G20. London calling: assalto alle banche

miro renzaglia


The Clash, London calling

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Dunque, è accaduto. Luogo e tempo: Londra, aprile 2009. Occasione: la riunione del G20, ovvero il gruppo dei venti paesi che da soli rappresentano i due terzi del commercio e della popolazione della Terra, oltre a più del 90% del Pil planetario. Il fatto: l’occupazione di una delle roccaforti della finanza mondiale, la City,  da parte di migliaia di manifestanti e il conseguente assalto a quelle che sono considerate le vere centrali del potere e le responsabili degli attuali disastri economici: le banche e la sede della banca d’Inghilterra, in primis.

Era  inevitabile. Alle strette di una crisi che sta provocando dissesti a tutto il sistema economico planetario; che accumula disoccupazione in tutti i paesi, tanto che la cifra prevista dei 50 milioni di prossimi senza lavoro, e quindi senza reddito, sembra essere fin troppo ottimista (solo in Italia siamo arrivati alla cifra record del 9%); dove gli stati, cioè i cittadini, sono chiamati con i soliti sangue sudore e lacrime a pagare le dissennatezze dei dittatori finanziari che la crisi hanno provocato e dove, ultimo ma non ultimo, sempre in nome del dio-profitto a qualunque costo stanno depauperando le risorse ambientali di tutta la Terra con una progressione prossima alla geometria; era inevitabile – si diceva – che alla fine, proprio le sedi delle banche venissero individuate come obbiettivi reali della protesta. E così è stato…

Sia chiaro, non c’è da fare nessun salto di gioia: la marcia per la liberazione dei popoli dalla “dittatura bancaria” sarà ancora lunga e dolorosa. Pur tuttavia, un segnale chiaro e forte è stato dato: il popolo ha capito da chi sta per essere affamato ed ha agito di conseguenza…  Se nel Seicento si assaltavano i forni, colpevoli di non produrre pane per alzarne il prezzo, oggi si assaltano le banche colpevoli di aver prodotto una crisi i cui esiti immediatamente negativi già si avvertono mentre quelli futuri diventano ogni giorno più prevedibilmente catastrofici…

E qualcuno, fra i capi di Stato presenti a Londra, sembra (dico: sembra…) aver recepito il segnale che viene dalle strade di Londra. Non Barack Obama, il neo-presidente americano eletto con il più sontuoso finanziamento che le banche statunitensi abbiano mai investito su un candidato presidente, il quale, probabilmente in virtù di qualche debituccio di gratitudine, ha provato ad insistere sulla necessità di maggiori stimoli per far ripartire l’economia mondiale. Dove per “stimoli” devono essere intesi ulteriori devoluzione dei soldi pubblici a favore degli istituti finanziari, con la chiara intenzione di mantenere in vita lo stesso medesimo sistema che ha provocato la crisi.  Una storia già vista nel 1944, a Bretton Woods, come ricorda l’articolo a seguire di Riccardo Torsoli. A dirgli di no, sono stati la Cancelliera tedesca Angela Merkel e, a sorpresa ma non troppo, visto anche quello che sta succedendo a Parigi, con una protesta popolare montante contro i manager della super finanza francese,  le Président Nicolas Sarkozy, fin qui fin troppo domestico agli Usa. Addirittura, in maniera forse ancora più inaspettata, perfino il  Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, sembra allinearsi all’asse Parigi-Berlino.

«Troppi stimoli fiscali e poche regole: il documento è ancora troppo sbilanciato verso gli Stati Uniti», ha osservato una fonte. E anche questo è un segnale. Ancora flebile, ancora incerto, ancora contraddittorio ma pur tuttavia arriva a destinazione: se lo stato deve farsi carico della sciagura, come sembra inevitabile, che almeno si riscrivano quelle regole che ancora e da decenni gli impediscono di esercitare  controllo e direzione del mondo economico, ovvero: sulle banche centrali, in primis e su quelle creditizie a immediato seguire…

Questo, e solo questo, è il necessario antidoto per quel virus maledetto che ha appestato il pianeta: il liberismo…

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Riccardo Torsoli

A Londra, nel giugno del 1933, ebbe luogo la conferenza economica mondiale dei capi di stato e di governo di 66 paesi del mondo per cercare di trovare le soluzioni per rivitalizzare il commercio mondiale, stabilizzare i mercati valutari e uscire dalla grande depressione che stava devastando il globo esattamente come adesso e finì tragicamente in un clamoroso fiasco. La conferenza fu letteralmente demolita dalla posizione intransigente che il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt tenne a dispetto delle richieste che arrivavano soprattutto dall’Europa.

Il ritorno al sistema aureo (Gold Standard), che avrebbe allentato le tensioni valutarie tra gli stati fu ritenuto non accettabile dall’amministrazione americana, la quale perseguì invece una politica monetaria inflattiva attraverso nuove emissioni di moneta, questo portò ben presto ad un inasprimento delle politiche protezioniste e dette il via alla conseguente corsa al riarmo e quindi al secondo conflitto mondiale.

Ieri come oggi, a Londra si ritrovano per la conferenza del G-20 i capi di stato e di governo delle maggiori potenze economiche del mondo per cercare di trovare le soluzioni alla odierna depressione economica che nei numeri non ha assolutamente niente da invidiare a quella degli anni ’30 del secolo scorso ed anche oggi la posizione americana si scontra con quella del resto del mondo, Europa, Cina e Russia in testa.

L’amministrazione americana, preceduta da quella britannica, nei giorni scorsi ha dato vita alla emissione di nuova moneta, fresca di stampa, per acquistare i titoli di stato che sono stati emessi per i vari salvataggi del sistema finanziario ed economico interno e, grazie alla leva derivante dal meccanismo della riserva frazionaria, inondare di liquidità il sistema bancario risolvendo così sia il problema del finanziamento del debito pubblico che la mancanza di liquidità che ha inaridito il sistema del credito. Tutto questo chiaramente dopo avere praticamente azzerato il costo del denaro.

Questa manovra monetaria, chiamata “quantitative easing”, ovvero: l’aumento di offerta monetaria, ha però come conseguenza la progressiva svalutazione della valuta nazionale e un conseguente effetto inflattivo che, se da una parte ha un benefico effetto svalutativo sul debito, dall’altro porta come immediata conseguenza una spirale di tensioni valutarie, economiche e politiche.

La Cina che possiede un trilione di dollari di buoni del tesoro americani ed è in possesso del 30% delle riserve valutarie mondiali ha subito manifestato la sua preoccupazione e, seguita dalla Russia, ha richiesto la sostituzione del dollaro come valuta principale per gli scambi internazionali con una nuova valuta mondiale emessa dal Fondo Monetario Internazionale, basata su un paniere (Special Drawing Rights),  composto da varie valute tra cui il dollaro, la sterlina, l’euro, lo yuan, il rublo ed anche l’oro. L’operazione riprende il progetto della nuova valuta mondiale “bancor” proposta da John Maynard Keynes durante la stesura degli accordi a Bretton Woods nel 1944 ma immediatamente stroncato. Addirittura la Russia, uno dei più grandi produttori d’ oro del mondo, ha richiesto la reintroduzione del sistema aureo,  reintrodotto negli accordi di Bretton Woods del 1944 e sospeso nel 1971 in conseguenza di una decisione unilaterale degli Stati Uniti.

L’Europa ha apertamente criticato la politica monetaria espansiva troppo disinvolta da parte degli Stati Uniti, arrivando addirittura con il Presidente della Repubblica Ceca e Presidente di turno della Unione Europea Mirek Topolanek a definirla “strada per l’inferno”, poichè basata su un irresponsabile ricorso al debito che ha portato la valuta europea ad apprezzarsi sensibilmente nei confronti del dollaro provocando un aggravarsi del rallentamento industriale europeo, specialmente in economie, come quella italiana e tedesca, dove il settore manifatturiero è più forte e tradizionalmente più inclini all’esportazione.

La richiesta che viene da Berlino, supportata fortemente da Parigi e Roma, di una vasta riforma dei regolamenti finanziari mondiali che disciplini fortemente l’azione degli hedge funds, delle agenzie di rating, dei paradisi fiscali, che imponga requisiti minimi per l’erogazioni di mutui sia per le banche le quali dovranno avere un rapporto capitale/prestiti sostenibile che per gli utenti, che impedisca politiche protezionistiche incentrate sull’ eccessivo debito e su svalutazioni valutarie competitive. Tale richiesta si scontrerà certamente con le tesi americane che vanno tutte nella direzione opposta, quindi si arriverà ad un compromesso minimale che stabilirà una serie di limitazioni velleitarie ai principali attori del sistema finanziario mondiale, ma che non avranno nessun effetto nella risoluzione delle depressione economica in atto e quindi si procederà , come nel 1933, a soluzioni esclusivamente nazionali che porteranno a forti tensioni valutarie, a spinte protezionistiche ed ad un veloce programma di riarmo mondiale, come già annunciato  dalla Cina, dalla Russia e dal Giappone.

Come nel 1933, quindi, il mondo è sull’orlo dell’abisso e le sue sorti sono come allora in mano al Presidente della prima potenza economica e industriale: gli Stati Uniti d’America, Barack Obama, oggi, come Franklin Delano Roosevelt ieri sono protagonisti di una conferenza mondiale che dovrà porre le basi per una nuova fase per l’economia mondiale, caratterizzata da assetti diversi e dovrà sancire la fine della politica muscolare e unilaterale esercitata fino ad oggi dagli Stati Uniti.

Ma la storia del secolo scorso ci testimonia che, come a Bretton Woods, nel 1944, una nuova regolamentazione degli assetti mondiali è possibile solo dopo una guerra mondiale, che determini nuove posizioni di forza tra i paesi e non prima.  Dio non voglia che, proprio come a Londra nel 1933, il fallimento, come appare probabile, dell’attuale G20 apra scenari apocalittici di un nuovo conflitto mondiale.

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