Guareschi, Ferrazzoli e (non solo) Don Camillo

Susanna Dolci

intervista Marco Ferrazzoli

Dunque facciamo il computo: il prossimo primo maggio saranno i suoi 101 anni dalla nascita (1908) + 41 dalla morte (1968) = disegnatore, umorista, giornalista, scrittore. Moltiplicato per “Bertoldo”, “Candido”, “Borghese”, “La Notte”, “Oggi” e, tra i numerosi libri, “Il destino si chiama Clotilde” (1942), “Diario Clandestino” (1946), “Lo Zibaldino” (1948), “Mondo piccolo: Don Camillo” (1948). Dividiamo la sua bravura anche con i furono Fernandel e Gino Cervi e tiriamo le somme. No anzi, per carità, ancora no la riga del totale. I conti tornano solo se aggiungiamo la penna di Marco Ferrazzoli [nella foto sotto] che nel 2001 ed a fine 2008 ha editato due libri su di Lui. Giornalista professionista e capo ufficio stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Ferrazzoli ha al suo attivo una mole di pagine scritte, quasi avesse un po’ preso il vizio del nostro di cui stiamo scrivendo… Giovannino Guareschi. O meglio per dirla con il titolo dell’ultimo volume ferrazzoliano, alla sua seconda edizione, Non solo Don Camillo. L’intellettuale civile Giovannino Guareschi (L’Uomo Libero Onlus, www.luomolibero.it). Guareschi va sempre rispettato, amato e ricordato ad ogni e da ciascuna generazione. Guareschi va ammirato per la sua azione indipendente e scevra da legami politici, partitici e legata “solo” a quelle dignità, forza d’animo ed eticità che sempre lo hanno contraddistinto. La sua scrittura è stata adamantina e franca. Di quella lucida schiettezza intellettuale di chi è andato all’inferno e tornato dopo aver obliterato con il sangue, le lacrime, la disperazione lacerante i documenti di viaggio. Di chi, però ed anche, ha imparato ad usare il bisturi dell’ironia per rimuovere la purulenza delle nefandezze della guerra, della politica, della religione al pari della laicità. Al duro prezzo, certamente, dell’agognata verità. Meglio: Libertà. «No, niente appello: per rimanere liberi bisogna a un bel momento prendere senza esitare la via della prigione», scriveva Guareschi. Alzi la mano se c’è ancora qualcuno disposto a fare ciò! Se tuttora c’è, lo premierò personalmente con il migliore dei lauri… riconoscendogli ciò che gli è di spettanza, foss’anche un niente di nullo valore. Perché è stato il niente il dovuto a Guareschi. Ma Egli ne fece, pur sempre, il preferibile ed inappuntabile dei patrimoni… E lontane echeggiano quelle parole di piombo di chi fu al suo pari integro, Ezra Pound: «Il tesoro d’una nazione è la sua onestà»… O, almeno,  dovrebbe… Anche per ogni singolo: dovrebbe… Ma dipende sempre dai quei benedetti/maledetti punti di vista…. Lascio qui la parola a Marco Ferrazzoli, catturato da Il Fondo tra una presentazione e l’altra del suo volume, e ringraziato sentitamente per la sua pronta disponibilità.

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Quanti libri hai scritto su Giovannino Guareschi? E perché la passione per questo pazzo ed eccezionale scrittore ed uomo?

Due: Guareschi. L’eretico della risata, edito da Costantino Marco nel 2001, e Non solo Don Camillo, uscito a fine 2008 per l’Uomo Libero. Più ovviamente una quantità di articoli, relazioni, etc. La passione come lettore è nata da bambino, quella come saggista da adulto, quando già lavoravo come giornalista.

Ci puoi parlare de “L’Uomo Libero”?

Nata come sodalizio culturale, l’Associazione “l’Uomo Libero” ha esteso le sue attività alle iniziative umanitarie che, con il trascorrere degli anni, si sono moltiplicate: Romania, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Lituania, ex-Jugoslavia. In Serbia ha ricostruito l’ospedale di neurologia infantile di Belgrado, danneggiato dai bombardamenti Nato. E poi Bolivia, Cile, Ecuador e Tibet, con la realizzazione di un Centro per l’infanzia a Bhandhara. L’associazione si è impegnata nella premiazione del Dalai Lama al Premio Internazionale di Solidarietà Alpina nel 2001. Negli ultimi anni l’associazione è assorbita dal progetto “Evita” in favore della popolazione argentina e alla Birmania e al popolo Karen. Nella Birmania Orientale è in corso una sanguinosa guerra contro i Karen e l’Uomo Libero ha lanciato il progetto agricolo “Terra e Identità”, al quale vanno anche i ricavati del libro.

Dubbio amletico: Guareschi è di destra, sinistra, centro? È l’uomo della im-possibile unificazione tra cattolici e comunisti? O ‘è’ unico e basta?

È impossibile o almeno intellettualmente ‘omertoso’ pensare a un Guareschi che non sia di destra, anzi che non sia considerato come uno degli scrittori più emblematici di quest’area politico-culturale. Il Guareschi ‘apolitico’, magari addirittura ‘catto-comunista’, anticipatore del compromesso storico, è una deformazione grottesca, spesso propalata in malafede dai suoi avversari e critici ma talvolta, il che è forse peggio, sostenuta dai suoi amici nell’intento di difenderlo. Purtroppo l’equivoco è stato tanto diffuso che ancora oggi si fatica a sradicarlo. L’Espresso e Carlo Fruttero definiscono Giovannino come l’inventore del <primo inciucio> e <la raffigurazione dell’inciucio permanente, del consociativismo, del patteggiamento perpetuo>. Mario Missiroli come il profeta del <compromesso storico>, Enzo Biagi parla di <compromesso, se non storico, narrativo>. Per Giovanni Mosca, Baldassarre Molossi e Alberto Giovannini, GG anticipa <la repubblica conciliare>, <il dialogo tra cattolici e comunisti> e <le folli speranze di chi vorrebbe vedere comunisti e cattolici andare d’accordo>. Il mio saggio vuol confutare tale tesi ed essere una biografia politica e intellettuale che poggi prima di tutto su quanto Guareschi diceva e diceva di se stesso. Ad esempio, cito la frase che lui chiese autoironicamente come epitaffio: <Postero diletto, quando vedrai sulla terra che coprirà lo chassis di tuo padre il marmo recante inciso “Fu un uomo probo” cancella e scrivi: “Fu un reazionario”>. Dunque, Guareschi è un ‘reazionario confesso’. La medesima qualifica, del resto, compare anche nella “carta d’identità” del suo giornale, quello tra i tanti dove scrisse che politicamente lo identifica meglio: <Candido è reazionario>. Nella presentazione del suo settimanale poi compare un’altra espressione senza possibilità di fraintendimenti: <Qualcuno si ostinerà a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse, il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile. Può, quindi, essere letto tranquillamente anche da chi è orientato a sinistra… essendo privo di ogni mimetizzazione>. Dunque Guareschi è anche “di destra”, nel senso che lui stesso dichiara con un’articolata auto-presentazione: <Monarchico in una repubblica; di destra in un Paese che cammina, decisamente, inflessibilmente, verso sinistra; sostenitore dell’iniziativa privata in tempi di statalismo; assertore dell’unità in tempi di regionalismo; assertore di italianità in tempi di antinazionalismo; cattolico intransigente in tempi di democristianismo>.

Allora quale la grande importanza di Guareschi nella storia del XX secolo?

Indro Montanelli fu lapidario: «La storia del XX secolo la si può fare senza chiunque altro ma non senza Guareschi». Io lo confermo, evidenziando che Guareschi non solo fu un grande scrittore, giornalista, disegnatore e umorista, ma soprattutto un grande intellettuale e personaggio italiano. È un autore centrale della nostra letteratura, un giornalista politico fondamentale e un raro esempio di coerenza umana e intellettuale. Non esagero, anche solo ricordando gli episodi più importanti della vita e dell’opera di questo scrittore. Già nella prima metà del ‘900 Giovannino è un celebre giornalista del Bertoldo. Nel 1943 viene deportato nei lager nazisti, divenendo una figura di spicco della “resistenza bianca”. Al rientro fonda e dirige il Candido, il maggior settimanale politico-satirico del dopoguerra. Nel ’46 sostiene la monarchia al referendum istituzionale. Fornisce un contributo essenziale alla vittoria democristiana nelle elezioni del 1948 con i famosi manifesti «Nell’urna Dio ti vede, Stalin no» e «Mamma votagli contro anche per me». Diviene un importante opinion-leader, uno dei più feroci fustigatori del partitismo e il principale polemista anti-comunista. Nel ’53 finisce in carcere per diffamazione di Einaudi e De Gasperi. Già questa sommaria lettura della sua biografia dimostra come sia stato uno dei più importanti intellettuali civili italiani del ‘900. Naturalmente, ci sono anche i libri del Mondo piccolo e molti altri: venduti e tradotti in milioni di copie, hanno ispirato film ancor oggi di grande audience. Ma, forse, a questo successo si deve un paradossale fraintendimento: l’edulcorazione dell’importanza storica e culturale di Guareschi e la sottovalutazione della sua statura morale. Ecco perché ho voluto intitolare il mio saggio ‘Non solo Don Camillo’

guareschi1_fondo-magazineIl 2008 è stato un anno importante per Guareschi. Il centenario della nascita ed il quarantennale della morte. Come sono state le celebrazioni?

Il tempo sta rendendo giustizia a Giovannino Guareschi con lenta parsimonia. Tra il 2008 e l’inizio del 2009, in occasione dei 100 anni dalla nascita, si sono visti Don Camillo e Peppone sulle copertine de il Venerdì di Repubblica, articoli che esaltano i 20 milioni di libri <venduti in tutto il mondo>, molte iniziative sulla piazza emiliana e nazionale, inclusi convegni all’Università che hanno un po’ il sapore della riabilitazione accademica. In quest’anno guareschiano, tra serate conviviali, itinerari culturali, fluviali ed eno-gastronomici, il profluvio saggistico è stato davvero una doverosa nemesi rispetto alla prolungata omertà. Certo, anche in questo frangente ad esaltarlo è stata soprattutto la critica moderata, conservatrice, non di sinistra, ma si sono tenute anche iniziative più filologiche. Inclusa quella sul film La rabbia che ha visto il famoso episodio della cosiddetta <censura> della parte firmata da Guareschi ad opera di Giuseppe Bertolucci, il regista che ha detto: <Guareschi è un autore che ha avuto i suoi meriti. Ma il suo testo in La rabbia è insostenibile, addirittura razzista. Gli abbiamo fatto un piacere a non recuperarlo>.

«Non muoio neanche se mi ammazzano». Questa è una delle frasi celebri di Guareschi.

L’otto settembre del 1943 Guareschi decide, insieme agli altri ufficiali, di finire nei lager pur di restare fedele alla parola data come <soldato del Regio Esercito>. Il calvario dello scrittore e dei suoi compagni si protrae dal settembre 1943 all’aprile del ’45, passando per sette campi di concentramento di Germania e Polonia. Giovannino giunge a un soffio dalla fine per debilitazione, crolla da ottanta chili a quarantasei ma trova la forza necessaria per tornare vivo. Come aveva promesso. <Non muoio neanche se mi ammazzano> è la frase che ripete, come tu osservi, ai compagni di detenzione per rincuorarli. Per loro organizza iniziative come Radio Caterina, Radio B90, la “Regia università di Sandbostel” e i giornali parlati, nella convinzione che tenere alto il morale sia la prima condizione affinché il corpo non ceda. Oreste Del Buono ricordò il collega e compagno di lager così: <Qualcuno ogni tanto mi scrive per lamentarsi che ci si è dimenticati presto di noi, né carne, né pesce, né resistenti né repubblichini, insomma, solo semplici prigionieri in normali, burocratici campi di prigionia… Ma lamentarsi non è giusto, dato che siamo stati immortalati da Giovanni Guareschi>.

Guareschi è stato inserito nella corrente storiografica del “revisionismo”. Secondo me è stato “semplicemente” un uomo che ha vissuto tutto quello che si poteva ed è riuscito a scriverne in uno stile superbamente umile, lucidamente emotivo… Per te?

Possiamo senz’altro inserire Guareschi nella corrente storiografica del “revisionismo”. Come affermò sempre Montanelli, era <un precursore di De Felice>, con la sola differenza che <purtroppo De Felice è illeggibile, al contrario di Guareschi>. Il revisionismo guareschiano ha però, su questo hai ragione, una ricaduta letteraria di indubbia poeticità. Pensiamo al racconto <Vendetta>, in cui un anziano maestro si trova davanti al compito zeppo di errori del figlio di uno degli assassini del suo unico figlio Mario, andato partigiano e ucciso in guerra: indeciso sul voto tra <due, tre, o tre e mezzo>, è <la voce di Mario> a suggerirgli il sei. Come osserva Gianfranco Venè, nel Mondo piccolo <la resistenza ha la stessa funzione del passato o della Grande guerra: è un punto di riferimento, non un richiamo politico>. Sul piano politico, possiamo dire con Roberto Chiarini che era un <campione della destra post-fascista>, per quanto sia forse ancor più corretta la qualifica di “a-fascista”. Lo dimostrerà con il Candido, nell’immediato dopoguerra, decidendo di stare con i pochi che <si sono rifiutati, caduto il fascismo, di infilare la strada più facile, quella dell’assoggettamento a un nuovo padrone>. Gli italiani, constata con amarezza, si illudono: <E’ degradante ma comodo: domani, se le cose vanno male, si impiccano o si allontanano i capi, e la massa rimane pura, senza peccato>. Il riferimento a piazzale Loreto torna esplicito in un altro commento del settimanale: <A noi reduci il grido che ricorda la tragica piazza suona come una crudeltà>. Lo stesso atteggiamento porta Candido a battersi contro le <epurazioni>, <la commissione senatoriale per la “repressione delle attività fasciste”> e la legge che vieta la ricostituzione del <disciolto Pnf>: <In un Paese dove è permessa la esaltazione di esponenti, princìpi, fatti o metodi propri del comunismo, il Governo dovrebbe avere il buon gusto di non far ridere i polli>. Chiarini osserva che Guareschi passa da un <antifascismo debole> ad una posizione di <anti-antifascismo forte>.

Ancora sulle perle di Guareschi. Puoi citarci alcuni suoi pensieri o frasi folgoranti? Ti aiuto, iniziando io: «Eterno Pericolo (20 gennaio 1944): Racconti di guerra: Russia, Croazia, Albania, Montenegro, Africa, cielo, mare. Qui si vivono mille vite, la guerra si moltiplica in mille episodi, e non è più una parola, ma un concetto di spaventosa, terrificante evidenza. Anche per chi non l’ha vissuta. Ma domani la storia diventerà letteratura, e si faranno recensioni ai libri, non alla guerra. E si dirà – come per Remarque -: “Che bel libro!”. E nessuno dirà: “Che orrore di guerra!”».

Vado a caso: <per quanto riguarda il cervello sono un evasore alla legge sugli ammassi>, <sono un piccolo borghese della Cristianità>. Al Corriere emiliano, nella cronaca del discorso tenuto da un ras, scrive che persino i degenti del locale manicomio avevano applaudito. Sulla Gazzetta dell’Emilia titola un articolo su una vedova morta vicino alla lapide del marito: <Tanto va la gatta al lardo…>. Ricordando <le famose fotografie raffiguranti il Capo del Governo che, a dorso nudo, gettava covoni di grano dentro le fauci di una macchina trebbiatrice>, dice che i leader <dell’odierna Italia democratica posseggono, per lo più, toraci da “riformato”>. Tra le frasi serie, invece: <La sofferenza è un acido che avvelena i muscoli e le ossa ma ripulisce l’anima>, scrive nel Grande diario. E nel lager usa un’espressione straordinaria: <Il mio volto possiede finalmente delle ombre>. In carcere, dieci anni dopo, terrà lo stesso atteggiamento: <E’ necessario che io, anche stavolta, mi disintossichi completamente e faccia scomparire il grasso che si è accumulato nel mio cervello>. E ripete: <I giorni della sofferenza non sono giorni persi>.

Ci vuoi parlare di lui e Giorgio Pisanò?

Guareschi incontra Pisanò – ex combattente della Rsi, parlamentare del Msi, fascista dichiarato ma giornalista e storico apprezzato – il quale, rilevata la testata del Candido, chiede al suo fondatore ed ex direttore di farla rivivere insieme. La proposta, racconta Pisanò, viene accettata da Guareschi con <una decisione rapida, presa in dieci minuti di colloquio>, maturata su istanza di lettori e ammiratori: <La domenica mi tocca chiudermi in casa. Se mi affaccio al ristorante, che nei giorni festivi è sempre affollato, vengo aggredito da tanta brava gente che mi dice: “E lei che cosa fa qui? Mangia tortellini è vero? Ma non vede che cosa sta succedendo? Comodo starsene rintanati in campagna: si muova, scriva, faccia qualcosa”>. Il tutto avviene però <esattamente sessanta giorni prima di morire> e la improvvisa e precoce scomparsa di Guareschi, a soli 60 anni, manda a monte il progetto comune: Pisanò, com’è noto, condurrà il Candido da solo.

Concludendo: a chi consiglieresti la lettura di Guareschi? Ed ha senso leggere ancora Guareschi in questo secolo di nullità e deserto canceroso?

Lo consiglierei a tutti, soprattutto perché viviamo in un’epoca culturale in cui, in effetti, non sembrano abbondare i giganti.

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