Serge Latouche. Il mito della decrescita…

Alessandro Cavallini

L’anno scorso la storica casa editrice Feltrinelli ha pubblicato il saggio di Serge Latouche intitolato La scommessa della decrescita.

latouche_fondo-magazineLo studioso francese in questo libro porta avanti quelle teorie che lo hanno reso molto cool tra i maggiori pensatori (?) radical – chic d’Europa: l’imminente caduta del capitalismo non sarà causata dall’antagonismo di classe, infaustamente previsto da Marx, ma dalla propria intrinseca natura. La crescita illimitata prima o poi dovrebbe scontrarsi con la finitezza della Terra e delle sue risorse.

A sostegno di questa fantomatica tesi viene portata la legge dell’entropia, secondo cui tutti i tipi di energia sono destinati prima o poi a trasformarsi in calore non più utilizzabile, e la constatazione che l’intero sistema solare tende verso una «morte termodinamica». La soluzione per l’uomo è una sola: il ritorno alle società precapitalistiche formate da piccole comunità di cacciatori, veri e propri Eden in cui l’uomo viveva libero ed in armonia con il cosmo circostante.

Ma per giungere a questo fantomatico paradiso terrestre, qual è la strada da percorrere? La ricetta è molto semplice: adottare la politica delle otto R (rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare). E il metodo migliore per giungere a tale obiettivo è l’aumento della tassazione, in modo tale che aumentando di «dieci volte» i costi di trasporto e incrementando la tassazione sulle macchine, «le aziende che seguono la logica capitalistica sarebbero ampiamente scoraggiate. In un primo tempo, un gran numero di attività non sarebbe più “redditizia” e il sistema resterebbe bloccato».

A quel punto, sarebbe senz’altro possibile «togliere sempre maggior quantità di terra all’agricoltura intensiva», semplicemente perché le aziende agricole capitalistiche avrebbero decretato fallimento, e si potrebbe senz’altro «darla all’agricoltura contadina, biologica, rispettosa degli ecosistemi». E questa dinamica, che farebbe sì che «ogni produzione che può essere realizzata su scala locale e al fine di soddisfare bisogni locali» venga «realizzata localmente», contribuirebbe «anche a risolvere il problema della disoccupazione».

Sembra di cogliere in tali bizzarre teorie il tipico atteggiamento di diffidenza anti – tecnologica tipica della cultura giudaico – cristiana. D’altra parte non ci stupisce questa unità di vedute tra pensatori post – marxisti e seguaci dei monoteismi del deserto. Alla base di entrambe le ideologie vi è infatti la medesima concezione egualitaria che tanti danni ha procurato nella Storia, anche più recente, dell’Uomo. Pensiero che si è sempre opposto ad ogni tentativo da parte dell’Uomo di essere artefice del proprio Destino, e non semplice succube di un Fato incontrollabile secondo la concezione lineare della storia tipica degli egualitaristi.

Qualunque tentativo dell’Uomo di dominare la Tecnica è visto come un progetto diabolico, molto meglio continuare a tenerlo in schiavitù, preda di una metafisica dell’ultraterreno tendente a mortificare tutto ciò che appartiene al mondo reale, qui ed ora. E tutto ciò in totale contrapposizione con lo spirito faustiano e prometeico dell’uomo europeo, da sempre proteso a plasmare il mondo secondo la propria volontà ordinatrice. Ed è su questo piano che si svolge un vero e proprio Scontro di Civiltà, ben diverso da quello descritto da Huntington o dalla ormai fasulla dicotomia destra – sinistra. Da una parte i sostenitori della Libertà dell’Uomo, dall’altra coloro che lo vogliono tenere in catene. E noi sappiamo bene da quale parte stare, a differenza di altri che, almeno a parole, si dichiarano eredi delle esperienze politiche che nel secolo scorso hanno combattuto per l’affermazione dell’Uomo Europeo, ma adesso preferiscono battersi per la tutela dell’identità…cristiana!


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