Per una economia fondata sul lavoro

Riccardo Torsoli

Lorenzo Bini Smaghi, membro del direttivo esecutivo della Bce, è stato lapidario in un suo intervento tenuto a Milano: «Non torneremo sui livelli economici precedenti alla crisi». E ha aggiunto «La crisi non riflette solo fattori ciclici ma anche fattori strutturali ciò spiega perché è così difficile riuscire a capire quanto intenso e duraturo sarà l’aggiustamento al ribasso dell’attività economica. Si ritiene che il rimbalzo ciclico difficilmente riporterà l’attività economica su un livello paragonabile a quello prima della crisi, semmai su un livello più basso. Ciò significa che a regime, dopo la stabilizzazione e il rimbalzo ciclico, il potenziale produttivo sarà probabilmente significativamente inferiore a quello precedente alla crisi… Il sistema finanziario stesso una volta finita la crisi tenderà ad avere una leva monetaria più ridotta, margini più contenuti e dunque minore occupazione rispetto ai cosiddetti anni d’oro… I margini nel settore immobiliare saranno probabilmente più bassi e così anche gli investimenti e l’occupazione. L’eccesso di offerta e di indebitamento del settore potrebbe richiedere svariati anni prima di essere assorbita… La crisi è stata causata dai pesanti squilibri accumulati negli anni più recenti a livello di partite correnti internazionali, di pressioni sulle risorse scarse del pianeta e di sviluppo eccessivo di alcuni settori, in particolare quello finanziario e quello immobiliare. Ne consegue che sarà possibile uscire dalla crisi e tornare su un sentiero di crescita sostenibile solo quando gli squilibri saranno riassorbiti».

00028625Queste parole del più illustre economista italiano, per di più voce autorevole della Bce sono estremamente importanti e delineano un futuro al quale le forze di governo, sociali e produttive del nostro paese dovrebbero immediatamente interrogarsi e pianificare una decisa azione per scongiurare un inasprimento della crisi economica e sociale anche dopo la fine della fase acuta della crisi globale. Innanzi tutto queste parole posano una pietra tombale sul fatto che questa situazione economica possa terminare anche nel 2010 e che si possa allegramente continuare a perseguire le politiche finanziarie, economiche e sociali fino ad oggi adottate dai paesi maggiormente industrializzati, ma sottolineano come i settori trainanti dell’occupazione negli ultimi anni come il settore finanziario e quello immobiliare siano destinati a ridursi fortemente e non potranno assolutamente riassorbire la disoccupazione che il ridimensionamento provoca, in poche parole, saremo tutti più poveri ma anche che la parabola del settore del terziario avanzato tanto in voga dalla fine degli anni ’80 in avanti è finita per sempre.

Occorre tornare ad impostare politiche economiche industriali nazionali. L’economia basata solo sui colletti bianchi è finita: bisogna tornare massicciamente sulle tute blu, si conclude l’epopea della società del lavoro basata solo sui venditori di prodotti finanziari strutturati o sui call centers, si deve tornare a parlare di chimica, di siderurgia, di energia, di tessile, di meccanica, di agricoltura, di vero manifatturiero italiano altrimenti non c’è futuro, ci sarà solo precarietà, disoccupazione, miseria. Si deve cominciare a distinguere il vero manufatto italiano da quello solo confezionato oppure da quello solo parzialmente prodotto o addirittura solo ideato in Italia e non cadere nelle moderne cassandre che vedono le misure protezionistiche adottate dai singoli stati come una riedizione moderna del vaso di pandora.

Negli Stati Uniti ormai si parla apertamente di protezionismo come soluzione per la vasta disoccupazione che sta dilaniando socialmente il paese. Al Congresso americano sono passate le protezioni al settore industriale dell’acciaio e del ferro che dovrà essere favorito rispetto a quello straniero nel programma di investimenti pubblici ordinato dal nuovo Presidente. Inoltre alla Fiat è stato consentito di stringere un accordo con Chrysler e così favorire del cospicuo aiuto concesso alla casa automobilistica americana da parte del tesoro solo al patto di condividere la tecnologia, di costruire le auto destinate al mercato interno in impianti statunitensi e, nel futuro, per arrivare ad una quota maggioritaria del capitale di Chrysler, e di rendere il finanziamento statale.

In Francia si concedono finanziamenti statali all’industria automobilistica solo a costo di favorire l’occupazione francese e sinceramente non ci trovo assolutamente niente di male, anzi è una dimostrazione di quanto uno Stato debba garantire un futuro ai propri lavoratori e non sacrificarli sull’altare della globalizzazione e del profitto.

Una rinnovata politica industriale italiana sostanzialmente supportata da finanziamenti pubblici non è la sola e necessaria azione che un governo nazionale debba intraprendere, occorre anche limitare fortemente l’immigrazione nel nostro paese che ha il solo scopo di creare una forza lavoro a basso costo e di spingere, quindi, i salari verso il basso e soprattutto destinare grandi risorse  alla ricerca scientifica e stimolare la domanda aggregata, vera regina nel prossimo futuro di una possibile crescita economica e sociale, grazie non solo a vasti programmi di investimenti pubblici per rinnovare ed ampliare la capacità produttiva interna, ma anche creando con legislazioni adeguate un argine invalicabile all’aumento indiscriminato dei prezzi sia alla produzione che al consumo che non siano generate da fenomeni esogeni come il rincaro delle materie prime a livello internazionale e riequilibrando la tassazione sul reddito da lavoro rispetto a quello derivante dalla rendita.

Abbiamo potuto assistere, nella tragedia del terremoto dell’Abruzzo, ad una risposta forte da parte di uno Stato forte, ad uno spirito fraterno ed ad una ennesima dimostrazione di quanto unito sia il nostro paese nei momenti difficili, anche nella crisi economica odierna è necessaria una risposta forte da parte di uno Stato forte occorre intervenire con risolutezza e rapidità perché ne va del futuro di tutti noi.

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