Giappone. Viaggio di sola andata?

Mario Grossi

Tutti a bordo: si parte

8_kendo_fondo-magazineNon ero mai stato in Giappone prima di questo breve viaggio fai da te tra Tokyo e Kyoto. Nella mia vita, a parte quello che ho letto sui libri e sui giornali e quello che si può vedere in TV ed ascoltare da chi ci è stato, i miei unici collegamenti col Giappone sono due: Endo e Franz.

JunJi Endo è stato per alcuni anni il mio maestro di Ken-do e lo ricordo con affetto per due episodi. Aveva deciso di insegnare la via della spada ad un gruppetto di 6 burini tra cui c’ero anch’io. Così tre volta a settimana prendeva il treno la sera e ci faceva lezione e noi a turno lo riportavamo in auto alla fermata della metropolitana Anagnina visto che dopo le 22,00 non ci sono più treni che collegano Frascati alla capitale.

La prima volta che lo riaccompagnammo, commettemmo un errore imperdonabile. Per rispetto nei suoi confronti, scesi dall’auto, lo salutammo e lui si inchinò per salutarci. Noi non volevamo rimontare in macchina e andarcene prima che lui si fosse accomiatato da noi. Così rimanemmo in attesa salutandolo di nuovo e lui si inchinò restando immobile al suo posto senza andarsene. “Ma cosa fa? – pensammo – perde l’ultima metropolitana se non si sbriga”. “Endo san vada, la metropolitana non l’aspetta!”. “Hay” fu la sua risposta seguita da un inchino. Quel giorno Endo perse la metropolitana e noi imparammo ad andarcene subito le sere successive per evitare di fargli perdere l’ultima corsa. Insomma imparammo a che punto si spinge la cortesia (talvolta un po’ malata) dei giapponesi.

Ricordo poi la prima volta che ci invitò a casa per la cerimonia del tè (una cosa molto intima e casalinga, non quel ridondante spettacolo che talvolta si vede in TV). In tutto il pomeriggio di visita noi sedemmo in terra, assistemmo alla preparazione del tè da parte della moglie, lo bevemmo. Null’altro. Endo, impassibile come sempre, non disse una parola. Silenzio assoluto che spense anche le brevi conversazioni tra noi pochi invitati che ci adeguammo. Endo non lo vedo più da molti anni. Da quando capii che certi valori di lealtà, fedeltà e sobrietà non si raggiungono vestendosi come a carnevale, ma vivendoli tutti i giorni nascostamente.

Franz è uno dei miei migliori amici, anche se lo vedo una volta l’anno quando va bene visto che vive a Firenze. Per il mio 20° compleanno mi regalò una sua calligrafia su carta di riso (all’epoca era studente di giapponese) con uno degli haiku più noti. Con ideogrammi un po’ incerti vergò “tra gli alberi il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”.

Incorniciato ora fa bella mostra di sé nel mio studio. Oggi Franz è il curatore della sezione di armi e armature giapponesi del museo Stibbert a Firenze ed è uno dei massimi esperti nostrani di tsube (quei dischi di ferro istoriati e bellissimi che sono per la katana l’equivalente dell’elsa per la spada occidentale). Kendoka anche lui proveniente dalla scuola di Nishinohara (rimpianto maestro morto in un incidente d’auto).

Così non ero molto preparato per un viaggio in Giappone. Ecco dunque solo alcune immagini composte per fermate (la metropolitana lì è un mezzo metageografico) che servono per fissare un concetto che via via mi si è reso chiaro nella testa. Il Giappone è un paese-sandwich (ma questo concetto potrebbe essere esteso a molti altri) nel senso che propone la sua modernità nel sottosuolo e nelle zone aeree sovrastanti il livello stradale, che, a mò di companatico, sta nel mezzo con la sua premodernità. Ma è quel companatico che alla fine rende saporito questo tramezzino.

Fermata n.1: Il monaco di Ginza

Scendiamo a Ginza, decantata da tutti come la 5th Avenue di Tokyo. La strada elegante con i grandi nomi e le grandi griffe di tutto il mondo che sgomitano per accaparrarsi un posto ed una vetrina. Proprio per questo non ci sarei mai venuto. Devo ringraziare mia figlia che ci è voluta venire a tutti i costi perché voleva trovare il negozio centrale di Hello Kitty, il gatto in cartoni più famoso del globo. Una catena di negozi ne sostiene la fama immettendo sul mercato una serie infinita di gadget tutti su tonalità rosa pastello. Una cosa appiccicosa come le Big Bubbles, zuccherine e stomachevoli.

Portato a termine il mio compito: chiedere informazioni un po’ qua e un po’ là a giapponesi assai volenterosi ma decisamente impacciati con l’inglese (il mio sfolgorante inglese all’amatriciana sembrava oxfordiano al confronto), guidare la combriccola per strade ed incroci (a Tokyo si veleggia a vista e a fiuto visto che le strade non sono indicate) fino all’ingresso del meganegozio, mi sono preso una breve ed usuale vacanza. Mentre figlia e moglie cercavano un non so bene cosa con sopra Hello Kitty io mi sono defilato per una mezzora, per girovagare senza nessun costrutto che è la cosa che più mi piace fare (anche con le parole).

È così che Ginza mi è apparsa nello splendore dei suoi grattacieli, così diversi dai corrispettivi newyorchesi. Mentre New York a prima vista mi era sembrata la copia nella realtà di Gotham City, Tokyo mi è sembrata invece uno sfondo di Dragon Ball, finta allo stesso modo ma più caricaturale. Di sottofondo un traffico intenso ma non caotico con una particolarità, il rombo delle automobili appare ovattato, compresso, sottovoce. Strano effetto: hai la sensazione di essere immerso in un robusto rumore di fondo assai omogeneo, non spicca una particolare sirena, una sgassata di un motorino, o il suono strombazzante di un clacson. Nulla di tutto ciò, solo un muro sonoro compatto ed omogeneo, assordante ma monocorde, una barriera che va oltrepassata per immergersene dentro. Mi è venuto alla memoria il famoso Sound Wall di Phil Spector ma meno evocativo.

Poi da questo muro sonoro è affiorato, come uno zampillo di pura fonte, impercettibile e freschissimo, un tintinnio sommesso. Un “tin” intervallato da una lunga pausa. Poi ancora un “tin” flebile, impercettibile ma che una volta rapita la tua attenzione ti strappava dal sound wall della strada e ti proiettava in una dimensione diversa e completamente avulsa dallo sfrecciare rumoroso delle auto e dei passanti.

Guardo incuriosito a destra, poi a sinistra e vedo solo gente, folla che si affretta sulla strada allungando il passo. Poi tra un “tin” replicato da un altro “tin” vedo spuntare una figurina marrone e gialla immobile. Sta ferma in mezzo al flusso eccitato dei pedoni. Sembra immobile, in realtà si muove con tale lentezza rispetto al contesto che pare ferma, anzi sembra quasi retrocedere, anche se i suoi passi muovono nella mia direzione. Mentre con estrema lentezza si avvicina le mie orecchie e i miei occhi percepiscono che il “tin” scandisce il momento di pausa tra un lentissimo ed enfatizzato passo ed un altro. È un monaco buddista con un kimono marrone, una giacca gialla, un cappello a larghe tese rigide in testa calato in modo da non poter scorgerne il viso. Ha in mano una ciotola per l’elemosina e nell’altra un campanellino che genera i “tin” che tanto mi hanno colpito. La folla passa e non si accorge di lui, nessuno si ferma, nessuno fa un’elemosina. Semplicemente non esiste. Lui avanza drammaticamente nella sua lentezza con il suo campanello, la sua ciotola, i suoi passi marziali senza deflettere dal suo cammino. Due mondi incomunicanti che si sfiorano senza relazione. Mi avvicino faccio la mia offerta, poi mi pento. Magari mi sono messo di traverso tra un mondo e l’altro. Il monaco come se non avesse percepito nulla prosegue il suo lento incedere. La folla lo inghiotte. Lo perdo alla vista. La visione svanisce. Mi sento inquieto.

Fermata n. 2: I grattacieli e i gatti di Odaiba

grattacieli-di-oidaba_fondo-magazineCome spesso succede nelle grandi città la modernità ha una dimensione concentrica. Nel centro, ormai riservato agli affari ed ai commerci, si concentrano i grattacieli più arditi, mentre più ci si avvicina alla periferia più le costruzioni moderne si diradano. Così è anche Tokyo che, più di altre metropoli, conserva le costruzioni tradizionali costituite da case di uno o due piani tutte in struttura leggera: legno, pannelli di tamponamento, tramezzi in carta di riso. Odaieba costituisce una sorta di eccezione in quanto non è il centro di Tokyo, ma lo sta diventando. I palazzi più arditi si sono concentrati qui. Ma quello che impressiona non sono i grattacieli, ma la mancanza di una vita a livello stradale. Qui la strada è solo per le auto. Se vuoi mangiare, comprare, passeggiare devi andare almeno al primo piano dei grandi edifici che si affacciano sui grandi viali. Tutti i grandi centri commerciali sono elevati, non hanno ingressi diretti da strada, ma da delle piattaforme che costituiscono il vero livello zero degli edifici. Così la modernità si distacca da quella che potrebbe essere considerata la zona di transito all’aperto, una metropolitana allo scoperto servita da automobili. Qui viene ribadito il concetto di moderna città sandwich che ha però escluso la gente orpello premoderno. Ci sono un livello sotterraneo dominato dalla metropolitana, un livello stradale dominato da automobili e bus ma spopolato di persone, un primo livello elevato commerciale e i piani aerei, appannaggio di uffici e abitazioni. Unica eccezione è rappresentata dal più vasto negozio d’animali che ho mai visitato. Lì ho capito perché Hello Kitty è giapponese. Nel mega-negozio vi si trovano solo articoli per gatti. Cappottini, impermeabili, scarpine, stivali antipioggia, collari, cappellini, foulard, gomitoli e polli finti per giocare, DVD di intrattenimento per i propri felini, cibi e stuzzichini. Ma la caratteristica del negozio è che esiste una vasta area vetrata accessibile solo a pagamento in cui si possono affittare gatti da accarezzare. Tu paghi, entri, scegli un gatto e per un’ora te lo accarezzi, te lo sbaciucchi, lo pettini, lo porti a spasso, lo coccoli. Insomma è un negozio in cui palesemente è ammessa questa sorta di prostituzione animale. Ci rimani un po’ straniato. Osservi da dietro i vetri alcuni clienti di questo bordello felino che beati si lisciano le loro puttane a quattro zampe e ti senti un po’ un guardone.

Fermata n. 3: Le cosplay zoku di Jojogi

Nel centro di Tokyo non puoi mancare all’appuntamento del sabato all’ingresso del parco di Jojogi, dove strane giovanette travestite da bambole, da fumetti, da cartoni si ritrovano per scambiare quattro chiacchiere e farsi compagnia. Sono le cosplay zoku che vivono una sorta di simbiosi coatta con il loro personaggio dei fumetti preferito, tanto che si immedesimano in lui e vivono questa realtà parallela nel fine settimana. Che cosa le spinga a farlo non lo so. So soltanto che la mania seppur in tono minore ha attecchito anche in Italia. Se giri alla Fiera di Roma nei giorni in cui si svolge la Mostra del Fumetto ne scoverai parecchie. Io sono stato introdotto a tale moda da mia figlia, che travestita si è fatta portare con due amici là per partecipare a questa parata che mi è sembrata, per la verità, una sfilata di zombie, ma che mi ha incuriosito. A JoJogi in realtà si danno raduno anche altre bande giovanili: gotik, punk, rockabilly. Lì nei paraggi c’è Takeshita street la strada che si è consacrata al Manga style e perciò frequentata da questi giovanissimi in cerca di tendenza. Una lunga striscia color caramella, chiassosa e musicale che a modo suo deve essere pure divertente.

Fermata n. 4: I Manga del Mandarake

Se hai una figlia spera che non si appassioni mai ai Manga. Io ho studiato a lungo per accontentarla, ma trovare il Mandarake non è uno scherzo. Le strade a Tokyo non sono segnalate e le cartine delle guide sembrano quelle che i professori di geografia di un tempo chiamavano le cartine mute provviste solo dei contorni su cui tu dovevi mettere i nomi delle città, dei fiumi e dei laghi. Così una volta arrivato con lei a Nakano ed uscito dalla metropolitana ero certo che nelle vicinanze avrei trovato il tempio dei Manga, ma in che direzione non sapevo. Fortunatamente un delivery boy che non parlava inglese mi ha scortato fino ai piedi di un immenso edificio, il cui accesso era una lunghissima galleria piena di negozi. Dal terzo al quinto piano del mostruoso edificio sorge dunque il Mandaraka: il tempio dei Manga. Non ho mai visto niente di simile. Su tre piani divisi in innumerevoli sezioni e sottonegozi milioni di Manga nuovi ed usati si sono aperti alla mia vista e di fronte agli scaffali gli avventori che muti consultavano, riempivano i carrelli, acquistavano. È questo il paradiso degli otaku, giovani mangadipendenti che, come tossici in attesa del pusher, fanno la fila tremanti per accaparrarsi la nuova uscita. Pare che in Giappone siano diventati una piaga sociale, tanto che sono sorti centri di ascolto, comunità apposite per disintossicarsi, gruppi anonimi per la terapia di gruppo per dare una mano a queste vittime del fumetto, ampiamente sfruttate e rese schiave dalle grandi case editrici specializzate. Mia figlia ha fatto acquisti: i primi numeri di alcune serie preferite in giapponese che a suo dire rendevano la serie in italiano più preziosa. Non ho potuto biasimarla visto che io colleziono raffigurazioni di S. Michele Arcangelo, che possono essere accomunate ai Manga almeno nell’iconografia. La visita a questo girone infernale dantesco è un’esperienza comunque illuminante di come l’iperconsumo e le vie che forzosamente vi conducono generano mostri.

Fermata n. 5: I barboni del Parco di Ueno

In un anno mi dicono che il PIL del Giappone si sia contratto del 12%. La crisi morde feroce. Anche qui ci sono in giro parecchi barboni. Dal nostro albergo nei pressi di una delle stazioni si raggiunge in pochi minuti il parco di Ueno. È la mattina presto, durante le mie corse mattutine, che ho potuto osservare che strano modo hanno i giapponesi di fare i barboni, quando si alzano dai loro giacigli di fortuna.

Ognuno di loro ha un carrellino quadrato con quattro ruote dotato di scatole di cartone duro tutte uguali e che si adattano perfettamente alle dimensioni del carrellino. Ripongono i loro oggetti in queste scatole, le impilano secondo uno schema prestabilito. Poi lo rivestono con un telo di plastica opaca colore azzurro, tutti uguali e con delle cinghie elastiche compongono un cubo perfetto che così ordinato è lasciato in qualche angolo pronto per essere disfatto la sera. Questo materiale sembra fornito dal governo (l’unica spiegazione al fatto che sono tutti identici) che dà l’impressione di sopportare questi clochard solo se seguono una ferrea disciplina da strada. Lontanissimi dai drop out nostrani che fanno della strada il loro territorio anarchico proprio per non sottostare alle restrizioni imposte dal comune vivere. Un intruppamento anche per i fuori schemi che ha qualcosa di inquietante, quando, nelle intenzioni, suppongo voglia essere rassicurante.

Fermata n. 6: Il Ryokan di Hakone

Per liberarsi da questa morsa moderna fatta di premoderna disciplina ferrea deformata, di luccichii sinistri, di ultraefficienza, di individualismo di massa, di straniamento desolante, bisogna infilarsi in qualche ryokan fuori Tokyo e fare un’esperienza vivificante. Il bagno in comune come la tradizione antica impone. Bisogna cercarsi qualche alberghetto in stile giapponese. Poi smessi i vestiti occidentali e indossato un kimono si scende nel ryokan dove su una piattaforma separata ci sono varie singole postazioni dove prima ci si lava e ci fa la doccia per poi immergersi in una vasca comune calda, caldissima, per rilassarsi. La nudità è d’obbligo, la comunanza necessaria. Mai come nel ryokan i giapponesi si sciolgono e diventano amichevoli. Superato l’impaccio iniziale, un giapponese osserva sempre se rispetti la rigida etichetta del bagno, immersi fino al collo nella vasca ci si lascia andare a pensieri meditativi ed a una blanda conversazione con gli altri avventori che via via diventa più serrata (lingua permettendo). Ma sembra proprio che i giapponesi si trasformino nel ryokan come gli irlandesi al pub. È qui che scopri come tutte le modernità di Tokyo siano un’incrostazione posticcia che l’acqua calda del bagno comune lava via e fa riaffiorare gli animi antichi dei giapponesi e le loro tradizioni che sono salde più di quanto non si sospetti. Ancora una volta, magari con un espediente banale, il bagno comune ti rammemora come il nucleo di tutte le civiltà sia il senso di comunità e di come in comunità l’individuo fondi il suo io nel generale noi. Il ryokan è metafora di questo: ci si lava dalle proprie scorie individuali separatamente nelle docce aperte ma singole per poi unirsi agli altri nella comunità del bagno comune.

È la stessa sensazione che provai in un Hammam a Istanbul o che probabilmente provavano i romani alle Terme. Ed è incredibile come a 10000 km di distanza da queste civiltà che hanno fatto dell’acqua il loro fondamento, si possa trovare un popolo che basa anch’esso la sua sapienza sull’acqua. Anche in Giappone infatti, come in tutte le civiltà che si possano dire tali, l’acqua è offerta a profusione all’ospite (in grandi caraffe ghiacciate o in calde teiere). Ed è stupefacente scoprire come queste piccole fondamentali cose ci accomunano, in contrapposizione a quei popoli incivili che l’acqua la fanno pagare e a caro prezzo.

Fermata n. 7: Il mercato delle pulci di Toiji a Kyoto

Alla fine ho capito cosa cova sotto la pellicola dell’ultramoderno incrociando per fortuna il mercatino delle pulci che si svolge una volta al mese nei pressi del tempio di Toiji a Kyoto. Porta Portese non è diversa ed è sorprendente come qui, cosa più unica che rara in Giappone, si può contrattare prima di acquistare e le persone rompono la scorza del formalismo per ridere, scherzare, incazzarsi, prendersi a male parole (così ho interpretato delle presunte liti). Qui trovi lo stesso clima delle bettole intorno al mercato del pesce dove per pochi ien puoi pranzare con una brodaglia di soia con spaghetti di riso, verdure e carne (prelibate sbobbe per un minestraio come me). Così sulle bancarelle vengono confezionate ciotole di riso impastate con varie diavolerie a mano e con le mani, alla faccia del falsamente igienico impacchettamento automatizzato. La gente prende la ciotola mangia con i bastoncini, l’oste rilava alla meno peggio la ciotola e la prepara per il successivo cliente. Sembra la medina di Tunisi: una pacchia per me, cultore di tutti i cibi da strada che incontro. Segno anche questo di civile convivenza che non si maschera dietro alcuna ipocrisia igienica. Assai meglio un cibo fresco e sano manipolato da mani sporche di un asettico piatto impachettato secondo regole e norme lontane ma con gli scarafaggi dentro.

Atteggiamento che fa da controcanto alla passione infantile che ho visto di fronte alla primissima fioritura di un grande ciliegio nei giardini di Nara, con la gente in commossa contemplazione di quella fantastica ed irripetibile cascata di fiori. Fioritura che inaugura la primavera e che ricorda come nell’haiku che mi regalò il mio amico Franz la vita dei samurai.

Il ciliegio in fiore fedele alla sua consegna annuncia l’inizio della primavera. Dopo una settimana sfiorisce spegnendosi rapidamente. Uno splendore fedele che dura pochissimo nella sua intensa vitalità. Come il samurai appunto.

Ultima fermata: E Mishima?

Nell’unica escursione in cui avevamo assoldato una guida, una gentile signora di mezza età, ho capito che non c’è più molto spazio per ciò che fu.

La guida si era meravigliata del mio interesse per katane e tsube a suo dire inusuale per un turista occidentale così le ho raccontato del ken-do e del mio amico Franz e le ho chiesto perché non si vedano ragazzi con borsa e shinai al seguito.

Mi ha risposto che il ken-do non lo segue quasi più nessuno. Ora tutti vogliono giocare a baseball e a golf e che le città sono sempre più piene di Starbacks e Macdonald’s. Ho percepito un velo di rassegnazione in questo e dello stupore per la mia curiosità.

Hanno lavorato bene gli americani nel loro cinismo mercantile, dopo la guerra le arti marziali e in primo luogo il ken-do furono proibite perché potevano far rinascere un orgoglio nazionale poco desiderato. Poi quell’orgoglio fu utilizzato per fare business, ma questa è un’altra storia, che mi fa dire che il seppuku di Mishima non sia servito a nulla.

Poi racconto alla mia guida dello spettacolo del ciliegio in fiore di Nara e lei si rischiara come illuminata da una rinnovata speranza.

Le sussurro in un inglese stentato “Tra gli alberi il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”.

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