Il cinema italiano e i “gggiovani” d’oggi

Adriano Scianca

Facciamo un gioco: date una serie di pellicole trovare l’intruso. Tra i film che stanno approdando nelle sale in questi giorni troviamo: “RocknRolla” di Guy Ritchie, film d’azione ambientato nei dei bassifondi della Londra contemporanea, tra criminali, spacciatori e gentaglia varia; “Houdini – L’ultimo mago”, di Gillian Armstrong, dedicato alla misteriosa esistenza del celebre prestigiatore; “X-Men le origini: Wolverine”, di Gavin Hood, spin-off della celebre serie di fumetti e film ispirata alle vite di temibili mutanti alla ricerca di se stessi; “Che – Guerrilla”, di Steven Soderbergh, dedicata all’intramontabile figura del condottiero argentino; “Generazione 1000 Euro” di Massimo Venier. I protagonisti di quest’ultima pellicola sono giovani, frustrati, con mille attese e poche speranze: sono i ragazzi italiani intorno ai 30 anni a caccia di un posto nella vita. Si chiamano Matteo e Francesco (coinquilini), Beatrice (una nuova presenza nella loro vita) e Angelica (rampante manager in carriera). Trovate – fra i film presentati – la nota stonata. Semplice, pure troppo: che ci fanno le vite di quattro sfigati in mezzo a film che celebrano grandi personalità del passato, indagano ambienti border line, si buttano nella fantascienza più visionaria? E’ il cinema italiano, bellezza.

httpv://www.youtube.com/watch?v=HrGJze3Bx-8
(Massimo Venier, Generazione 100 euro, 2009)

In tutto il mondo sono i grandi temi, le grandi personalità, le grandi storie a spingere registi e produttori a realizzare poderose narrazioni cinematografiche, sfruttando la cinepresa per dar corpo a miti postmoderni. Certo, gli sceneggiatori spesso scrivono trame un tot al chilo, gli effetti speciali sono un buon alibi per registi incapaci e Hollywood rimane una vecchia Babilonia corrotta. Ma, almeno, un certo senso della grandezza, una certa vocazione mitopoietica rimane. In Italia, invece si fa cinema per parlare dei giovani. Anzi, dei “ggiovani” presi in giro da Nanni Moretti, che in “Ecce Bombo” fustigava «quelli sui treni che vogliono stare tra la ggente, bisogna conoscere ggente…poi si scopre che la ggente sono sempre i ggiovani… i ggiovani… evviva i ggiovani». A quel tempo, la critica prendeva di mira un certo giovanilismo esasperato di chi, cavalcando i cambiamenti generazionali più nella forma che nella sostanza, cercava di darsi un tono d’avanguardia scimmiottando le nuove mode e i nuovi gerghi. Oggi, invece, i giovani sono sulla bocca di tutti solo per poter essere compatiti. Ed ecco che nasce un nuovo genere, dedicato esclusivamente alle ansie di chi ha tra i 14 e i 35 anni (con una deroga per i 40enni, che, in fondo, son ragazzi anche loro…). Svariati i filoni: sempreverde quello sentimentale, in ascesa quello incentrato sul precariato, un po’ in calo quello di ambientazione scolastica.

A dieci anni di distanza da “L’ultimo bacio” di Muccino (vero “mito di fondazione”, in questo senso), le pellicole a base di trentenni frustrati non si contano più. Accanto al nuovo “Generazione mille euro”, non si può evitare di citare “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, “Santa Maradona” di Marco Ponti, “Fuga dal call center”, di Federico Rizzo, “Volevo solo dormirle addosso” di Eugenio Cappuccio e molti altri. Lo stesso Muccino, del resto, starebbe lavorando ad un sequel del suo film più famoso. E come sempre, ciò che si vorrebbe descrittivo diventa in realtà normativo. Pellicole che si vorrebbero lenti di ingrandimento sulla realtà diventano piuttosto creatrici della realtà stessa. Si impone così un modello che la “generazione X” è portata a trasportare dallo schermo alla realtà. E’ il modello del giovane ansioso, brillante ma frustrato, con una sensibilità sentimentale da giovane Werther, incapace di far chiarezza sul proprio presente e sul proprio futuro, di prendere una benché minima decisione. La stessa questione del precariato, per quanto in effetti fonte di preoccupazione reale per migliaia di giovani, viene trattata in questi film con un non so che di pietistico, di compassionevole, con una denuncia che sembra tanto apologia mascherata. Non si indicano strade e modelli alternativi ma si indugia all’infinito sul solito stereotipo del giovane colto e sensibile bistrattato da una società cinica e spietata. Ai ragazzi assetati di senso, di vitalità, di soluzioni si donano invece pacche sulle spalle e sentimentalismo facile. C’è chi parla di “sindrome di Peter Pan cinematografica” ma si sbaglia. Peter Pan incarna l’eterna giovinezza, lo spirito indomito e idealista di chi sente di avere 17 anni per tutta la vita. I ragazzi immortalati nelle pellicole oggi di moda hanno invece eternamente 30 anni. Sono fermi, cioè, al momento dell’assunzione di responsabilità, momento che li spaventa. Da qui la fuga, i dubbi, le ansie, la paranoia, il parlarsi addosso e le autoassoluzioni.

Il che, tra le altre cose, ha un effetto deleterio anche sul cinema stesso. «Siamo – spiega il giovane critico Cristiano Marafon – negli anni delle fiction. Preti, poliziotti, famiglie simpatiche. Si ride e si litiga, ma alla fine ci si vuole tutti bene. Pubblico e mercato (ed è inutile discorrere su chi influenza chi) nuotano sorridenti in una boccetta di Valium. I grandi attori di ieri, restano lontani dalle scene o si sono auto-esiliati in teatro, e i grandi registi di ieri restano anonimamente in tv, perchè “questo passa la casa”. E il cinema? […] Completamente inglobato dal mondo della fiction televisiva, tanto che si può parlare a ragione di fiction cinematografica. Poi, come è noto, il sonno della ragione genera Ozpetek: così nei multisala sono noia e moralismi a trionfare. Adolescenti innamorati e trentenni in crisi, una gioventù molliccia e piagnona, borghesotta e tronfia, alle prese con un quotidiano tanto scialbo quanto patinato, dove ogni timida denuncia non esce mai dal seminato del politicamente corretto. Guardiamoci in faccia, sono anni che nessuno tira più un pugno, e nessuna indossa più i tacchi».

Un bel passo indietro rispetto agli anni migliori del nostro cinema, quelli in cui, continua Marafon, «c’erano Federico Fellini e Sergio Leone. C’era Michelangelo Antonioni. Ma anche Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Sergio Martino. E in mezzo ti capitava magari un Nico D’Alessandria, o un Tinto Brass in forma. Erano gli anni Sessanta e Settanta, e c’erano platee e botteghini. C’era un pubblico, e, difficile a credersi, lo stesso pubblico che si emozionava davanti a Marcello Mastroianni, faceva lo stesso con Maurizio Merli. Diversamente reagiva la critica (ma, francamente, a chi serve la critica?), e il perbenismo della censura, al solito, colpiva tutti».

httpv://www.youtube.com/watch?v=jD45TQIfcoo
(Federico Fellini, I vitelloni, 1953)

E anche quando ci si cimentava con le problematiche giovanili, del resto, lo sguardo appariva comunque meno compiaciuto, meno complice, mento untuoso. Ne “I vitelloni” di Fellini, ma anche nelle successive pellicole di Verdone, ad esempio, sono già presenti i “bamboccioni” di oggi. E, nel caso del regista romano, c’è già tutta una dimensione ansiogena e di smarrimento esistenziale. Su tutto, però, domina una leggerezza superiore, un’ironia sovrana, uno “sguardo da lontano” sconosciuto agli odierni registi trentenni che dirigono film per i loro coetanei. Persino negli isterismi di un Nanni Moretti il narcisismo e l’autoreferenzialità assumono comunque una loro grandezza rispetto alle tristi pellicole sui call center oggi di moda. In tutti questi casi, alla base di ogni film c’è comunque la volontà di fare buon cinema, non quella di “dare uno spaccato delle ansie delle nuove generazioni”, spaccato in cui il cinema diventa quasi un pretesto. L’importante, oggi, è parlare di “ggiovani”. Evviva i ggiovani.

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