Pienza, Piccolomini e il papa pagano

Luca Leonello Rimbotti

Nel bel mezzo della Toscana esiste un luogo in cui l’idea di perfezione diventa pietra e la pietra diventa Utopia vivente. Sogno rinascimentale e monumento alla civiltà europea. Questa è Pienza, la città che il cardinale Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa Pio II, chiamò col proprio nome, facendone un gioiello di geometrica bellezza. Era nato nella vicina Corsignano, borgo rurale, piccola pieve rustica. Genio, come molti da noi, sgorgato dalla terra. Ma Pio II – come altri papi medievali e rinascimentali – fu più imperatore che pontefice. Imbevuto di cultura classica, era un neo-platonico sul soglio di Pietro. Un papa neo-pagano, guerriero e devoto al potere sacrale. Pensò e volle la città metafisica come un simbolo concreto della rinascita del mondo classico. Fusione tra città dell’uomo e natura libera d’intorno. Centro di assonanze cosmiche, la piazza di Pienza è anche una macchina astrologica: il perimetro del Duomo è orientato in modo che la luce del sole, nell’equinozio di primavera, possa procedere lungo l’asse dall’abside alla facciata, correndo sulle quadrature della piazza come su un astrolabio. Il rosone del Duomo è l’occhio che vede, il centro della piazza è l’occhio che non vede, l’ombelico urbano, l’omphalos cosmico. Luce ed ombra in sposalizio, il manifesto e l’occulto in simbiosi. Una stasi pietrificata che, come nell’etimo greco, è interno movimento. E la facciata della chiesa non è che un arco di trionfo romano, che regge col suo lucente travertino un’idea grandiosa di Enea Silvio: il convivere di gotico e romanico, nel nome della paganitas di Vitruvio. Cioè la perfezione della forma, la linearità dello stile, la pienezza totale degli spazi.

pio-ii_fondo-magazineQuesto ha fatto parlare di Pienza come di un unicum di Città Ideale trasferita dai trattati cartacei alla pietra di un luogo reale, all’interno del quale l’uomo restituito alla concezione classica della polis si aggira come in un cosmo di tutte le perfezioni: politiche, etiche, artistiche, sacrali. Si tratta di un progetto di massa materica incastonata nella natura. Costruita in soli cinque anni, dal 1459 al 1464, Pienza ruota intorno al Duomo, al palazzo Piccolomini, al Palazzo Pubblico e al Vescovado, tutti affacciati sulla splendida piazza impreziosita dal famoso pozzetto. Il palazzo papale di Pienza accoglie oggi pannelli esplicativi, manoscritti, riproduzioni di macchine da costruzione, modelli lignei di edifici. Il piano nobile espone arredi d’epoca, mobili, dipinti e numerosi documenti custoditi dalla famiglia Piccolomini fino al secolo XX. Ma l’aspetto più entusiasmante è dato dal contatto tra la bellezza classica degli edifici e la loro immersione nella vicina campagna, di cui costituiscono un superbo completamento. Simbolo di questo sensuale contatto sono il loggiato e i giardini pensili nel retro del palazzo papale, dai quali la vista plana sulle crete della bassa senese e sulle immense aperture della Val d’Orcia, fino al Monte Amiata e fino alla rocca di Radicofani.

Enea Silvio Piccolomini fu un talento del nostro Quattrocento neo-pagano. Grande ammiratore di Tacito, praticamente da lui riscoperto, e della Germania come snodo del genio nordico (viaggiò molto nell’Impero e fu segretario personale dell’Imperatore Federico III), Pio II volle realizzare una fusione di mondo italico-romano e mondo germanico proprio con il Duomo di Pienza: basato su una cripta etrusca, l’interno è una cattedrale gotica, mentre l’esterno è un monumento della Roma imperiale. Questo geniale disegno sintetico deriva dalla cultura di Enea Silvio, devota all’idea di Sacro Impero romano-germanico, intrisa di neo-platonismo e sapienza ermetica, e con in vista la rinascita della civiltà europea, in tutta la sua esuberante potenza di cultura superiore. E proprio all’Europa dedicò un suo trattato, tra i primissimi del genere.

Nell’umanesimo di Enea Silvio noi riconosciamo tutto il magnestismo del sogno filosofico quattrocentesco: il Piccolomini faceva parte di quella eccezionale scuola che fu il neo-platonismo. Nata fiorentina, questa rivoluzione conservatrice dilagò ben presto anche nell’Impero germanico, da Bessarione fino a Dürer. Amici del Piccolomini furono il Ficino, Filelfo, Poggio Bracciolini, l’Alberti, ma anche Niccolò Cusano e poi l’architetto Rossellino, che edificò le idee platoniche di Pio II. Lo stesso Piccolomini, uomo di erudizione enciclopedica, fu autore di moltissime opere: e si dice che Cristoforo Colombo portasse nelle sue navigazioni una copia della sua Cosmografia.

Ma l’Umanesimo fu uno sguardo al passato platonico e insieme uno sguardo al futuro dell’Idea. Lo slancio mistico ad abbracciare in un’unica concezione tanto le origini greche della nostra civiltà quanto le nuove scienze, unificando filosofia e matematica, architettura e astrologia, ci parla dello sforzo di concepire un sapere totale. Qualcosa che racchiudeva in sommo grado il concetto di ordine. Quest’antica tensione dorica, rinata con l’Umanesimo, fu un sapere alternativo allo scientismo puramente razionale, già in agguato. Per dire: l’astrologia rinascimentale metteva insieme con naturalezza lo studio dei segni celesti, l’analisi dello zodiaco, e la scienza dei numeri, ricercando le assonanze cosmiche esistenti tra l’universo e la posizione umana al suo interno.

Questa fisica antagonista – cui solo oggi si riconosce la validità di scienza positiva, ammettendo i guasti prodotti dalla mentalità positivista – era il nucleo centrale della concezione umanistica dell’uomo: un essere di perfezione (pensiamo al celebre uomo leonardesco inscritto entro il cerchio, esemplare di ogni proporzione) che all’armonia fisica, alla grazia organica di un corpo sacralizzato, faceva seguire l’armonia audace della mente; all’ideale filosofico faceva seguire la costruzione politica. Basata su una concezione di ordine geometrico del mondo, in base alla quale ogni cosa deve stare al suo posto. Era l’idea della purezza. Era il mito dell’incontaminata perfezione. Era insomma l’idea che la società è un organismo: cosmico, prima ancora che sociale, ma sempre politico. Di qui, come ben si capisce, si andava diritti verso l’idea che la gerarchia giusta e sacra non è un’imposizione dei violenti sui deboli, non è il sopruso che appare al plebeo d’anima, ma è la sanzione di un principio di dominio aristocratico del vero, così come appare a chiunque sia devoto alla vita: un semplice riflesso dell’ordinamento divino dell’universo. I più grandi e i migliori idealisti, i più conseguenti e i più ispirati rivoluzionari, infatti, non saranno quelli che vorranno rovesciare il mondo, ma quelli che lo vorranno tenere in piedi, santificandolo nelle sue eterne leggi di differenziazione: ad ognuno il suo.

Questa valutazione rinascimentale e neo-pagana della giustizia umana misurata sulle proporzioni dell’universo fu una filosofia politica nata sugli antichi, da Platone a Pitagora, da Zarathustra a Vitruvio, ma che aveva in mente l’eternità del bello e del proporzionato. Osservate la facciata del Duomo di Pienza, la disposizione degli spazi della piazza, le prospettive, i getti d’ombra sul selciato al mezzogiorno: si tratta di un microcosmo che ruota immobile davanti ai nostri occhi. È un trattato politico scolpito sul marmo. È una cattedrale di luce, un tempio solare, la versione quattrocentesca di Stonehenge, il riassunto di tutta la nostra civiltà indoeuropea, al suo massimo. Del resto, qui agisce il medesimo istinto creativo che fece pensare a Campanella la Città del Sole, il mito come destino: «Un giorno gli dèi che esercitano il loro dominio sulla terra saranno restaurati e installati in una città che sarà fondata in direzione del sole che tramonta…».

Questa restaurazione della perfezione pagana fu voluta da un papa che nulla seppe di dogmi schiavili, ma tutto intuì circa le profondità della cultura europea. Il marmo di Pienza reca i segni esteriori della religione cristiana. Ma esso parla un linguaggio ben più incisivo, se inserito nel disegno del Piccolomini di chiamare a raccolta in un magico assetto di spazi squadrati l’intero sapere d’Europa, mettendo al suo apice la concezione tipicamente romana della Fortuna. Della quale Enea Silvio era – cosa oltremodo sconveniente per un pontefice cristiano – devotissimo e sulla quale aveva anche scritto pagine erudite. Enea Silvio Piccolomini scelse il nome Pio non per caso, ma precisamente in omaggio al pius Aeneas di Virgilio: la sua devozione a Roma pagana non poteva essere maggiore. E Pienza è un documento col quale questo straordinario personaggio volle stimolare l’uomo europeo a vincere le circostanze negative della storia, per ripensare in grande il suo destino.

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