura germanica, ma soprattutto per alleviare ai propri connazionali le conseguenze amare di una Patria sotto occupazione, oggettivamente a rischio, e che proprio grazie all’autorità indiscutibile di cui Hamsun godeva presso la cultura tedesca del tempo, non subì grave oltraggio. Perchè Hamsun, premio Nobel nel 1920 per la letteratura, dopo una giovinezza tormentata che lo spinse ad emigrare in America  e quasi a morirvi- a ventitrè anni – di tisi e di fame, filosoficamente diffidente verso  i regimi democratici e liberali di matrice anglosassone, amava, più di ogni altra cosa, “il popolo minuto, la gente più umile“, spesso ritratta romanticamente ma con rara delicatezza poetica.

Come nota Alfatti Appetiti, non v’è modo migliore per conoscere Hamsun che ripercorrere le vite ribelli, delicate, orgogliose e fragili dei personaggi della sua opera. Che risuscita tutto un mondo preindustriale ancora libero e immune dalle ideologie moderne e dalle allucinazioni da queste dispensate, abitato per lo più da solitari uomini di avventura e di contemplazione, appesi tra il fruscìo della foresta e le onde lucenti dei fiordi del Nord.

Uomini forti inclini all’amore ed esposti alle sue fatali conseguenze, più che ai calcoli del senso pratico e delle “opportunità” misurate in base alle convenienze: «sono sognatori, uomini selvatici e primitivi, sinceri, imprevedibili, alteri e beffardi, impulsivi e capricciosi, irrequieti, lunatici, infantili, dei veri vagabondi animati dalla volontà di liberarsi dalla civiltà moderna».  Riemergono, qui, forze primigenie e reminiscenze arcaiche, mitiche, rupestri, sorgive: sono  “dèmoni del sangue e della terra” che prendono consistenza di carne e spirito nelle figure hamsuniane.

Thomas Mann,  suo fervente discepolo, cosi’ ne consacrava l’universo poetico: «I suoi libri sono pieni di tutti gli allettamenti, le accortezze tecniche, le intensità poetiche e gli intimi turbamenti che formano il segreto e l’amabile fascino dell’opera di Hamsun, un’arte che mescola un’estrema raffinatezza con la semplicità delle origini, e che – da un punto di vista letterario- si avvale d’influenze russe e americane per una personalissima sintesi, ma che pur in un contesto di estrema civilizzazione, custodisce gli elementi dell’antica tradizione del suo popolo, della arcaica poesia nordica, dello spirito aristocratico delle saghe».

L’avvilente persecuzione politico-giudiziaria subita da un Hamsun oramai vecchio e semicieco, sordo e sofferente, lo trovò, comunque, “forte e degno” nello spirito, pronto a tener testa, fino alla fine, agli zelanti inquisitori che ne tramavano la caduta più umiliante. Dopo anni di sevizie che non si seppe arrestare, pur dinanzi all’evidente innocenza ed estraneità dello scrittore a tutti i ‘crimini’ imputatigli, medici ed aguzzini riuscirono persino ad oltraggiarne il ricordo dell’amata moglie. Come Drieu, Hamsun aveva sognato per l’Europa un destino diverso da quello proprio all’Occidente mercantile e la  medesima vocazione ‘sacrificale’ accomuna così, in una passione eretica, i destini di quegli intellettuali europei tra le due guerre che “col sangue e con l’inchiostro” pensarono di redimere la ‘Storia’ dalle viltà del presente.

Così Adriano Romualdi, nella pregevole prefazione a Io, traditore, rende un ultimo sguardo alla vita del grande vecchio: «Hamsun venne condannato a una pena pecuniaria che rappresentava la sua rovina economica. Era un proscritto. I norvegesi passavano accanto alla sua casa e gli gettavano pacchi di suoi libri nel giardino. Per tutta la sua vita li aveva accusati di essere provinciali, borghesi, indegni di quei Vichinghi dai quali discendevano. Ora si vendicavano di lui. Knut Hamsun morì il 19 febbraio 1952».

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