In ricordo di Giano Accame

Sandro Giovannini

Michele De Feudis

Lo scorso 15 aprile è deceduto Giano Accame. Nato a Stoccarda il 30 luglio del 1928, è stato giornalista e scrittore. Il 25.4.1945  si arruolò nella marina militare della Rsi. Dirigente del Msi, ne uscì ne 1968 dopo la spedizione almirantiana all’Università di Roma. È stato inviato speciale di vari quotidiani. E’ stato redattore di varie riviste, fra cui: Il Borghese, Il Fiorino, L’Italia settimanale e collaboratore di Il Sabato, Lo Stato, Pagine Libere, Letteratura-Tradizione, La Meta sociale, Area. Fu ricercatore per gli Annali dell’economia italiana (IPSOA).  Tra il 1988 e il 1991  ricoprì l’incarico di direttore del Secolo d’Italia e collaboratore di altri quotidiani, fra cui  Il Tempo, Lo Specchio, Vita. Fra i suoi libri: Socialismo Tricolore (Editoriale Nuova, Milano 1983); Il fascismo immenso e rosso (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1990); Ezra Pound economista (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1995); Il potere del denaro svuota le democrazie (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1998); Una storia della Repubblica. Dalla fine della monarchia a oggi (Rizzoli, Milano 2000); Dove va la destra?Dove va la sinistra?, interviste a Giano Accame e Costanzo Preve, a cura di Stefano Bonisegni (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004). Ha diretto la rivista on line Passare al bosco, fino al giorno della sua morte.

La redazione

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E’ facile dirsi che alla venuta meno di un uomo di valore, qualcuno – di altrettanto valore – debba, possa e riesca a seguirne il cammino in spirito di fedeltà e di ricerca.  Quando in un essere vengono a riunirsi qualità notevoli di forza di carattere, d’indipendenza critica, di curiosità studiosa, d’intelligenza investigante, d’equilibrio passionale e di una fedeltà generosa e gentile verso il patrimonio ideale creduto nella giovinezza, unita ad una rara capacità d’elaborazione del nuovo, è raro che, persino dopo l’immediata, naturale e partecipata commozione, che ci rende tutti ben consci del capitale di potenzialità inevitabilmente disperso, si possa convintamene sperare in una sequela efficace.  Per un uomo come Giano, questa era certamente una delle non ultime preoccupazioni, pur nella virile accettazione di una singolarità crismata da un “comprensivo” buon senso che è cosa distante mille miglia dal senso comune, e mediata dall’affetto sincero verso molti amici che lo stimavano e che lui ricambiava con quella signorilità affettuosa che costituiva non secondaria valenza del suo fascino.  Oggi il suo insegnamento, tradizione della socialità ed identitarismo comunitario, trova ancora difensori intelligenti e preparati, ma ancor più accerchiati da quel sempre rinnovato ed ormai dilagante malcostume che spaccia per necessario aggiornamento il vizio assurdo dell’opportunismo e dell’eterogenia dei fini.  Al di là dell’immediato, oltre la naturale elaborazione del lutto, a Giano dobbiamo una fedeltà nello spirito… quella che si porta a tutti i veri ricercatori ed a tutti i veri testimoni di un capitale ineguagliato di passioni non spente e di speranze non vane.  Con lo speciale dedicatogli sul 42 di Letteratura-Tradizione, solarmente promosso e diretto da Luca Gallesi, ove abbiamo raccolto innumerevoli testimonianze, teoriche e personali, abbiamo delineato un percorso vitale ricco e fruttuoso.  Ora il compito degli uomini di valore a lui più vicini è quello di continuare a testimoniare, con la sobrietà che gli era amica e con la costanza che gli era propria, un senso di rinnovata speranza a che questa nostra ferita ed amata Italia sia terra di riscossa e di riappropriazione.  Lo dobbiamo a Giano, assieme ai tanti Maestri, con i quali, da oggi, riposa.

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Giano Accame e gli studi poundiani

Michele De Feudis

Giano Accame non era solo uno storico raffinato, uno dei massimi studiosi di Ezra Pound e cantore della dimensione popolare e liturgica del «fascismo immenso e rosso». Lo scrittore e giornalista nato a Stoccarda ma cresciuto a Loano, scomparso ieri a Roma, era soprattutto uno jungeriano “testimone del tempo”, un leone coraggioso che aveva attraversato la storia del Novecento, dalla guerra civile dopo l’8 settembre alla Guerra dei sei giorni (seguita da reporter di guerra), dal sessantotto alla riforma presidenzialista avanzata con Randolfo Pacciardi fino alla nascita della destra di governo. Il filo rosso del suo viaggio nel mondo delle idee era l’amore per l’Italia, un sentimento patriottico vissuto con dignità e coerenza, fin dall’adesione alla Repubblica sociale italiana. «Sono stato balilla e avanguardista, ma non mi sentivo molto fascista fino all’otto settembre, quando ho visto il tradimento, la gente che si rallegrava per la sconfitta.
Ma non si può gioire per la sconfitta. (…) Da ragazzini noi amavamo la guerra e aspettavamo il momento di dimostrare il nostro valore».

Giornalista de Il Borghese, Il Fiorino, direttore del Secolo d’Italia dal 1989 al 1991, caratterizzò sempre la sua lettura dell’attualità per anticonformismo: dall’approccio libertario da destra al movimento studentesco del 1968 alla netta presa di distanze dalle culture delle estreme destre xenofobe. Firmò il 31 dicembre 1989 una memorabile prima pagina del Secolo che aveva una foto di Fini con in braccio un bambino di colore delle periferie romane e il titolo a nove colonne “Solidarietà”, scelta che spiegò nell’editoriale: «La destra si rifiuta di cadere nella trappola predisposta dalla pubblicistica faziosa e di maniera che le assegnava il ruolo di cavalcare il malumore razzista. (…) La bontà, la pietas, il dono latino dell’umanità, la capacità della compassione, sono tipiche qualità italiane degne sopra ogni altra cosa di essere preservate». Pur ritenendo «devastante» ogni abiura delle proprie radici, accolse con favore l’evoluzione della destra verso il Pdl, perchè offriva l’occasione di «ricostruire dai nostri buoni libri (Pound, Marinetti, Gentile, Schmitt, Spengler) una nuova/antica idea della Polis e d’un mercato posto al suo servizio». «Voleva recuperare il filone maggioritario e popolare della cultura modernizzatrice italiana» spiega lo scrittore Luciano Lanna. Ha curato libri pregevoli come Ezra Pound economista (Settimo Sigillo) e Una Storia della Repubblica (Bur). «La sua storia famigliare, dal suocero Carlo Delacroix al genero Peppe Dimitri – aggiunge Pietrangelo Buttafuoco – è intrisa di tutti i fuochi e le avventure romantiche del fascismo italiano». Amava la poesia di Robert Brasillach (genio francese fucilato dalla Resistenza) perchè esaltava le passioni volkish della giovinezza, sentimento civile che permette di guardare tutto con ottimismo. Come ha fatto Giano, da leone indomito, fino al suo ultimo respiro.

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Governare la decrescita senza drammi

Giano Accame

Dell’inquinamento finanziario che, proveniente dagli Stati Uniti, continua a gravare come pericolo di destabilizzazione sull’intero Pianeta, Passarealbosco si è già occupato (in particolare con Carlo Gambescia) e sarà prevedibilmente costretto a tornare a farlo. Perché il vero problema del dollaro virtuale, con cui continuiamo a pagare i costi delle liberazioni, non è ancora scoppiato. Ma oggi il tema è piuttosto quello della sua connessione con l’economia reale e con la recessione che si prevede destinata a durare nel 2009.
Una netta separazione tra economia finanziaria e reale è impossibile. Tuttavia i fenomeni e i relativi interventi sono almeno in parte diversi. I disastri verificatisi nel settore bancario e assicurativo in America e i vistosi crolli delle quotazioni azionarie sulle principali Borse mondiali hanno per ora provocato fenomeni più modesti di rallentamento nell’economia italiana e degli altri paesi europei. Non ha senso paragonare le attuali frenate dell’1,5 per cento del Pil con la Grande Depressione dei primi anni Trenta, quando i crolli nell’economia produttiva e nell’occupazione raggiunsero percentuali del 30 per cento. L’allarmismo che gran parte dei mezzi d’informazione sta alimentando è eccessivo; e ha ragione Silvio Berlusconi nell’invitare alla calma. Ha un po’ meno ragione nell’esortare ai consumi e alle spese natalizie come ricetta anticrisi. La dissipazione delle tredicesime non è un buon consiglio da dare ai milioni di famiglie che stentano ad arrivare alla fine del mese. Meglio esortare tutti (anche i ricchi) a una oculata gestione  delle risorse e alla tradizionale virtù del risparmio, come contributo individuale per affrontare i problemi che sorgono da una lieve frenata negli indici della produzione. Ma la vera soluzione a questi problemi va naturalmente posta su più vasta scala, in  politica, attrezzando l’intero sistema-Paese a convivere con la frenata e a gestirla, senza farne un dramma e anzi accettandola per gli aspetti virtuosi che può presentare.
Già da tempo è stato osservato che una crescita economica continua in un sistema non infinito, ma al contrario segnato da limiti, è una contraddizione della matematica. Ma è soprattutto un errore rispetto ai sempre più pressanti problemi di protezione ed equilibrio ambientale, tanto del genere umano e della vivibilità sulla Terra, quanto – e a maggior ragione, toccandoci più direttamente – per mantenere gli attuali livelli di diffuso benessere nei sistemi come il nostro socialmente avanzati. Sistemi che negli scorsi decenni ebbero il merito di assorbire nel ceto medio gran parte del proletariato; ma nei quali l’attuale modello di crescita non prospetta obiettivi  di miglioramente per tutti e al contrario sta generando nuove povertà accanto a sempre più minoritarie e squilibrate ricchezze.
La crisi sta quindi ponendo come nuovo obiettivo politico la gestione non solo sdrammatizzata, ma necessaria, di una moderata e ben controllata decrescita, come del resto è già stato lucidamente indicato in anni recenti da politologi, sociologi e economisti, che rappresentano la nuova avanguardia. Segnalo in proposito un recente libro dell’amico Alain de Benoist, Comunità e Decrescita. Critica della Ragion Mercantile, Arianna Editrice 2006 che a sua volta si richiama ad altri autori, da Serge Latouche a Edward Goldsmith, e filoni di pensiero in pieno sviluppo, anche se non hanno ancora raggiunto un’adeguata rappresentanza politica. Rappresentanza necessaria per far capire, tra l’altro, che le soste nello sviluppo economico non si curano con i manager tagliatori di teste di moda nell’economia americana, ma con una gestione dell’ormai raggiunta economia del benessere e dell’abbondanza che sappia realizzare anche, attraverso le imprese più attive e non finanziando i falliti, gli obiettivi equilibratori del lavorare un po’ meno ma tutti. Va in questa direzione la proposta di Angela Merkel, condivisa dalla Cisl e da Berlusconi, di una settimana corta con cui salvare posti di lavoro.

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