Tributo a Pulvio Zocchi, l’insurrezionalista…

Romano Guatta Caldini

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza.
Però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

F. De Andrè – Nella mia ora di libertà

Nell’introduzione alle Riflessioni sulla violenza, Sorel scrive: «la mia ambizione è di poter qualche volta risvegliare delle vocazioni. C’è probabilmente nell’anima di ogni uomo un fuoco metafisico che riposa nascosto sotto la cenere e che tanto più minaccia di estinguersi quanto più lo spirito ha ciecamente ricevuto una dose maggiore di dottrine bell’e fatte; l’evocatore è colui che rimuove le ceneri e fa sprigionare la fiamma». (1)

E l’anarcosindacalista Pulvio Zocchi, nel maggio del ’13,  dimostrò essere un ottimo evocatore. Trasferitosi da Torino a Milano, organizzò insieme a Corridoni, De Ambris e Masotti, uno sciopero imponente.

corridoni_fondo-magazineDalle colonne dell'”Avanti!”, il suo direttore incitava all’azione tanto che Filippo Corridoni [nella foto] esclamò: «nella lotta non siamo più soli, anche Mussolini è con noi». Era il periodo, quello, in cui il revisionista di Dovia, definiva Marx : «magnifico filosofo della violenza operaia».

In seguito alla proclamazione dello sciopero, innumerevoli squadre di operai  metallurgici  incrociarono le braccia. Gli sbirri intervenuti provocarono gli operai e  in risposta questi ultimi misero a ferro e fuoco il capoluogo lombardo, ingaggiando ovunque scontri con la polizia.

Zocchi, in un’appassionata lettera indirizzata a Gramsci, sostiene: «gli scioperi risultano essere un mezzo efficace per i lavoratori tedeschi, inglesi e dei paesi nordici in generale, dove il temperamento nazionale è differente dal nostro, dove le masse sono organizzate dalla testa ai  piedi. Noi siamo gente impulsiva e facilmente entusiasmabile, ma non manca in noi lo spirito di sacrificio. Il proletariato internazionale ci sta guardando».

Del resto, l’anarchismo aveva una lunga tradizione che vedeva nell’azione diretta scaturita dallo sciopero, il migliore mezzo per mettere in atto la resistenza armata. Unico metodo di lotta rimasto ai lavoratori per combattere i loro oppressori economici e politici, al fine del raggiungimento della propria emancipazione dall’oligarchia padronale.

Errico Malatesta: «…quando il governo attuale sarà abbattuto da un’insurrezione […] noi non prometteremo al popolo di fare il suo bene, ma lo spingeremo a farselo da se stesso, a prendere possesso della ricchezza, a esercitare di fatto la libertà conquistata». (2)

Pulvio Zocchi, all’epoca, era uno dei più noti agitatori conosciuti in ambito sindacale. Un giovane parmense ricorda  un suo comizio: «a Parma, una volta, tutti avevano la politica nella pelle. Portavo ancora i calzoni corti che andavo già ai comizi, prima della guerra del ’15. Ne ricordo uno, nel Salone della Cooperativa Bevitori del Cornocchio, tenuto da Pulvio Zocchi. L’uditorio era composto da diverse decine di persone, cassonieri, braccianti, spesati, ferrovieri, qualche donna vestita di scuro con il figlio piccolo in braccio. In fondo alla sala alcune giovani coppie con il suonatore di fisarmonica, che attendeva di prendere il posto dell’oratore per attaccare le danze domenicali con la mazurca di Migliavacca o Il ballo dell’usignolo. A questo pubblico pomeridiano Pulvio Zocchi chiedeva perentoriamente di “buttare a mare i poliziotti“, cosa non facile a Parma. Parlava in piedi su un tavolo addossato alla parete, sulla quale spiccava un grande quadro di Gesù Cristo, con una fiammante tunica rossa. Gesù Cristo, il primo socialista, mi diceva mio padre». (3)

Da sempre, strenuo sostenitore della lotta antiautoritaria e antipadronale, Zocchi vide nel gesto dell’anarchico Jean Jacques Liabeuf e nelle iniziative degli operai francesi, un fiero esempio di ribellione. Corrispondente da Parigi per “La Propaganda” il 22 gennaio del 1910 scriveva:

«Qui a Parigi viveva un buon ragazzo – tal Liabeuf, di professione calzolaio, che aveva il solo torto – se pur torto può chiamarsi –  di essere spesso in compagnia di prostitute e protettori delle medesime. Un bel giorno, un poliziotto, geloso forse dei successi di Liabeuf presso il sesso debole dei boulevards, ebbe la poco simpatica idea di denunciarlo come souteneur. Detto fatto. I poliziotti hanno sempre ragione, anche – anzi specialmente – quando hanno torto. Di lì, tre mesi di prigione e 5 anni d’interdizione di soggiorno al protagonista della istoria losca. Liabeuf giurò di vendicarsi. Lavorò come una bestia da soma e riuscì a raggruzzolare un centinaio di franchi coi quali comperò un revolver di 5 palle blindate, due trincianti dalla lama ben affilata e si fabbricò delle manopole e dei bracciali di cuoio irti di punte acuminate di ferro. Così equipaggiato attaccò un giorno briga con alcuni poliziotti e lavorò così bene da ucciderne uno e metterne quattro fuori combattimento. Hervè ha detto molto ragionevolmente su La Guerre Sociale che l’episodio di Liabeuf  potrebbe essere imitato dai rivoluzionari passati diligentemente a tabacco dalla polizia repubblicana ed esortando la gente onesta a dare all’apache la metà della sua virtù riceverne in cambio un quarto della sua energia e del suo coraggio».

Il corrispondente passa oltre, descrivendo le lotte operaie che si svolgono negli arrondissements:

anarchia_fondo-magazine«La migliore delle armi che il proletariato abbia in suo potere, il tanto discusso e tanto scomunicato sabotaggio è attualmente di moda presso il mondo operaio che fa capo alla C.G.T. biricchinamente rivoluzionaria.(…) I garzoni delle épiceries sono in agitazione per rivendicare un trattamento di lavoro più umano e per l’applicazione non effimera del riposo settimanale. Essi han trovato un mezzo genialissimo per far capire la ragione ai proprietari ritrosi: in pochi giorni di agitazione alcune centinaia di vetrine sono volate in frantumi sotto una grandine di proiettili di sconosciuta provenienza. Morale: una grandine di adesioni, di proprietari prima recalcitranti alle rivendicazioni operaie. Grandine genera grandine. E’ logico e  istruttivo. I panettieri vogliono l’abolizione del lavoro notturno. Per ottenerlo essi stanno studiando i mezzi migliori per rendere il pane immangiabile per mancanza o abbondanza di sale, innaffiamenti di petrolio,immobilizzazione delle macchine. E mentre ciò avviene nella fatica Sebastiene Faure ha iniziato un corso d’istruzione teorica del sabotaggio applicato alle industrie e specialmente sull’elettricità.  Si spera che i rivoluzionari italiani, quando saranno riusciti a mettersi d’accordo, prendano nota di ciò».

A questo punto Zocchi traccia un’analisi della situazione politica del socialismo francese:

«Mentre Chanteller sta per iniziare il suo canto al P.St.Martin, Hervé prepara ii bagagli per la Santé e i garzoni continuano a sabotare le drogheria. Il Partito Socialista Francese si prepara a tenere a Nimes il suo congresso annuale. Siamo prossimi molto prossimi a una scissione profonda inevitabile fra riformisti e socialisti. Tanto per vostra norma io sono uno di quelli ostinati a credere che i riformisti non siano socialisti.L’attegggiamento negli ultimi tempi dei nostri migliori coimpagni che fanno capo a la Guerre Sociale, ce ne da un sintomo molto significativo. Il compagno Jobert ha in una bella lettera, declinata in modo assoluto ogni sua possibile candidatura avvenire e una fortissima schiera di rivoluzionari regolarmente iscritti al Partito ha fatto eco plaudendo. Però essi non sono stupidi come i rivoluzionari italiani e hanno deciso come questione di massima, di uscire in massa dal Partito se non riusciranno a ricondurlo sulla via del socialismo».

Durante il Ventennio, Pulvio Zocchi sarà una delle firme di punta della Pravda italiana: “La Verità” di Nicola Bombacci. “Per l’Italia proletaria e  fascista”. Caduto il regime, a 67 anni, Zocchi si butta di nuovo nella mischia e aderisce alla Repubblica Sociale Italiana. Sarà l’ultima battaglia del vecchio capo popolo.

Ma se la sorte è stata relativamente generosa con Zocchi, diverso atteggiamento ebbe con l’anarchico Liabeuf. Arrestato, venne condannato alla pena di morte previo taglio della testa. La sua esecuzione diede luogo a una sommossa di popolo. Mentre saliva sul patibolo il servizio d’ordine dovette reprimere con la forza i manifestanti che sconvolsero le strade dei quartieri adiacenti, avanzando al grido: “Viva Liabeuf”.

Ma costui, indifferente al caos e in evidente stato confusionale, morì gridando: «Sono un puttaniere, non un pappone!». All’epoca esisteva ancora un codice etico.

________

Note

(1)   Georges Sorel  – Introduzione alle Riflessioni sulla violenza

(2)   E Santarelli – Il socialismo anarchico in Italia

(3)   Istituto Fernando Santi – Preti, sindacalisti, socialisti, una volta

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