Goffredo Coppola. L’intellettuale militante

Luca Leonello Rimbotti

Parallela a quella dell’Imperatore Federico, che si diceva attendesse nel Kyffhäuser il momento per tornare in vita e fondare un Reich millenario, nel Medioevo circolava la leggenda dell’Augusto addormentato. Giacente sotto la Torre delle Milizie, nei mercati traianei, il Cesare fondatore dell’antico Impero si sarebbe ridestato solo quando Roma fosse di nuovo risorta alla sua grandezza, incarnandosi nella figura dominatrice di un nuovo Condottiero, artefice di un secondo Impero romano. Questa leggenda, tipica dell’immaginario popolare europeo legato alle sacre epifanie di potenza, venne rievocata da Goffredo Coppola in un articolo apparso su “Il Popolo d’Italia” il 23 settembre 1937. Cioè esattamente nel giorno in cui cadeva il bimillenario della nascita di Cesare Augusto.

Festività grandiosamente solennizzata dal Fascismo con una mostra memorabile, in quei giorni la fausta ricorrenza apparve a molti particolarmente provvidenziale, avendosi da poco più di un anno celebrato per l’appunto il ritorno dell’Impero sui “colli fatali” di Roma. E per volontà di un Capo politico indicato quale nuova, evidentissima apparizione cesarea. L’articolo di Coppola non faceva che rinforzare con richiami colti una vulgata tenacemente propugnata dal Regime, ma che ebbe vasta risonanza anche nella fantasia popolare: davvero Mussolini, già elogiato come statista geniale da tante personalità mondiali, appariva una tempra di romano antico. Davvero quella sua eccezionale volontà politica, e persino quei tratti del volto così scolpiti, sembravano direttamente attinti dai Cesari. E davvero sembrò per un attimo che l’Italia si stesse avviando verso un destino di civiltà e di gloria non dissimile da quello dell’Urbe classica.

Goffredo Coppola, negli anni Trenta ancora giovane ma già illustre filologo e studioso di papiri, grecista di fama, latinista versato all’alta divulgazione, fu uno degli artefici della saldatura ideologica tra il Fascismo e la Romanità. Dalle colonne del “Popolo d’Italia”, del “Corriere della Sera” o di “Gerarchia”, egli elaborò l’identificazione tra la Roma antica e quella moderna con la forza di un valore assoluto. Ne fece l’asse portante della sua totale adesione al Fascismo, di cui rappresentò uno dei più prestigiosi esempi di intellettuale militante. Al contrario dei tanti che, svezzati da Bottai, stipendiati coi fondi del Regime, incoraggiatati dal Duce, alla prova dei fatti balzarono agilmente sul carro del nemico vittorioso, Coppola tenne duro fino in fondo, aderì alla RSI e venne fucilato a Dongo, trovandosi anzi primo sulla lista partigiana dei fascisti da eliminare sui due piedi. Del resto, ricordiamo di passata che Coppola non fu in questo un caso isolato, dato che alla RSI aderirono svariati intellettuali di prima grandezza. Non le mezze calzette resistenziali, oggi meritatamente dimenticate (chi si ricorda più di Vittorini, di Bontempelli, di Pintor?), ma personaggi che hanno segnato in modo indelebile la cultura del Novecento: Marinetti, Soffici, Pound, Gentile, Pericle Ducati possono bastare.

Per lunghi decenni trascurato dalla storiografia, da due-tre anni Coppola si trova al centro di un interesse singolare. Segnaliamo una biografia, Il Rettore della RSI. Goffredo Coppola tra filologia e ideologia di Federico Cinti (Clueb), che esamina passo passo il percorso di un uomo che, anno dopo anno, intensificò la sua immedesimazione nel Fascismo, facendo infine collimare la sua preparazione culturale con l’impegno ideologico, così da rendere indistinguibile lo sforzo divulgativo da quello dello studio, dell’insegnamento universitario e del lavoro scientifico. Cinti riconosce a Coppola onestà umana e intellettuale. Impossibile, del resto, non verificare che Coppola ebbe una concezione quasi sacerdotale dell’impegno politico. Ai suoi ideali sacrificò tutto il suo tempo, negandosi persino una vita privata, e alla fine per essi morì. La cultura, e specie quella classica, era per lui il terreno sul quale verificare il diritto storico del Fascismo, misurando ogni decisione di Mussolini sulle tracce degli antichi. Fu certo il massimo e più convinto esegeta delle mistica augustea quale basamento culturale del Fascismo.

coppola_fondo-magazineNon gli si perdona, però – e non potrebbe essere altrimenti un certo suo oltranzismo a proposito della polemica razziale. È il grande scoglio, su cui rovinano anche le migliori intenzioni. Come sappiamo, il “politicamente corretto” esige oggi più che mai un pesante tributo di ossequi, ed è forse per questo che, ad ogni frase citata estrapolando tra gli scritti di Coppola a partire dal 1938, Cinti disciplinatamente fa seguire il suo inessenziale commento di esecrazione. Di modo che, oltre che sulle opinioni del biografato, il lettore viene ad ogni rigo informato su quelle del biografo. Quasi un mantra riparatorio. Un modo di fare storiografia? Diremmo piuttosto un modo per placare spiriti evidentemente avvertiti come inquieti. Un solo esempio. In un articolo del settembre 1938 su “Il Popolo d’Italia”, Coppola, parlando della Bibbia, notava l’evidenza che non si tratta solo di un testo di edificazione devozionale, ma anche di cruentissime storie di violenza. E citava gli omicidi compiuti dai vari David, Assalonne, Salomone. Commento di Cinti: «il cristianesimo non esisterebbe senza le Sacre Scritture e senza cristianesimo non esisterebbe la bimillenaria cultura dell’Occidente che tanto stava a cuore a Coppola». Osservazione fuori luogo. Basti dire che a Coppola non stava per nulla a cuore una generica “cultura occidentale”, bensì proprio quella romana, quella non bi- ma trimillenaria e pagana, nata ben prima del cristianesimo ed estranea all’ebraismo. Questo per dire che l’urgenza psicologica di doversi dissociare dall’oggetto delle proprie ricerche gioca spesso brutti scherzi ai ricercatori. È un po’ ciò che accade anche a Andrea Jelardi, autore di un modesto Goffredo Coppola. Un intellettuale del fascismo fucilato a Dongo (Mursia) e soprattutto al noto classicista marxista Luciano Canfora, che nel suo ponderoso libro su Il papiro di Dongo (Adelphi) indaga sulla singolare vicenda di un importante papiro scoperto negli anni Trenta in Egitto da studiosi italiani, con intreccio di spie, ambizioni di studiosi, lotte invereconde tra accademici. Il tutto, condito dal servilismo verso il Fascismo, e poi dal servilismo verso l’antifascismo. Una storia italiana. Da questo sottobosco di parassiti del potere, fatto di antichisti, filologi, papirologi oscuri al grande pubblico, emerge la figura di Coppola, come dell’unico che abbia oggi spessore storico, molto al di là delle dimenticate dispute tra eruditi frustrati. Canfora ripercorre l’impegno di studioso e quello politico di Coppola, mette in rilievo le sue relazioni tedesche, la sua amicizia con Giorgio Pini, e ovviamente agita la frusta quando tocca parlare del suo antisemitismo. Tuttavia, ancora una volta, a Coppola viene riconosciuta almeno la coerenza: «Coppola fu, proprio dal 1938, tra i più coerenti interpreti di tale orientamento radicale e radicalmente simbiotico col nazionalsocialismo…Il suo impegno sarà da quel momento in avanti martellante ed organico nei confronti della componente preponderante dell’Asse. E sarà un impegno totalizzante».

Poi, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, sono uscite due edizioni de La politica religiosa di Giuliano l’Apostata (Edizioni di Ar, Edizioni di Pagina), un articolo che Coppola scrisse nel 1930 sulla rivista “Civiltà moderna”. Si tratta di un breve lavoro, in cui Coppola getta le basi della sua ideologia romanistica, innervata dal sotteso paragone tra Roma antica e modernità fascista. La figura di Giuliano Imperatore, in questo contesto, ombreggia in più di un punto l’opera del Fascismo. Il rafforzamento dello Stato, il ristabilimento dell’ordine, il riformismo amministrativo e finanziario, il raddrizzamento della gerarchia politica, la lotta all’eversione cristiana, la restaurazione del paganesimo, il rilancio del mito, le opere di assistenza sociale, le campagne militari di riordino delle province: questi furono gli interventi con cui Giuliano tentò di frenare la crisi dell’Impero, rinsanguandone le fondamenta attraverso una vera rivoluzione conservatrice. Ma forse l’aspetto che più attirò l’attenzione di Coppola fu il disegno di Giuliano di erigere uno Stato nuovo, in grado di plasmare uomini nuovi animati da una concezione etica del mondo, così da diventare, scriveva, dei «militi della nuova fede pagana». Per questo si creavano gli «asili di religione pagana nei quali si dovrebbe educare lo spirito a principi etici severi». Una specie di “Stato etico” e di “mistica fascista”, insomma.

Non per caso, infatti, la curatrice dell’edizione di Pagina, Arcangela Tedeschi, sottolinea che Coppola rappresentò Giuliano «non come un reazionario, ma, se mai, come il riorganizzatore in senso totalitario di uno Stato alla deriva». Ciò che permette di «cogliere, da parte dell’Autore, un riferimento abbastanza esplicito alla situazione italiana del primo dopoguerra». Il senso rivoluzionario della politica di Giuliano veniva colto da Coppola nel disegno di dar vita a una sintesi di cristianesimo e paganesimo, senza pretendere di restaurare culti ormai tramontati, ma creandone di nuovi. E affidando un ruolo guida all’ordine dei sacerdoti pagani. Questi dovevano rappresentare un rango titolato all’insegnamento secondo i principi dello Stato: un editto di Giuliano del 362 riservava proprio allo Stato la nomina degli insegnanti superiori, in modo da garantire l’affidabilità politica e la continuità tradizionale delle nuove generazioni, sottratte così alla sovversiva predicazione cristiana. Un ombreggiamento della riforma Gentile? C’è chi lo sostiene. In ogni caso, di Giuliano Coppola ammirò l’intransigenza, la fedeltà agli ideali, la serietà dei proponimenti, l’estrema coerenza con cui andò incontro al proprio destino. Erano questi i mores, i costumi e lo stile di vita della Romanità arcaica, che Giuliano tentò invano di accreditare di nuovo, nel bel mezzo dello sfacelo della sua epoca. Non diversamente, Coppola stesso, nel tracollo del suo mondo ideologico, andò lucidamente nella direzione indicata dai suoi convincimenti, non barattando la propria dignità per una via di scampo e poi magari di volgare riciclaggio. Si può ben dire che morì da romano. Accadde a lui, in fondo, ciò che accadde a Giuliano Imperatore. Dopo la loro morte, gli ideali per cui avevano speso la vita e impegnato ogni loro energia vennero ricoperti di infamia da un’orgia di rinnegamenti.

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