Morte malinconica del bambino ostrica

Mario Grossi

All’inizio lo avevo sottovalutato, considerandolo un’infatuazione di mio figlio, pronto, peggio di me, ad innamorarsi di un’idea e perdercisi dentro.

Così avevo catalogato Tim Burton come un lieve e catacombale necrofilo, quando mi capitò di vedere su consiglio del pargolo, Nightmare before Christmas in cui è narrata la storia di Jack Skeleton, uno scheletro bizzarro dal gran testone, ambientata in uno scenario funebre che era all’inizio la sola cosa che mi aveva interessato ed incuriosito.

Poi, sulla scia di quello, mi sono visto La sposa cadavere, stesso stile, stessa ambientazione ed interesse crescente da parte mia.

Insomma a partire da queste due favole in cartone cominciavano ad aprirsi quelle cateratte del Nilo che tendono a travolgermi quando in preda ad una fissazione mi trasformo in un monomaniaco.

È stato così che mi sono messo alla caccia dei suoi film per rendermi conto meglio di che cosa ci fosse in questo regista che me lo faceva apprezzare in un quieto crescendo d’interesse.

Ho così visto e rivisto tra gli altri Batman, Edward mani di forbice, Mars attack, La fabbrica di cioccolata e quello che per me rimane il suo capolavoro assoluto Big Fish.

Tutti i film hanno un comune denominatore, se si eccettua Big Fish. I toni sono sempre cupi e tetri. Le pellicole e gli attori che le interpretano sono sempre delle trasposizioni in carne ed ossa di personaggi da fumetto. Insomma mi sono convinto che Tim Burton sia un magistrale interprete dell’irreale mondo delle fiabe e che le legga nell’unico modo possibile.

Le fiabe descrivono un incantato mondo assai attiguo alla realtà e che, lungi dall’essere un luogo d’incanto, è in realtà una brutale rappresentazione del male su cui si fonda la vita.

Non a caso Tim Burton ha deciso di girare La fabbrica di cioccolata, perché è la didascalica rappresentazione di come le favole, magari in modo bizzarro e criptico siano in realtà vita vera trasfigurata, come sapeva bene Roald Dhal autore del libro da cui il libro è tratto. E non a caso Roald Dahl, descritto dai più come autore per l’infanzia, è autore di racconti in cui la cattiveria ed il cinismo si fondono con la fantasia ed il clima trasognato tipico delle fiabe. Mi si è fissato nella mente, ad esempio, quella novella misogina Un cosciotto d’agnello da lui scritta e che fa da canone alla sua scrittura.

Per tornare a La fabbrica di cioccolato basta osservare gli Umpa Lumpa, figurine in apparenza simpatiche ma che sono schiave di un meccanismo produttivo che le rende serve del protagonista Willie Wonka, padrone assoluto che a causa di un padre psicopatico ha deformato il suo carattere in mostruosità. L’eventuale lieto fine è solo accidentale.

Basta osservare i caratteri (mutuati dai familiari) dei giovani visitatori della fabbrica per rendersi conto, poi, di come i bambini sono soggetti ad una violenza da parte del mondo degli adulti che è l’esatto specchio della violenza che utilizzano nel loro ristretto mondo giovanile. Piena la letteratura di questa ambigua diffusa violenza e perfidia ricevuta ed inferta.

Si veda, ad esempio, il mondo regredito generato dal clan dei minori ne Il Signore delle mosche di Golding o quella splendida novella di fantascienza Il veldt contenuta nell’antologia Le meraviglie del possibile.

Tim Burton scandaglia, qui il suo fascino, questa ambiguità: la violenza e perfidia della vita adulta reale è grande come la violenza e perfidia delle fiabe raccontate ai fanciulli che traspone questi sentimenti nella vita reale dei piccoli.

Tim Burton sa bene che gli infanti (nelle fiabe e nella realtà) sono vittime tanto quanto possono essere carnefici. Basta osservare con quanta cattiveria i bambini emarginano i presunti diversi, ad esempio affibiandogli nomignoli che bollano le loro vittime per sempre “ciccio”, “roscio”, “nasca”, “pirletta”, tanto per sottolineare le deformità/difformità fisiche che si trasformano in condanne. Una sorta di “conventio ad escludendum”, la stessa che i bambini subiscono per le ingiurie dei grandi: “sta zitto tu che puzzi ancora di latte”, “moccioso”, “smettila di frignare come una femminuccia”.

Per questo Tim Burton l’ho elevato a regista di culto mio personale. Senza alcuna ambiguità racconta, sotto forma di fiaba straniata, una verità che informa la realtà. La crudeltà che il mondo adulto riserva ai bambini è pari a quella che spesso i bambini adottano.

morte-malinconica-del-bambino-ostrica_-fondo-magazineTim Burton questo lo ha voluto fissare in un canone scritto ed ha dato alle stampe, edito da Einaudi, un libro bellissimo Morte malinconica del bambino ostrica una raccolta di filastrocche corredate da disegni che ne rafforzano con veemenza la forza descrittiva.

Passano in rassegna brevi bozzetti di vita infantile che testimoniano come Tim Burton sia oscuro osservatore di questo mondo contiguo ed appartato che è l’età infantile e di come queste vittime sacrificali si possano trasformare in carnefici.

Come in Persico, il bambino Tossico costretto ad una vita intossicata dagli adulti in cui lui

Amava l’ammoniaca
E l’amianto e tanto
il fumo delle sigarette
ne aspirava anche sette,

per lui era ossigeno
tutto ciò che per altri
era cancerogeno…

accoccolato in autorimessa,
nella brina mattutina
si attaccava contento
ad ogni tubo di scappamento…

dopo una vita passata a subire tutti gli inquinamenti inflitti dalla vita adulta si trasforma, con la morte, nel flagello, seppur inconsapevole, dell’Umanità

Mentre l’anima di Persico,
il bambino Tossico, abbandonò
il suo corpo, gli amici
nella sera mormorarono una preghiera.
E l’anima come un fazzoletto
Di velo vagò verso il cielo
E salendo e salendo
Allargò, diobuono, il buco
Dell’ozono.

Tragedie e commozione miste insieme, come in Il bambino con i chiodi negli occhi

Il bambino con i chiodi negli occhi
Piantò il suo alberello d’alluminio
Ma cresceva di sbieco
Perché lui era cieco.

Storia corroborata da un disegno che raffigura un bambinello con un testone gigantesco, attonito nella sua fissità, con due enormi chiodi conficcati nelle orbite vuote e sanguinanti.

Nevrosi e malattie metropolitane, emarginazione e solitudine come in Quel bidone di bambino, in cui il povero bambino cresce scambiato per un bidone della spazzatura e reificato in quell’oggetto diventa un mero contenitore d’immondizia

Per conto suo il bambino
Diventò un giovanottone
Anche se troppo spesso
E a calci e a sputi
Lo prendevano per un Bidone,
di rifiuti

Nel libro poi le citazioni e i rimandi arricchiscono la lettura.

Il bambino Supermacchia ricorda il Pig Pen dei Peanuts di Schultz, La bambina che si tramutò in un letto fa immediatamente pensare a Kafka e al suo Gregor Samsa che si trasforma in un orrendo scarafaggio (proprio mentre è a letto).

Ma la più agghiacciante ed evocativa filastrocca è proprio quella che dà il titolo al libro Morte malinconica del bambino ostrica. Suo padre in combutta con la madre, al tempo in cui il Viagra ancora non esisteva, per darsi un po’ di vigore sessuale e per togliersi dai piedi l’imbarazzante e deforme figlioletto chiamato Carlo se lo mangia

Il dottore diagnosticò:
Non ne sono sicuro
Ma la causa del problema
Può esserne la cura.
Ora, si sa, l’ostrica
Procura gran virilità.
Se lei mangia suo figlio
Ne avrà per sempre voglia…
Mentre il figlio apriva
Carlo sulla giacca gli sgocciolava.
Poi, dopo aver posato
Il guscio alle labbra
sentì che Carlo nelle gola scivolava…

Come non andare con la memoria a Saturno ed a quel quadro di Goya Saturno che divora i suoi figli che immortala con tinte fosche quell’episodio mitologico.

Insomma tra violenze inaudite, incedere onirico e fiabesco, realismo ribaltato e straniante Tim Burton con poche parole assemblate ed alcuni schizzi di matita ci consegna un mondo di favola che favola non è, per ricordarci che è troppo facile ed irreale rappresentare il mondo in bianco e nero, in buoni e cattivi, in vittime e carnefici. Tutto è più complesso, tutto è più sfumato, tutto è più drammaticamente contorto. Non esistono scorciatoie per dare risposte. Siamo costretti a vedere attraverso la nebbia del crepuscolo.

Questa semplice e sempiterna realtà, qui sta il colpo di genio di questo funereo giullare, ci viene descritta con l’irrealtà delle favole che sempre ci rappresentano un mondo rovesciato per fare un po’ di luce nel mondo che ancora ci intestardiamo a definire diritto.

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