Primavera di sangue a Belfast

Giorgio Ballario

Noi conosciamo il loro sogno; ci basta
sapere che chi sognava è morto;
e se l’eccessivo amore
li avesse ingannati tutti fino alla morte?
Lo scrivo in versi
Macdonagh e MacBride
e Connolly e Pearse
adesso e nel tempo che verrà,
dovunque si indossi il verde
sono cambiati, completamente cambiati:
nasce una tremenda bellezza.

Da “Pasqua 1916″ di William Butler Yeats

Il 24 aprile in Irlanda si celebrerà il 93° anniversario della “Pasqua di sangue”, come venne chiamata l’insurrezione armata che diede inizio al processo d’indipendenza della parte sud dell’isola di smeraldo. Whiskey e birra scura scorreranno a fiumi fra Dublino e Cork, Galway e Limerick; ma non ci sarà festa nelle Sei Contee dell’Irlanda del Nord, che gli irlandesi di fede repubblicana considerano ancora occupate dall’invasore britannico.

crossmaglen_memorialNon ci sarà festa soprattutto perché negli ultimi mesi si è assistito ad una escalation di violenza che sembrava relegata agli anni bui del passato, quelli precedenti al cessate il fuoco proclamato dall’Ira nel 1997 e ai successivi accordi fra cattolici e protestanti. E’ presto per dire se stia prepotentemente tornando a galla una delle ultime guerre europee, ma i segnali negativi ci sono tutti. L’intelligence di Londra era sul chi vive già da tempo, ma non ha potuto evitare i sanguinosi attentati di marzo: il 7, due militari britannici sono morti e altri due sono rimasti feriti in un attentato alla base militare di Massereene, nella Contea di Antrim; e due giorni dopo è  stato ucciso un poliziotto a Craigavon, nella Contea di Armagh.

A firmare le aggressioni sono state due sigle tutt’altro che sconosciute, ma considerate “in sonno” da alcuni anni: a Massareene ha colpito la Real Ira, mentre l’uccisione del poliziotto – quasi una risposta politica all’attentato nella base militare – è stata firmata dalla Continuity Ira. Due frange militari che si sono staccate dall’Ira tradizionale denunciandone il “tradimento” dopo il cessate il fuoco del ’97. «Assassini che non fermeranno il processo di pace», tuonano gli esponenti del Sinn Fein, l’ex ala politica dell’Ira ora coinvolta nel governo congiunto con i protestanti filo-britannici. «Non più di 300 irriducibili che hanno perso il contatto con la base cattolica», taglia corto sir Hugh Orde, capo della polizia nell’Ulster. Il quale, tuttavia, da mesi metteva i suoi in guardia sul pericolo di una ripresa dell’attività terroristica – ma anche di guerriglia urbana – degli estremisti repubblicani.

In realtà le frange radicali, deluse dagli accordi di pace del 1998, stanno rapidamente guadagnando consensi nei quartieri cattolici di Belfast e nelle altre città nordirlandesi, soprattutto fra i giovani che negli ultimi dieci anni non hanno visto grossi miglioramenti da un punto di vista politico, economico e sociale. «Repubblicani e unionisti – spiega Joseph McKeowen, militante di Youthlink, l’agenzia che cerca di costruire un dialogo tra i giovani delle due comunità – vengono per lo più da zone molto povere: vivono nelle case popolari, campano con i sussidi.  La crisi ha già avuto un impatto: spinge i ragazzi senza lavoro a frequentare i dissidenti. E trovano così un senso di appartenenza.»

Non è quindi un caso che a Lurgan, nelle scorse settimane, fossero proprio “nuove leve” repubblicane a tirare pietre e molotov contro gli agenti di polizia.  I disordini sono esplosi quando un “grande vecchio” dell’Ira, Colin Duffy, è stato arrestato in relazione all’omicidio dei due soldati britannici. Con lui sono state fermate altre nove persone, quasi tutte rilasciate dopo pochi giorni. Già, perché anche da parte britannica la storia sembra aver insegnato poco: la risposta ai due attentati di marzo è stata prima di tutto repressiva. Retate, perquisizioni, arresti indiscriminati fra i militanti cattolici, tempi di fermo preventivo (senza accuse) che sforano spesso i sette giorni. Misure che hanno spinto ad intervenire persino Gerry Adams, numero uno del Sinn Fein ora al governo: «Ci sono alcune persone, tra cui un giovanotto di 17 anni, in custodia per periodi che si estendono al di là delle migliori pratiche in materia di diritti umani. Non è accettabile, dovrebbero essere accusati di qualcosa oppure rilasciati».

Duffy, ex prigioniero dell’Ira e fondatore di un gruppo politico, Eirigi, che non riconosce il governo di Belfast, sarebbe stato picchiato dagli agenti e sottoposto a forti pressioni psicologiche, tanto che in cella ha cominciato uno sciopero della fame per protesta, subito imitato da altri dieci militanti finiti dietro le sbarre. Fatti che inevitabilmente riportano indietro le lancette, ai tempi di Bobby Sands e agli altri “strike hungers” che si lasciarono morire all’inizio degli anni Ottanta. Così come riporta al passato il comportamento dei secondini del carcere di Maghaberry, che nei giorni scorsi hanno proibito ai detenuti politici repubblicani di indossare gli “easter lillies”, i gigli pasquali della tradizione cattolica che simboleggiano il ricordo dei compagni caduti. Chi l’ha fatto è stato messo in isolamento per 48 ore. «Dobbiamo congratularci con i prigionieri repubblicani per il loro onore e la disciplina mostrata rigettando tali regole assurde – ha dichiarato Richard Walsh, portavoce del Republican Sinn Fein, altro gruppo radicale nato da una scissione del partito cattolico governativo, considerato vicino alla Continuity Ira – Un plauso ai prigionieri per il loro spirito intatto a dispetto dei tentativi di emarginarli e criminalizzarli nel loro sforzo di portare alla liberazione dell’Irlanda.»

Insomma, se la situazione non è esplosiva, poco ci manca. «L’esercito britannico non tornerà a pattugliare le strade di Belfast» ha promesso il capo della polizia Orde. E per adesso anche i gruppi paramilitari unionisti assicurano di non avere nessuna intenzione di riprendere le armi in mano. Intanto, però, gli arsenali di entrambe le fazioni restano intatti e ben custoditi in luoghi segreti. «Ho combattuto quella guerra e so che ormai è finita», sostiene Martin McGuinness, ex leader dell’Ira, già detenuto politico nelle carceri inglesi, ora vicepremier del governo di Stormont. Fa un certo effetto vedere gente come lui e Gerry Adams, simboli della resistenza cattolica e repubblicana negli anni Settanta e Ottanta, venire trattati dalle frange radicali come “traditori”. «Sento queste persone parlare di cacciare il governo britannico e di liberare l’Irlanda, ma non riescono neppure a riunirsi tra di loro. Come possono sperare di riunificare l’Irlanda è un mistero per me», ha commentato amaro McGuinness.

Forse Adams, McGuinness e gli altri vecchi dell’Ira e del Sinn Fein si sono davvero imborghesiti, dopo aver scoperto gli agi del potere. Oppure la loro è la voce della saggezza, di chi ha visto un paio di generazioni morire o marcire in carcere inseguendo l’utopia di cacciare gli inglesi e riunificare l’isola. Quel che è certo è che nelle Sei Contee sono ancora in tanti a pensarla come la Continuity Ira, che nel comunicato di rivendicazione dell’omicidio del poliziotto ha scritto: «Fin quando ci sarà l’occupazione britannica, questi attacchi continueranno».

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