Renata Polverini. L’UGL e il 1° maggio…

Susanna Dolci

intervista Renata Polverini

Scriveva la filosofa francese Simone De Beauvoir che «Non si nasce donne: si diventa». Renata Polverini [nella foto sotto] ha fatto molto di più divenendo la prima ed unica donna a capo di un sindacato italiano e «di destra», con tutte le pregiudiziali di maschilismo e conservatorismo che di tradizione vengono a quest’area attribuite. Nata nel maggio del 1962, all’insegna dell’energico segno zodiacale del Toro, è l’attuale segretario generale dell’UGL, Unione Generale del Lavoro, ed il più giovane dirigente mai a capo di un sindacato. Sin dalla più tenera età,  Polverini ha respirato a pieni polmoni l’aria lavorativa. All’inizio seguendo la madre, delegata sindacale della CISNAL (Confederazione Italiana Sindacati Nazionali dei Lavoratori). Poi impegnandosi in prima persona nella Cisnal e nell’Ugl. Sino al 2005 ha assunto la carica di Vice Segretario Generale della Confederazione. Nel Congresso dal 2 al 4 febbraio 2006 è stata eletta a pieni consensi Segretario Generale dell’UGL. Di rilievo la nota che «sotto la sua guida il sindacato ha raggiunto il massimo numero di iscritti». E quasi il suo 50% è costituito da donne. Il Fondo ringrazia Lei e la sua più che dinamica segreteria per l’intervista rilasciata, nonostante i loro numerosi impegni in agenda.

renata-polverini_fondo-magazineSegretario, il Primo Maggio, Festa del Lavoro. Lei sarà a L’Aquila.

Abbiamo ritenuto doveroso essere a L’Aquila il giorno in cui si celebra la Festa del lavoro e dei lavoratori. Il terremoto in Abruzzo ha rappresentato una tragedia per tutto il Paese. L’Ugl si è subito attivata avviando una raccolta di fondi e abbiamo deciso di rinunciare alla tradizionale manifestazione del Primo Maggio, che era in programma  a Casal di Principe, per andare nel capoluogo abruzzese non per sfilare ma per portare la nostra concreta solidarietà devolvendo i fondi, risparmiati dall’annullamento della manifestazione, alla ricostruzione post terremoto.

Da sindacalista a segretario generale dell’UGL (Unione Generale del Lavoro). Lei è figlia di una sindacalista della CISNAL e «la prima donna in Italia a ricoprire tale incarico oltre ad essere il più giovane Segretario Generale mai a capo di un sindacato». Direi che non è poco, anzi… Ci vuole parlare di questo suo percorso, aggiungendo, ovviamente, anche ciò di rilevante che non ho citato? E come si rapporta in questo suo “stato di forza” con l’altro sesso dopo l’elezione al congresso svoltosi a Roma nel febbraio del 2006?

Non è stato un percorso facile. Una donna nel sindacato, come in politica, rischia di scontrarsi facilmente con atteggiamenti maschilisti. Tuttavia, con molta tenacia e tanti sacrifici, si possono ottenere risultati. Di fatto si può dire che sono cresciuta nel sindacato, mia madre era una sindacalista della Cisnal e ricordo ancora le riunioni alle quali ho partecipato con lei. A quel tempo le riunioni si facevano la sera, dopo il lavoro, noi eravamo sole ed era costretta a portarmi con sé. Terminati gli studi ho deciso di impegnarmi attivamente nel sindacato, alla Cisnal prima e all’Ugl poi. Oggi sono orgogliosa di guidare questa organizzazione, che mi sostiene e si riconosce nel proprio segretario generale. Per quanto riguarda i rapporti con l’altro sesso, l’essere donna potrebbe sembrare un vantaggio, in realtà le donne che raggiungono posizioni di vertice devono, a differenza degli uomini, costantemente dare prova di meritare il ruolo che ricoprono.

Lei si è occupata di numerose vertenze unitarie, dall’Alitalia alla Fiat di Melfi, dalla Thyssen Krupp di Terni al rinnovo del contratto per il pubblico impiego. Quale la battaglia, più dura? E perché con la Thyssen si è arrivati all’immane tragedia?

Ogni battaglia al fianco dei lavoratori è impegnativa. L’ultima in ordine di tempo è stata proprio quella relativa alla vertenza Alitalia. C’era il rischio concreto di far fallire la compagnia di bandiera, un asse strategico del paese, e abbiamo trascorso settimane a trattare con la nuova società acquirente e con il governo. Giorni e notti in cui l’Ugl ha lottato affinché si ottenessero le migliori condizioni per i lavoratori. Non sono mancati momenti difficili, ma alla fine con grande senso di responsabilità abbiamo salvato la compagnia e credo sia uno dei risultati più importanti che abbiamo conseguito. Il caso della Thyssenkrupp di Torino è una brutta pagina della storia di questo Paese. Sette operai hanno perso la vita in un modo orrendo in uno stabilimento in via di dismissione in cui non è stata garantita la necessaria sicurezza ai lavoratori peraltro sottoposti a turni di lavoro massacranti. Ora è in corso un processo penale, il primo che si ricordi in materia di sicurezza sul lavoro, che ci auguriamo faccia giustizia per quanto accaduto. La sicurezza sul lavoro è un cavallo di battaglia dell’Ugl, un impegno che da sempre ci vede in prima linea: serve più prevenzione e l’affermazione di una vera cultura della sicurezza, per questo stiamo raccogliendo le firme per una petizione popolare affinché la sicurezza sia insegnata nelle scuole, sin da quelle elementari.

L’Ugl ha firmato il 15 aprile l’accordo interconfederale che riforma gli assetti contrattuali. E’ soddisfatta? Cosa cambia per i lavoratori?

L’accordo sulla riforma dei contratti è un’intesa storica che dopo 15 anni cambia le regole della contrattazione fissate con il precedente protocollo del 1993, frutto di una congiuntura economica ormai superata e che rendeva necessario un aggiornamento. L’Ugl ha portato il suo contributo al confronto ottenendo che rispetto alla prima stesura del documento predisposta da Confindustria si mantenesse forte il ruolo del contratto nazionale e si ponesse un forte accento sull’aumento dei salari accanto all’incremento della produttività. Con questa intesa, si incentiva la contrattazione di secondo livello, i contratti diventano triennali, sia per la parte normativa che per quella economica con rinnovi puntuali e non più effettuati, come sempre accaduto, con notevole ritardo, causando ulteriore perdita di salario per i lavoratori. Altro punto rilevante dell’accordo è l’eliminazione dell’inflazione programmata quale riferimento per il calcolo degli aumenti salariali. Si introduce un nuovo indice, l’Ipca, che sarà determinato da un soggetto terzo, e non più unilateralmente dal governo, con una scelta quindi politica, consentendo aumenti più vicini all’inflazione reale. Infine, questo accordo permette di fare qualche passo in avanti, attraverso la contrattazione di secondo livello, per una maggiore partecipazione dei lavori alla vita dell’azienda, obiettivo particolarmente caro all’Ugl.

Cosa rende un sindacato del lavoro attivo e protettivo dei lavoratori, dell’ambiente in cui operano, dei loro diritti ed anche doveri? Quali le azioni, i punti fermi e forti e gli ingredienti che permettono di riconoscere come buono un sindacato? Quali, invece, le manchevolezze dei sindacati italiani allo stato attuale? I loro punti deboli?

Il sindacato deve fare gli interessi dei lavoratori e dei pensionati che rappresenta. C’è stato un periodo, soprattutto negli anni Novanta, in cui il sindacato ha dovuto supplire ad un vuoto lasciato dai partiti e dalla politica. Ora deve riappropriasi del proprio ruolo. Fermo restando la necessità di interloquire e confrontarsi con la politica, le organizzazioni sindacali non devono mai allentare il proprio rapporto con i luoghi di lavoro, laddove poi sono chiamati a raccogliere bisogni e risolvere problemi. Questa penso sia la principale debolezza in cui un sindacato possa incorrere: se viene meno il contatto con le persone che si rappresentano si rischia di minare il rapporto di fiducia e di perdere forza. Anche una volta diventato segretario generale, per quanto mi riguarda, non ho mai smesso di andare nei luoghi di lavoro e nei territori per confrontarmi con gli iscritti. Approccio che i lavoratori hanno saputo apprezzare perché chiedono che il sindacato, al di là dell’importante lavoro di mediazione che devono fare con il governo a livello centrale, sia ancora capace di intercettare le esigenze in apparenza banali, ma in realtà fondamentali, con cui gli operai in fabbrica, ad esempio, sono ancora chiamati a fare i conti.

L’Italia è ancora una Repubblica democratica, fondata sul lavoro? Con tutti gli annessi degli articoli della Costituzione Italiana 35, 36, 37, 38, 39, 46, etc.?

Il lavoro deve tornare ad essere centrale. Non si può negare che negli anni più recenti per i lavoratori si poteva e di doveva fare di più. Penso alla misura adottata dal precedente governo per il taglio del cuneo fiscale, inizialmente destinato a vantaggio di imprese e lavoratori, poi realizzato a beneficio solo delle aziende. In Italia i lavoratori guadagnano meno dei loro colleghi europei, pagano tasse elevate a fronte di servizi inadeguati. Da almeno tre finanziarie aspettano interventi a loro sostegno. Con la crisi in atto sono stati adottati provvedimenti per le fasce di reddito più povere e mancano ancora misure a vantaggio di quello che una volta si definiva il ceto medio, che si è impoverito negli ultimi 15 anni come rilevano anche le statistiche di Bankitalia. La diminuzione del prezzo del petrolio e delle materie prime non deve indurre a ritenere che l’emergenza redditi sia stata superata. Non è così, anche perché l’impoverimento di salari e pensioni risale a molto prima che scoppiasse la crisi finanziaria. Ciò richiede in primo luogo un intervento di tipo fiscale. Oggi l’80 per cento del gettito Irpef è assicurato dal prelievo fiscale dei redditi fissi da lavoro e da pensione. Non si tratta solo di intensificare la lotta all’evasione fiscale, ma anche di porre fine a privilegi fiscali come quello riservato alle rendite finanziarie tassate in Italia meno del lavoro dipendente e al di sotto della media europea. Ma la riforma del fisco che l’Ugl invoca da tempo deve avvenire anche spostando l’attenzione dal singolo come soggetto fiscale, al nucleo familiare, attraverso l’introduzione del quoziente familiare, che pure è nel programma di questo governo. Un fisco che guarda alla famiglia, agirebbe da volano anche per tutti gli altri interventi di sostegno permettendo in questo modo anche di incentivare l’occupazione femminile. La Francia in questo senso è un esempio da seguire.

Donne e lavoro, Uomini e lavoro? Tutto uguale o…?

Siamo ancora lontani dal poter parlare di parità. Le donne percepiscono stipendi inferiori rispetto agli uomini, hanno carriere saltuarie per via della maternità e scarse opportunità di fare carriera, devono farsi carico di gran parte degli oneri legati alla famiglia e ciò impedisce loro di accedere agli straordinari, o ad altri meccanismi premiali. Qualcuno sostiene che la soluzione sarebbe quella di farle andare in pensione più tardi, al pari degli uomini, per investire i risparmi ottenuti in politiche a loro sostegno. Ma in questo modo si interviene a valle del problema non a monte. L’obiettivo da perseguire deve essere quello di far sì che al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro le donne abbiano le stesse opportunità, a partire dalle retribuzioni. Oggi una donna invece, a pari merito di un uomo, se vuole ottenere un posto l’unica arma che ha è accettare un compenso più basso. C’è ancora molto da fare. Vale la pena ricordare che in America la prima legge targata Obama è stata quella per la parificazione salariale tra uomini e donne.

La maternità viene sempre tutelata in ambito lavorativo?

La maternità nel nostro Paese continua ad essere uno dei principali ostacoli per la crescita professionale delle donne. Basti pensare alla deplorevole prassi delle dimissioni in bianco. E ciò, come ho detto poc’anzi, è dovuto al fatto che in Italia spetta alla donna farsi carico dei doveri di cura all’interno della famiglia. Cura dei figli ma anche degli anziani o dei soggetti disabili, nell’ambito di un sistema di welfare assolutamente inadeguato. Le cosiddette politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia in Italia non hanno ancora dato risultati. La soluzione per l’Ugl è investire di più a sostegno, non tanto delle donne, quanto della famiglia garantendo tutti quei servizi, che non si esauriscono nella sola maggiore disponibilità di asili nido, in grado di liberare le donne dalle tante incombenze che la famiglia richiede. È dimostrato, infatti, che dove esistono servizi appropriati le donne lavorano di più e fanno più figli. Detto ciò, ritengo anche che si dovrebbe dare un maggiore riconoscimento sociale alla maternità. In questo senso anche dall’Europa era arrivata l’indicazione, ad esempio, di far gravare la maternità sulla fiscalità generale, e non solo sui lavoratori e sulle imprese, come accade oggi, con la conseguenza che la maternità per le aziende è soprattutto un costo.

La qualità e quantità del lavoro è uguale in tutt’Italia? O evidenti le differenze tra Nord e Sud? E perché questo divario incolmabile?

L’Italia è stata per anni, e continua ad esserlo, un paese a due velocità. Il Mezzogiorno paga anni di ritardi infrastrutturali e di mancato sviluppo. Colpa di una illegalità diffusa che soprattutto nel Sud ha frenato i processi di investimento e di una politica che troppo spesso ha utilizzato il Meridione come ricco serbatoio elettorale per poi dimenticarsene una volta chiuse le urne. Eppure senza uno sviluppo nel Mezzogiorno non può esserci sviluppo per l’Italia. L’Ugl ha sempre prestato attenzione al Mezzogiorno, non a caso nella definizione del recente piano per le infrastrutture siamo stati l’unico sindacato a chiedere che il principio della cantierabilità delle opere non penalizzasse la parte più debole del Paese: non è detto infatti che le tutte le opere cantierabili coincidano con quelle prioritarie che il Paese attende da anni e che in larga parte sono concentrate proprio al Sud. Il Mezzogiorno è stato il grande assente dall’agenda politica degli ultimi anni e ciò impone più attenzione da parte del governo e una maggiore responsabilizzazione della classe dirigente locale che non ha saputo sfruttare al meglio l’opportunità dei fondi europei per rilanciare lo sviluppo.

A conclusione, una Sua previsione sul futuro del lavoro, dei lavoratori e delle pensioni?

È difficile fare previsioni. Siamo stati travolti da una crisi che, seppur nata nella finanza, sta dispiegando effetti pesanti sull’economia reale. Il prezzo più alto lo stanno pagando i lavoratori e le piccole e medie imprese. Il numero di lavoratori in cassa integrazione è elevatissimo, ai precari non sono stati rinnovati contratti, su molte aziende, come nel gruppo Fiat, penso a Pomigliano d’Arco e a Termini Imerese, pesa un futuro incerto. Il governo ha adottato alcune misure, che pure abbiamo apprezzato, per sostenere l’industria ma non danno sufficienti garanzie sul piano occupazionale. Ecco perché chiediamo che accanto agli incentivi per sostenere la domanda, come nel caso del mercato dell’auto, siano definiti interventi sotto forma di incentivi diretti alle imprese vincolati al mantenimento della produzione in Italia e dei posti di lavoro. Non si tratta di derive protezioniste, ma di salvaguardare il lavoro come anche altri paesi come la Germania o l’Inghilterra hanno fatto. Inoltre, finalizzando questi incentivi alla ricerca e all’innovazione, potremmo rafforzare il nostro patrimonio produttivo evitando di trovarci indietro quando inizierà la ripresa. Anche le aziende però devono fare la loro parte bloccando il ricorso agli ammortizzatori sociali, fronte sul quale l’impegno del governo è stato significativo, e privilegiando strumenti di solidarietà. È determinante, infatti, tenere i lavoratori ancorati al posto di lavoro perché l’allontanamento dai luoghi di lavoro non ha solo un impatto negativo economico ma anche psicologico. La crisi economica è sfociata in una crisi sociale ed è quanto mai opportuno che imprese e lavoratori marcino uniti.

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